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Full text of "Indagini e postille dantesche"

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L /h. tìiU4 



/ 



BIBLIOTECA STORICO ■ CRITICA 



LETTERATURA DANTESCA 



LA G. L. PASSERINI e da P. PAPA 



IX -X. 




BOLOGNA 
DITTA NICOLA ZANICHELLI 



FRANCESCO NOVATI 



INDAGINI E POSTILLE 

DANTESCHE 



SERIE PRIMA. 

Se Dante abbia mai pubblicaintnle insegnato — Patena pieriia demum 
reiouabat avenia — La suprrma aspirazione di Dante — Come Manfredi 
s'è salvato — La " Squilla di lontano „ è qiieìla dell' .4oe Maria? — 
' La vipera che '1 meUiiese accampo „ — Appendice: A. Latteb, La 
campuiB serale nei secoli XIII e XIV secondo gli slaluti delle rittit 
italiane. 




BOLOGNA 

DITTA NICOLA ZANICHELLI 

1899. 



\}VHl3.t> 



HARVARD COLLEGE UORAI^t 

FROV» THE DBRARY OF 

JOHN ALUN CHiLD 

AUGUST 14, 1930 



Proprietà letteraria. 



BOLOGNA: TIPI DBLLA DITTA ZANICHELLI, 1899. 



Al sen. GAETANO NEGRI 

PRESIDENTE DEL COMITATO MILANESE 
DELLA SOCIETÀ DANTESCA ITALIANA 



Illustre Senatore, 

Tra i benefici de' quali io vado al massimo poeta 
nostro debitore ( e son parecchi^ a dir vero, e di varia 
natura),. questo reputar soglio singolarissimo^ che nel 
suo nome e sotto gli auspici suoi a me sia stato con- 
cesso stringer con Lei i vincoli d' un' amicizia, che il 
tempo, grandissimo saggiatore di cosiffatte leghe, ha 
resi man mano più saldi e più tenaci. Se innanzi che 
ad un medesimo intento gli sforai nostri s' accomunas- 
sero, alla sincera reverenda per V austera nobiltà del 
suo carattere,^ la. dignità somma della vita^ già s' accop- 
piava neW animo mio la più calda ammira:{ione per 
V altera dell' ingegno, mirabilmente vario in Lei, pro- 
fondo ed arguto; a cotesti sentimenti, dopoché ebbi la 
ventura di sempre più avvicinarLa, venne a disposarsi, 
caldissima, la simpatia destata dalla bontà, dalla cortesia, 
che in Lei regnano sovrane. Consenta Ella dunque, 
ottimo Senatore, che del mio devoto affetto io mi faccia 
lecito porgerLe oggi un pubblico segno, inscrivendo in 



fronte a questo libriccino il di Lei nomej caro in Italia 
ad ogni spirito colto e gentile. Tenue è come per mole 
così per pregio il libretto ; ma vi si ragiona di Dante., 
e taluni degli scritti eh' esso racchiude^ allorché furono 
letti dinanii a quel dotto consesso eh' Ella sì degna- 
mente presiede^ trovarono presso di Lei assentimento e 
favore. Gradisca pertanto tale quale è la picciola offerta^ 
e continui a volermi bene. 



Milano, novembre 1899. 



// suo aff.mo 
Francesco Novati. 



AVVERTENZA 



Degli scritti qui riuniti il primo, il secondo ed il terzo possono dirsi intieramente 
nuovi, giacché se in una lettera aperta all'amico e collega carissimo prof. Mi- 
chele Scherillo, pubblicata nella Biblioteca delle Scuole Italiane ( a. Vili, serie 2^^, 
n. 17-18), mi si porse occasione d'esprimere quel ch'io pensassi intorno alla te- 
stimonianza d' Ubaldo da Gubbio ed al valore che le si doveva attribuire, pur la 
questione del preteso insegnamento di Dante a Ravenna vi fu ( né si poteva 
altrimenti ) semplicemente accennata. I tre ultimi invece videro già la luce nei 
Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere ( Serie II, v. XXXI, 
p. 366 seg. ), e ne fu fatta poi a cura del solerte editore comm. U. Hoepli un'edi- 
zione a parte di cencinquanta copie, ora interamente esaurita. In questa ri- 
stampa ebbero tutti da me nuove cure. Anche l' erudita nota del prof. Alessandro 
Lattes sulla „ Campana serale nei sec. XIII e XIV „ é stata in servigio di essa 
dal dotto e cortese autore ampliata e rifatta. 



l 

SE DiVTE 
ABBU yjiì PULLLICVMENTE INSEGNATO 




I. 



Notissima a quanti son cultori degli studi danteschi è 1* allu- 
sione air Alighieri, sue a teneris annis adolescentie preceptor, che 
messer Ubaldo di Bastiano da Gubbio ha introdotta nel TektUe- 
logio] e non meno noto è come sul valore da attribuire a codesta 
testimonianza abbiano a lungo tenzonato i biografi; giacché 
mentre alcuni si fondavan sopra di essa per asserire che Dante 
soggiornò anche a Gubbio, altri negavano tale sua andata al- 
l' umbra cittadina, additando il Teleutelogio quasi fonte torbido ed ' 
impuro. La via più spiccia per definire la controversia sarebbe 
stata questa sola: riprendere in esame il declamatorio libretto 
deir Eugubino e cercar di mettere in chiaro quando e dove fosse 
stato composto, e quindi dedurne un giudizio sul!' attendibilità 
delle sue asserzioni : pure a ciò niuno de' contendenti volse il pen- 
siero fino agli ultimi tempi. Era riserbato al prof. Nicola Zingarelli 
il merito di risolvere in gran parte la controversia con queir eru- 
dito ed acuto scrittarello eh' egli ha intitolato La data del Teleu- 
telogio. (*) Grazie alle sue diligenti ricerche T incertezza in cui era- 
vamo sinora rimasti intorno al tempo ed al luogo che videro na- 
scere r opericciuola dell* Eugubino si può dire definitivamente 
dissipata. Ubaldo di Bastiano da Gubbio, già scolaro di diritto 
canonico e civile in Bologna, lasciata questa città, passava a di- 
morare in Firenze nella seconda metà del 1326, quando stava 
per entrarvi ( o v' era pur allora entrato ) in qualità di Signore,, 
colla consorte, lo zio, Giovanni, principe di Morea, ed un fulgido 



- 8 - 

codazzo di " signori e cavalieri e baroni, Franceschi e Proenzali e 
** Catelani e del Regno e Napoletani „ (*), Cario duca di Calabria. 
La signoria Angioina era destinata a durar poco ed a lasciare di 
sé ne' governati memorie tutt' altro che gradite ; pure in quel mo- 
mento la parte Guelfa ed insieme con essa molti de' grassi po- 
polani e mercatanti che pili tardi dissero corna de* " Pugliesi „, 
acclamava festosa e giubilante il sospirato campione; colui che 
doveva liberare Firenze dal più fiero degli avversari suoi : V in- 
domabile Castruccio. L' entusiasmo essendo di natura sua conta- 
gioso, non ci. farà maraviglia che si comunicasse anche al buon 
Ubaldo da Gubbio, il quale reputò quella propizia occasione per 
mandare in pubblico il proprio trattato, raccomandandolo non 
soltanto alla protezione del vescovo di Firenze, da cui, secondo 
io credo, ei dipendeva (^), ma a quella altresì del duca di Calabria; 
principe non " troppo savio „, per dir vero, chi dia retta al Vil- 
lani (*); ma forse dal paterno esempio stimolato e spinto ad atteg- 
giarsi ancor egli qualche volta in fautore di letterati e di poeti. 
Di qui consegue pertanto che le parole dall' Eugubino dedicate 
alla memoria di Dante possano esser stimate, come dichiara lo 
Zingarelli, „ la più antica notizia biografica che dell'Alighieri 
" conosciamo sinora, anteriore, sembra, anche a quella, ben più 
** importante d* altronde, che scrisse Giovanni Villani (^) „. 

La " più antica notizia biografica „ s* è detto ; ma all' anti- 
chità va pari l'interesse? Ecco una domanda alla quale non si 
può rispondere molto facilmente. Innanzi tutto - bisogna distin- 
guere cosa da cosa. Or di due cose appunto discorre l'Eugubino: 
della soverchia indulgenza con cui il poeta avrebbe ceduto agli 
stimoli della carne, e dell* insegnamento che dal poeta stesso gli 
sarebbe stato impartito. La prima asserzione non può avere agli 
occhi nostri, tenuto conto della forma rettoricamente vaga con cui 
è espressa (*), importanza vera. — " Quanto soverchiamente esso 
" fosse ad amore sottoposto assai chiaro è già mostrato „, di- 
remo anche noi col Boccaccio f ), perché quella di messer Ubaldo 
possa giudicarsi autorevole testimonianza. Più ragguardevole per 



— 9 — 

fermo è invece V altra notizia, come ognuno intende. Ma quale 
"ne è il fondamento? 

Che Dante sia stato realmente maestro d' Ubaldo, quando costui 
usciva di puerizia, niuno ha messo prima d'ora in forse; né dalla 
comune sentenza si dilunga lo Zingarelli. Il quale anzi, tanto è 
alieno dal sospetto che il passo del Tekutelogio sia suscettibile 
d' un' interpretazione diversa da quella che da più di cent'anni 
gli viene assegnata, pur respingendo come assurdo, anzi quasi 
quasi grottesco, il dubbio che V esule fiorentino abbia mai potuto 
recarsi a Gubbio all' intento d' erudirvi il giovinetto Ubaldo, pone 
innanzi la congettura, già, per verità, accennata alla sfuggita 
dal Mazzatinti (^), che l'Eugubino piuttosto siasi portato (in età 
tenera assai ) a Bologna, quand' appunto 1* Alighieri v' aveva posto 
dimora. Nel qual caso non già nel 1318, secondoché un tempo si 
era stimato^ bensì ad una decina d' anni prima sarebbe da asse- 
gnare la relazione del futuro autore del Teletdelogio col poeta 
divino. 

Or se questa relazione ha davvero esistito, essa porge 
un' aperta prova che Dante, negli anni dolorosi dell* esilio " mise 
'* a profitto qualche volta le sorgenti della sua coltura „, facendo 
il maestro di scuola. Né ciò deve recarci meraviglia, a giudizio 
dello Zingarelli. " Oramai tutti o quasi — scriv' egli difatti — si 
*^ piegano ad ammettei:e con Corrado Ricci che Dante insegnasse 
*^ nello Studio ravennate, forse rettorica, latina o volgare che fosse, 
^ probabilmente l'una e l'altra insieme „. Se, quand'era ospite 
di Guido Novello da Polenta, il trattatista della volgare eloquenza 
professò dunque rettorica, perché dovrà parerci strano eh' egli abbia 
insegnato anche parecchio, tempo prima, anche a Bologna, allorché 
conduceva in questa città una vita di studio? Vero è, avverte 
sempre lo Zingarelli, che al figliuol di Bastiano, se gli fu affidato 
ancor fanciullo, Dante non potè certo dare un' istruzione di ca- 
rattere molto elevato (*°). E che per questo? Come, piegando la 
fronte alla ferrea legge della necessità, l'esule fiorentino si fece 
più tardi retore a Ravenna, cosi sarà diventato, anni prima, pre- 
cettore a Bologna. 



— IO — 

A me (perché dissimularlo?) quest'ipotesi spiace, e tanto più 
spiace in quanto non ho mai saputo né so acconciarmi ad en- 
trare nella schiera di coloro che all'ipotesi escogitata dal Ricci 
non soltanto danno lode d' ** ingegnosa „ ( lode eh' io non vo' cer- 
tamente diniegarle), ma " si piegano „ altresì a giudicarla pro- 
babile. Sicché prima d' additare, come, o m' inganno, ha fatto lo 
Zingarelli, nel passo del TeletUelogio che stiamo esaminando, un 
nuovo e solido argomento in favore della sentenza che Dante 
abbia mai o in Bologna o in Ravenna ovvero altrove insegnato,, 
vuoi in forma pubblica, vuoi in forma privata, preferirei andare 
ricercando se non vi sia modo di dare alle parole di messer 
Ubaldo un' interpretazione la quale ne modifichi essenzialmente 
il significato. 

Ora la maniera e' è, e, a mio vedere, assai semplice. Chi può 
difatti forzarci a ritenere che lo scrittore del Teleutelogio abbia 
proprio voluto alludere colle parole sopra riferite ad un vero e 
reale insegnamento eh' egli ricevuto avesse dalla viva voce del- 
l' Alighieri? Non può, al contrario, messer Ubaldo essersi accon- 
tentato di designar costui quale " suo precettore „, alla maniera 
istessa con cui l'autore della divina Comedia si piace dal pro- 
prio canto appellar " dottore „, autore, " maestro „, " pedagogo „ 
Virgilio? (") Non si tratterà, insomma, d'una pura e semplice 
figura rettorica, colla quale 1* Eugubino ha inteso manifestare al 
pari di molt' altri T ammirazione schietta e vivace che ridestava 
in lui il poeta divino ? 

Né renda alcuno esitante ad accogliere questa mia novella in- 
terpretazione quanto lo Zingarelli ha osservato intorno all'uso 
fatto qui da Ubaldo della parola praeceptor^ per definire i rapporti 
che sarebbero corsi tra lui e l' Alighieri. Se dessimo retta al- 
l' egregio critico, codesto vocabolo in bocca ad Ubaldo starebbe ad 
indicare che l' insegnamento impartitogli dal poeta fu, come 1* età 
sua tenera richiedeva, umile, elementare (^'). Ma, a nostr' avviso, 
lo Zingarelli s' è qui lasciato traviare dal ricordo del significato 
speciale che in tempi relativamente assai recenti il vocabolo 
praeceptor è venuto ad assumere nel comune discorso. Nel lin- 



— II — 

guaggio medievale però la parola non solo aveva mantenute tutte 
le accezioni che possedeva già nell'uso classico, ma ne aveva 
altresì acquistate delle nuove {^). Sotto la penna dei nostri 
trecentisti pertanto essa non denota soltanto chi attenda ad erudire 
un giovane nelle arti liberali, ma, in più largo senso, chiunque 
faccia opera di maestro, non già addottrinando dalla cattedra 
gli scolari, ma componendo nella quieta solitudine della propria 
stanza scritture atte ad eccitare nell'animo di chi le legga, gio- 
vane o vecchio ch'egli sia, sensi di stupore e d'ammirazione. 
Talché niun titolo più onorifico di questo suole scendere dalla 
penna del Boccaccio ogni qualvolta egli scriva al Petrarca {^*); e 
l'esempio del Boccaccio è seguito da quant' altri vogliono ono- 
rare nel cantor di Scipione il propugnatore indefesso della dot- 
trina e della poesia antica (^^). Altrettanto tocca più tardi al pro- 
secutore di quest' opera gloriosa, a Coluccio Salutati (^^). E come 
i grandi viventi, si fregiano di siffatta qualifica i trapassati; e 
l' aggettivo, già attribuito al Salvatore dalle Sacre Carte, passa a 
designare il filosofo * morale „, Aristotele, per opera di Dante 
stesso! (") 

Ma qui taluno potrebb' ancora obbiettare : s' ammetta pure che 
prcteceptor nel citato luogo del Teleutelogio^ sia adoperato in senso 
allegorico. Però nella frase d' Ubaldo v' ha qualcosa di più ; ei 
chiama Dante suo " precettore nei teneri anni dell' adolescenza „• 
Possibil mai che, cosi dicendo, non abbia voluto asserire proprio 
altro, se non che fin da quando ei mosse i primi passi nell* ar- 
ringo degli studi, s' affisò come in sua guida nel poeta fioren- 
tino? E perché no? Giovanni Boccaccio, sforzandosi di giustifi- 
care in cospetto al Petrarca il fervente culto eh* egli professava 
all'Alighieri, non ^assevera forse che questi a lui, giovinetto, fu 
primo duce, prima face negli studi ? (^*) Ed il veneto Paolo di Ber- 
nardo non s'esprime anch' egli nella stessa guisa, anzi (curiosa 
coincidenza) colle parole medesime di cui si giova l'Eugubino, 
per manifestare tutta la devota sua ammirazione verso il Pe- 
trarca ? Ab annis enim teneris — ei gli scrive — mirari te cepi, 
te colui, te ducem habui, postremo te imaginarìum vite testem vo- 



— 12 — 

lui,,,, (^^). Perché dovremo noi mostrarci adesso riluttanti a cre- 
dere che, al pari del Boccaccio, il figliuol di Bastiano da Gubbio 
abbia eletto fin dall'adolescenza prima a guida, a maestro, a 
testimone immaginario della sua vita di pensiero colui che, oltre 
ad aver divulgato tra r ostile stupore del „ clero „ e la curiosità 
commossa del volgo il mirabil suo viaggio oltremondano, aveva 
pur tratte fuori le „ nuove rime „, composto il Convivio, dettato 
il De monarchia ? 

Di quanto siamo venuti sin qui ragionando logica conclusione 
sarebbe quella che Ubaldo da Gubbio mai non conobbe T Ali- 
ghieri, ** se non come per fama uom s'innamora „; e tale in 
realtà è la mia persuasione. 

A rafforzare la quale pur troppo niun valido argomento ci è 
lecito dedurre dalle ampollose pagine del TeletUelogio, ricchissimo 
di vacue ciancie filosofiche, ma poverissimo d' allusioni alle vi- 
cende individuali di chi V ha elaborato. Pure se non fosse teme- 
rità soverchia quella di voler trarre partito da tenuissimi indizi, 
noi oseremmo dire che anche la cronologia della vita d' Ubaldo, 
per quel tanto che se ne può .intravvedere, parlerebbe in nostro 
favore. Dai pochi versicoli che servono di chiusa al Teleutelogio 
rilevasi difatti che l'Eugubino, allorché lo stava scrivendo, trat- 
tene vasi in Bologna, assorto nello studio d' entrambe le leggi C'*). 
Ma se verso il 1326, prima di passare a Firenze, egli era 
pur sempre scolaro, difficile riuscirà di credere che avesse rag- 
giunta un' età molto matura ; tutt' al più si sarà avvicinato alla 
trentina (**). Ed in tal caso, quando 1' Alighieri si trattenne per 
qualche tempo in Bologna, vale a dire circa il 1308, Ubaldo non 
era davvero in grado di riceverne ammaestramenti di sorta! 

Ove r interpretazione nostra raccolga dunque, siccome ne ho 
fondata speranza, il favorevole suffragio dei competenti, l' impor- 
tanza della notizia dantesca inserita nel Teleutelogio ne verrà, se 
non distrutta, attenuata d'assai. Priva di qualsiasi valore per la 
biografia dell' Alighieri, essa non meriterà d' essere d' ora innanzi 
menzionata dai critici se non come prova indiretta si ma nota- 
bile dei giganteschi passi che dopo la divulgazione totale della 



— 13 — 

Comedia aveva percorso la fama del poeta divino. L'apoteosi di 
Dante è già incominciata (**). Per Ubaldo, come per tutti, o quasi 
tutti, gli scrittori del tempo, egli non è pili soltanto T artista ricco 
de' più bei doni della natura, il dotto onusto di tutti i tesori della 
scienza ; è qualcosa di più alto, di più sacro : il primo poeta volgare 
emulo degli antichi. 

U. 

Questo ch'ora ahbiam fatto non è se non un primo passo sulla 
via che intendiamo percorrere. Più forse del generale consenso 
ha contribuito a mantenere fedele lo Zingarelli alla vulgata inter- 
pretazione del passo testé discusso del Teleutelogioy una tal qual 
fiducia da lui riposta nella bontà di quell' ipotesi che, dopo essere 
stata accolta al suo primo apparire da diffidenza grande e mal 
celato scetticismo, venne poi, a poco a poco, guadagnando siffat- 
tamente terreno da strappare all'autore d'un recentissimo libro 
intorno a Dante la veramente straordinaria confessione che non 
si ha per combatterla verun argomento di peso (*^). Secondo 
quest' ipotesi il poeta sarebbesi recato a Ravenna non già, com' é 
vecchia fama, ospite di Guido Novello da Polenta, ma in quella 
vece pubblico lettore di rettorica volgare nello Studio. Campione 
di siffatta sentenza è un valente cultore delle storiche discipline, 
esperto conoscitore di cose ravennati, Corrado Ricci; il quale, 
dopo averla primamente espressa in un libriccino di polemiche 
dantesche, uscito in luce molt' anni or sono, si è dato cura di 
ripresentarla al pubblico in un recente e poderoso volume ('*), cir- 
condata di quante prove ei giudicò confacenti a renderla pro- 
babile. 

Le prove raccolte dal Ricci son desse di tale natura da poter 
sostenere vittoriosamente l' urto d' una critica la quale, non paga 
delle apparenze, voglia andar fino al fondo della questione? Per 
esser schietto io non ne son troppo persuaso, e della riluttanza 
che provo ad accettare la nuova opinione intorno alle cagioni 
che guidarono Dante a Ravenna, verrò adesso, com' è doveroso, 
adducendo i motivi. 



lì maggiore e più saldo argomento in favore dell' ipotesi che 
vogliamo combattere, è offerto, come aveva già notato il Bartoli, 
ed ì sostenitori di essa confessano, dalle parole con cui Giovanni 
Boccaccio, dopo aver nella Vita di Dante narrato come costui, 
mosso dalle profferte dì Guido Novello, s' inducesse ad elegger 
dimora in Ravenna, soggiunge: " E quivi con le sue dimostrazioni 
" fece pili scolari in poesia e massimamente nella volgare (") ,. 
Le altre testimonianze, addotte per provare che in codest' asserto 
del biografo autorevolissimo deesi scorgere un' esplicita allusione 
air insegnamento pubblico, ufficiale, di rettorica affidato a Dante 
dai Ravennati; e cioè a dire certi grossi versi di Simone Ser- 
dini da Siena, detto il Saviozzo, un passo della Vita di Dante 
compilata nella prima meta del quattrocento da Giannozzo Ma- 
nelti, nonché taluni inconcludenti aneddoti che spettano ad età 
anihf pili tarda; languidi echi quali sono tutte della dichiarazione 
liiii\-ai"fi'sca, non debbono esser giudicate degne di discussione ("|. 
t Ir trascurando per il momento ( e dico per il momento, giacché 
liuncrvmo ben presto ad occuparcene), là questione se le parole 
<kl Uoi'CiiiH'io significhino realmente tutto quanto si fa loro si- 
iJiiiliiMiv; aci'ontentìamoci di ricercare adesso se a priori sia 
.iniiiiii-'ìi'il''. in relazione a ciò che sappiamo della vita e de'co- 
-.iiiiiii dil tiiiipo, la supposizione che l'Alighieri abbia tenuto in 
l^.uviiii.i una caltcdra di rettorica volgare o, secondoché altri 
i„ii vMiii.uui'iitr sostiene, una cattedra dalla quale, insieme alla 
l.iuii-i. ij;li iivivblir insegnato altresi la poesia volgare {''). 

t.vl luii.iiui lutto : sui primi del Trecento fioriva o per lo meno 

i , \.i .invi.» in Uiivcniia un pubblico Studio? Qui coloro i quali 

1, ^-,'.111 l'.iiHf iiasforntato ìn dottore s' abbattono ad un primo 

■ i Ikm.iiiho intoppo, giacché i più moderni ed autorevoli 

,1 ,« 11- nhii\vi''ilA italiane s'accordano nel ritenere che su- 

' >u t iv\>>K> iloilìci'sìmo la celebre scuola giuridica di Ra- 

., U iivi-,1 ,»( Ulti the l'incalzavano, si chiudesse per non 

i, j\iM Sicv'ht' il nome della città, dove brillò per tanti 

yj,\,,i;tMiuo locolnrc di legale dottrina, si cerca in- 

loMiì Sludi nel sec. XIII e nel XIV ('% Il 



— 15 — 

Ricci però s' é industriato a provare come qualche vestigio delle 
antiche scuole ancor durasse in Ravenna al principio del Trecento, 
ed ha recato innanzi i nomi di due ignoti maestri, chiamati V uno 
a leggervi grammatica nel 1304, V altro logica, medicina e filosofia 
nel 1333 (^% Certo ciò non dimostra gran cosa in favore della 
continuità della tradizione universitaria in Ravenna; ma noi non 
vogliamo parere di soverchio esigenti, ed acconsentiamo quindi 
ad ammettere che un avanzo dell' antichissimo Studio si mante- 
nesse pur sempre nella sede dei Polentani, quando vi pose stanza 
r esule fiorentino. Il segreto della nostra condiscendenza non è 
tale d'altronde che ci torni increscioso svelarlo: a noi di fatti 
non importa tanto di mettere in dubbio che a Ravenna conti- 
nuasse ad esistere nel primo ventennio del secolo decimoquarto 
una larva, un' ombra dello Studio vetusto, quanto di mostrare 
come sia altamente improbabile che in quello Studio, qualunque 
esso fosse, potesse trovar luogo una cattedra di rettorica volgare. 

Ma, innanzi tutto, facciamo ad intenderci. Che cosa vogliono 
dire queste parole: rettorica volgare? 

Tra i monumenti letterari del nostro Dugento noi ci abbattiamo 
in un libro che é compendio della Rettorica ad Erennio, allor 
creduta, com' è notissimo, di Cicerone ; compendio dettato origi- 
nariamente da un Bolognese, ammiratore di re Manfredi, e rifatto 
pili tardi, per quanto sembra, da un Toscano (^°). Il trattatello, 
detto Ftor di Rettorica nelle numerose redazioni più o men com- 
piute, rimaneggiate, corrette che ce ne sono pervenute, mira però 
sempre al medesimo fine : ad ammaestrare cioè i " laici che hanno 
" valente intendimento „, i " gentili uomini volgari „, ne' precetti 
oratori, cosicché possano, pur ignorando il latino, " ornatamente 
" favellare „ nell' idioma materno. Il fine che si propongono 
dunque gli autori ed i rifacitori del nostro libro è, come si vede, 
meglio civile e politico che letterario ; si tratta infatti di dar modo 
a coloro che non sanno di lettere d' avvalersi cionondimanco 
delle loro facoltà naturali, non già per gareggiare sterilmente coi 
dotti, ma per farsi largo nella società contemporanea: di metterli 
in grado di recitare un' orazione, che — perfetta nella forma, 



— i6 -^ 

compiuta ed ordinata nella disposizione delle sue parti ed infine 
recitata a dovere — faccia trionfare la causa dal dicitor soste- 
nuta. Ora il sorgere ed il diffondersi di siffatti trattati assai ben 
si comprende in una società quale V Italiana de* secoli XIII-XIV, 
in cui gli " idioti „, i " laici „ partecipavano in maniera così 
larga, spesso anzi cosi preponderante, al reggimento della pub- 
blica cosa, e r umilissimo tra gli artefici, da un giorno all' altro, 
poteva salire alle maggiori cariche del proprio comune; ma non 
prova esso insieme eloquentemente come nelle scuole secondarie 
e superiori d* allora non s' avesse traccia d* un insegnamento del 
volgare? Giacché sarebbe grave errore, a mio giudizio, quello di 
credere che coteste scritture siano dovute a grammatici, o di 
immaginare che taluna tra esse abbia mai potuto servire come 
libro di testo in una scuola d' arti. Se noi non sappiamo oggi 
chi Fra Guidotto si fosse, possiamo tuttavia dal titolo che va 
congiunto al suo nome dedurre eh' egli non appartenne né al 
chiericato né alla classe degli insegnanti ('^); in quanto a Bono 
Giamboni poi ben s' accordano i mss. nel dirci eh' ei fu giu- 
" dice di legge (^^) „. Il Fior di Rettorica pertanto, al pari di 
qualche altro libro congenere e non meno noto ai mostri lettori, 
nuir altro ci rappresenta se non il risultato dello sforzo isolato, in- 
dividuale, per soddisfare ad una necessità sociale che si veniva 
facendo sempre più urgente ed imperiosa; ma che, data la rigida 
ed immutabile costituzione delle scuole secondarie e superiori, 
non si poteva altrimenti appagare. Al disdegno della scienza 
ufficiale suppliva pertanto, come meglio le tornava fattibile, T ini- 
ziativa particolare. 

Quest' impulso medesimo, come die origine alle versioni vol- 
gari, che videro però alquanto più tardi la luce, di talune fra le 
Artes dictandi, le quali avean goduto di maggior credito sui pri- 
mordi del secolo decimoquarto (^'^j; cosi provocò anche (cosa che 
merita d' essere adesso da noi più peculiarmente considerata) i 
primi tentativi di dare forma teorica e magistrale all'arte del 
dire in rima; arte abbandonata fin allora all' inspirazione, al gusto, 
al capriccio individuale, quantunque 1' esempio degli " eccellenti 



— 17 — 

** dottori „ giovasse già a frenare gli arbitri ed additasse ai volon- 
terosi la via da seguire. A gran torto quindi, chi si piacque pre- 
sentarci l'Alighieri sotto la cappa di lettore dello Studio raven- 
nate, oltreché taluni testi, del tutto estranei alla controversia che 
adesso si dibatte, ha citato 1* esistenza dell' Ars rhythmica d' An- 
tonio da Tempo come una luminosa prova che, sul nascere del 
Trecento, la poesìa volgare s'insegnava già nelle scuole. Egli è 
proprio l'opposto; e nel trattato del giudice padovano, ove il 
conoscessero più che di nome non ricercherebbero gli avver- 
sari nostri un conforto alle loro audaci supposizioni. Chiunque 
abbia posto gli occhi sopra il proemio da Antonio messo in 
fronte al suo libro sa bene com* egli, timoroso che altri non l' ac- 
cusi d' avere sprecato tempo e fatica, occupandosi di cosi " modica 
" scienza „, alleghi a giustificazione propria il fatto che nessuno, 
per quanto a lui constasse, aveva mai prima d'allora stimata 
degna di trattazione la poesia volgare; sicché, bramando egli 
rendere servigio agli indotti che ignorano il latino, erasi accinto 
a riordinare la materia ancora indigesta ed a sanzionare coli' au- 
torità della legge quanto per lo innanzi si osservava soltanto in 
omaggio all' esempio de' pili celebrati tra i dicitori ^) .... Ma 
non son questi i concetti stessi che avevano stimolato Fra Gui- 
dotto e messer Bono Giamboni a traslatare di latino in volgare la 
Rettorica di Tullio? Anche il libro d'Antonio da Tempo adunque, 
come il trattatello ritmico di Francesco da Barberino ed il mag- 
gior volume dantesco, è il portato delle stesse cause, il frutto 
del medesimo sforzo per rialzare l' idioma volgare, nobilitarlo, 
riavvicinarlo al latino, ad onta della ripugnanza che per esso 
prova il chiericato. Ed ancora una volta chi assume codest' inca- 
rico non è già un grammatico o un retore; bensì invece un uomo 
di legge, un magistrato, che se ebbe occasione d' assidersi infinite 
volte sulla sedia giudiziale, sopra la cattedra non sali certo mai (^^). 
Bisogna proprio persuadercene ; tutto o quasi tutto quanto s' é 
fatto in Italia nei primi due secoli in favor del volgare, negletto e 
dispregiato dai dotti e quindi inesorabilmente escluso dalle scuole 

secondarie e superiori, si compi in seno di quella classe che ne 
NovATi. a 



— i8 — 

aveva fin da tempi remoti avvertita V importanza, e s' era sfor- 
zata, come meglio aveva potuto, in servigio degli ideali suoi per 
indole essenzialmente civili, di farne oggetto d' un umile, elemen- 
tare ammaestramento (^^). 

Possiamo quindi affermarlo senza titubanza : no, nessun Studio 
italiano accolse mai nella schiera dei suoi docenti, prima che il 
sole del Rinascimento non rifulgesse altissimo suir orizzonte, un 
maestro il quale, sulle tracce di Tullio, impartisse precetti di vol- 
gare eloquenza o ammaestrasse i discepoli suoi a comporre so- 
netti e canzoni ovvero canzoni e sonetti altrui commentasse 
e dichiarasse cosi come avrebbe esposti i carmi di Virgilio o 
d' Orazio. Figuriamoci se ciò poteva verificarsi dunque a Ra- 
venna, nel primo ventennio del Trecento, ai giorni ne' quali la 
Comedia divina cominciava appena a diffondersi, cantata a pezzi 
e bocconi su per i trivi dai giullari (^') ! Per credere ad un avve- 
nimento cosi strano, cosi contrario a tutto quanto ci è noto di 
quegli uomini, di queir età, farebbe mestieri aver dinanzi V atto 
ufficiale con cui Dante fu chiamato dal comune di Ravenna a 
legger o rettorica o poesia volgare, e poi .... e poi si stenterebbe 
ancora a prestar itdt ai nostri occhi! 

Si badi bene però. Cosi dicendo io non voglio negare meno- 
mamente che in Ravenna, alla corte del gentile signore da Po- 
lenta, il " vecchio divino „, nulltus dogmatis expers, come si com- 
piacerà dirlo Giovanni da Bologna, tribuendo a lui la lode che 
Macrobio aveva rivolta a Virgilio (^^), sia stato circondato da 
un' eletta, numerosa schiera di studiosi, ammiratori del suo ingegno, 
della sua dottrina, avidi di tesoreggiare gli insegnamenti suoi (^^). 
Ma questo, com' è agevole ad intendere, nulla ha a che veder 
colla cattedra. Perché Dante potesse avviare Menghino Mezzani, 
ser Piero Giardini, ser Dino Perini, il Polentano stesso pe' flo- 
ridi sentieri del novello Parnaso, non occorreva davvero eh' ei 
levasse il pane di bocca ad un maestro solenne e " conventato „ 
di rettorica o di poesia! 



- 19 - 



III. 



" Conventato „, ho detto, e non senza motivo. Taluno infatti, 
pur consentendo meco nel ritenere sommamente improbabile che 
il poeta fiorentino abbia speso gli estremi suoi giorni leggendo 
nello Studio ravennate una materia del tutto ignota ai programmi 
universitari del tempo suo, potrebbe tuttavia, fisso nell'idea che 
le " dimostrazioni „ fatte dall' Alighieri ai propri amici siano state 
vere lezioni cattedratiche, interpellarci a questo modo: Siam 
d' accordo. Cattedre di rettorica o di poesia volgare non ne 
esistevano allora in niun luogo, e men che meno a Ravenna. Però 
ogni Studio che meritasse d'essere detto tale, vantava a que' giorni 
accanto alla cattedra di rettorica un' altra di poesia latina (^^), 
donde s'insegnavano le regole della versificazione metrica, e 
s' esponevano generalmente i quattro grandi autori : Virgilio, 
Ovidio " maggiore „, Stazio, Lucano (^*). Perché non dovremo 
noi ammettere che Dante abbia coperto siffatta cattedra? Chi 
vorrà dubitare che quel grand' uomo non sapesse dichiarare 
V alta " Eneida „, o le " crude armi della doppia tristizia di 
^ locasta „, o i fasti di colui che " Farsalia percosse „, in guisa 
da lasciare le mille miglia lontano qualsiasi più sufficiente mae- 
stro dell' età sua? Certo nessuno. 

Sta bene, rispondesi. Ma aveva egli qualità per far ciò? Co- 
loro che son cosi pronti ad affidargli or questa or quella cattedra, 
dimenticano con soverchia facilità, a mio credere, che 1' Alighieri 
non consegui mai verun grado magistrale, veruna laurea dotto- 
rale; che fu insomma semplicemente un ^ laico „; laico mera- 
viglioso, si, ma laico. Ei si venne a trovar quindi fatalmente in 
una condizione, nella quale l' insegnamento superiore doveva 
rimanergli sempre inaccessibile. La libertà d' insegnare, grandis- 
sima, per quanto s' afferma, nello Studio bolognese, quand' era 
nei suoi principi (**), aveva sofferto col volger dei secoli tante e 
tali restrizioni, che già a mezzo il Dugento non poteva far più 
parte della facoltà giuridica chi non avesse cosi privatamente 



come pubblicamente, re et nomine, conseguito il titolo di dot* 
tore (^). Quanto avveniva nel collegio dei giuristi non tardò a 
ripetersi pur nell'altro de' medici e degli artisti ("); cosicché gli 
scolari stessi, ai quali per tradizionale diritto solevano essere 
affidate alcune straordinarie letture, prima d'iniziare i corsi loro 
dovettero in omaggio agli statuti dare solenne affidamento che 
si sarebbero conventati dentro i termini loro prefissi; altrimenti 
ogni fatica da essi durata consideravasi vana e rimaneva senza 
compenso {^% Soli gli insegnanti di talune arti inferiori, come a 
dire la grammatica e la chirurgia, furono in massima esone* 
rati, se crediamo agli statuti del 1432, dall' obbligo del con- 
vento (^'). 

Le norme stesse, che dal secolo XIII in poi disciplinarono 
nell' università di Bologna T elezione dei docenti, vigevano negli 
altri Studi italiani già esistenti, ed entrarono in vigore in quanti 
sorsero pili tardi, i quali modellarono le loro costituzioni sull' esem- 
pio della Bolognese (*'). Da ciò consegue che se nel periodo di 
tempo in cui l'Alighieri abitò Ravenna, vi fiori uno Studio ed 
in questo Studio si volle istituire una cattedra, vuoi di rettorica 
vuoi di poesia, il conferimento di siffatta cattedra ebbe ad essere 
eseguito in base alle prescrizioni osservate cosi a Bologna come 
a Padova, cosi a Roma come a Firenze, insomma dapertutto. 
Ed in tal caso Dante, a cui niuno aveva mai infilzato in dito il 
simbolico anello, dovette rinunziare alla speranza di conseguirla, 
ove di simil speranza si fosse nudrito. 

Si sarà egli dunque rassegnato il fiorentino sdegnoso e della 
grandezza sua consapevole, poiché la via dell'insegnamento su- 
periore gli era preclusa, ad ammaestrare i giovinetti se non pro- 
prio negli elementi primi dello scibile, nella grammatica, a mo' di 
pedagogo umilissimo? Tanto sarebbe da credere ove s' accogliesse 
r interpretazione che C. Ricci dà nel libro suo agli esametri coi 
quali s' inizia la prim' ecloga dantesca : 



Forte recensentes pastas de more capellas, 

Tunc ego sub quercu, meus et Meliboeus eramus . . . 



— 21 — 

Ora in questi versi, che noi saremmo a prima vista inclinati 
a considerare come una semplice e non troppo felice parafrasi 
di quelli onde prende incominciamento la settima tra le ecloghe 
virgiliane (**) ; in questi versi, dico, V anonimo autore delle glosse 
conservate nel cod. Laurenziano PI. XXIX, 8, discopre un signi- 
ficato simbolico; che per lui recensere capellas equivale infatti a 
numerare scholares. Ecco dunque un nuovo e forte argomento 
per sostenere che a Ravenna Dante insegnava I Ma v* ha di più. 
Già il Macri- Leone, collegando il de more a recensentes\ (il che a 
me pare arbitrario ed erroneo (^^) ) aveva osservato : „ L' abitu- 
„ dine di recensere capellas o numerare scholares, de more ( si noti 
„ bene), presuppone una certa dimora in quel luogo (^^) „. Ed 
il Ricci, accettando la proposta, la rafforza e nel de more vede 
adombrata anche una „ continuità ordinata e regolata neir inse- 
„ gnamento i^^) „. Gran maestro quel Dante I Alla dottrina egli 
disposava dunque anche queir altra qualità tanto preziosa in un 
insegnante che è la diligenza! 

In verità a noi riuscirebbe assai facile sbarazzarci da ogni 
impiccio respingendo addirittura come arbitraria e fallace T espli- 
cazione dell' Anonimo ; né saremmo i primi, che T anima buona 
del Giuliani già ce ne ha dato T esempio ^\ Codesto rimedio però 
non ci capacita, esso è troppo eroico per i nostri gusti, tanto più 
che air autorità dell' anonimo glossatore noi siamo disposti a mo- 
strarci molto più ossequiosi di quant' altri abbia fatto" «lai sinora. 
E, d' altronde, è cosi costante ( e ben se n' avvide già il Macrf- 
Leone ) in Dante e nell' amico suo Giovanni la consuetudine di 
additare sotto le simboliche figure de' giovenchi, delle pecore, dei 
capretti, i discepoli d' età più o meno matura (^'), che non ci 
par proprio lecito qualificare qui di visionario 1' Anonimo. Anche 
per noi dunque le caprette simboleggiano gli scolari; ma che 
l'Alighieri ne sia stato il pastore, o, fuor di metafora, il maestro, 
questa è un' altra faccenda. 

Esaminiamo, lettor paziente, un poco meglio il testo che ci sta 
dinanzi. Melibeo, sotto il qual nome s' asconde, come ci insegna 
il glossatore, un concittadino del poeta, esule al pari di lui, ser 



— 22 — 

Dino Perini (^^), arde dalla curiosità di conoscere l'epistola che 
Mopso (Giovanni del Virgilio) ha inviata a Titiro ( T Alighieri ). 
Questi si fa giuoco del suo giovane amico per qualche po' di 
tempo, e quindi esce a dirgli con linguaggio anzi che no ruvidetto : 

StuUe, quid insanis ? tua cura, capellae 

Te potius poscunt, quamquam mala coenula turbet. 

„ A te, egli soggiunge poi, sono ignoti i pascoli, cui adombra 

„ r alta vetta del Menalo, . . . que' pascoli, ne' quali, mentre i gio- 

„ venchi folleggiano tra l' erbe, Mopso contempla giocondo l' opere 

„ degli uomini e degli Dei, e con dar poscia fiato alle canne di- 

„ schiude le intime gioie ... „. E Melibeo di rimando: 

si Mopsus, ait, decantat in herbis 

Ignotis, ignota tamen sua carmina possim, 

Te monstrante, m e i s vagulis prodiscere e a p r i s (^*). 

E in questi luoghi pertanto ed alla fine dell' Ecloga in un terzo 
passo, che è stato sinora interpretato nella più strana guisa del 
mondo (^^), a Melibeo è sempre assegnata la custodia dell' ircino 
gregge; a quel Melibeo, dico, che appunto per essere un rozzo 
capraio, non può, a giudizio di Titiro, gustare né comprendere i 
canti di Mopso, il bifolco d' Arcadia. Ma Titiro è dunque ben su- 
periore per condizione al suo amico, se questi lo implora qual 
maestro, e Mopso gli rivolge le sue canzoni ! Squarciamo adesso 
il velo trasparentissimo dell'allegoria; che cosa si dovrà dedurre 
da quanto abbiam veduto se non che ser Dino Perini insegnava 
ai fanciulli ravennati la grammatica, pur di guadagnarsi un tozzo 
di pane, la grama cenetta, che per la scarsezza e l' inopia a lui^ 
amante de' buoni bocconi, riusciva molesta? Ser Dino, notaio, 
come il titolo suo ci addita, ben poteva, spinto dal bisogno, tra- 
mutarsi in maestro di scuola p"). Ma che altrettanto facesse Dante 
Alighieri è troppo forte a pensare. 

In verità, chi asserisce che il cantore dell' oltretomba si con- 
ducesse a Ravenna lettore non si saprebbe bene di che cosa. 



— 23 — 

in uno Studio di problematica esistenza, non cela il proposito suo 
di combattere la tradizionale opinione che alla dolorosa povertà 
del poeta invecchiato e stanco, errabondo per le città di Romagna, 
sia venuto con signorile munificenza in aiuto Guido Novello da 
Polenta. Ed io credo d' indovinare le ragioni che rendono incre- 
scioso a taluni ammiratori dell' Alighieri il pensiero eh' egli chiu- 
desse la vita sua travagliata, „ ospite mantenuto " del tirannello 
ravennate. 

Giudicano per avventura costoro che V immagine del vate 
giustiziere ne esca, sebben lievemente, pur alcun poco sminuita; 
giacché a chi gli si mostrava largo di favori e di doni, egli non 
poteva certo rispondere con atti che d' ossequio non fossero ; i 
quali per ciò appunto mal parrebbero convenirsi a quella sua 
sdegnosissima anima insofferente d'ogni legame servile. Io però 
confesso di non dividere codesto modo di vedere. Agli occhi di 
Dante, che fu prima di tutto e sopra tutto l' uomo del suo tempo, 
non potè mai sembrare indecoroso il ricevere benefizi e compensi 
da coloro che la natura o la fortuna avessero collocati sui più 
alti fastigi della società contemporanea; né egli ebbe a provare 
mai quel rettorico abborrimento contro la tirannide, che manife- 
starono colle parole meglio che coi fatti, il Petrarca, il Boccaccio, 
ed in genere tutti gli amici e discepoli loro, ne' quali i sentimenti 
repubblicani degli avi rifermentavano innocui per effetto dell' am- 
mirazione ardentissima votata all' antichità (^^). Uomo di corte. 
Dante usò le corti e vi si piacque ; che se fé' segno di satirici 
strali, d' invettive fiere e sanguinose taluni tra i signori italiani 
del suo tempo, ciò fu perch' essi venivano meno alle generose 
tradizioni familiari, erano „ tornati in bastardi „; e, come tali, 
meritavano d' essere vituperati e derisi. Ma se le trombe di Si- 
cilia ed i corni degli Estensi e le tibie degli altri grandi avessero 
dato diverso suono, il poeta non avrebbe certo scagliato contro 
di loro il biblico racha! Sicché accanto a coloro, i quali colle 
virtù a principe convenienti sapevano blandire i suoi ideali, rin- 
focolare le speranze sue, il Ghibellino austero non sdegnò mai 
soffermarsi, ed il salire per le scale dei loro palagi se ebbe tal- 



- 24 - 

volta a sembrargli ** duro **, non mai gli parve indecoroso. E 
come s'intenderebbe altrimenti quel suo ramingare per anni ed 
anni d' una in altra corte, quel farsi ospite qua de' Malaspina, dei 
Guidi, degli Ordelaffi, là degli Scaligeri e de' Polentani ? Uom di 
corte, uom d' affari, a cui, come già per taluni degli antichi trova- 
dori, eh' egli ammirava tanto, la lingua fu sempre e spada ed elmo. 
Dante era nato per la vita agitata ed affaccendata; non già per l'esi- 
stenza placida, uniforme, modesta, del maestro di scuola. Che se 
davvero egli avesse stimato desiderabile cercare nell' insegnamento 
un tranquillo rifugio contro ogni tempesta, come mai non sareb- 
besi indotto a procacciarselo molto tempo prima? Proprio solo 
a cinquant' anni suonati, a Ravenna, egli ebbe modo di accorgersi 
che, insegnando, poteva vivere, vivere povero, ma libero? 

Temeraria impresa eli' è adunque, a mio credere, quella di 
sostituire un' ipotesi, campata, allo stringere de' conti, in aria, ad 
un fatto il quale vanta in proprio favore testimonianze ragguar- 
devoli per numero, per tempo, per qualità. Che Guido Novello 
abbia " richiesto di special grazia a Dante quello eh' egli sapeva 
" che Dante dovea a lui domandare; cioè che seco gli piacesse 
" di dover essere (^^) „ , non solo afferma il Boccaccio, a cui fa 
eco Filippo Villani (^), ma asseriscono anche i contemporanei. 
Giovanni Del Virgilio, scrivendo all' Alighieri stesso, si piace 
mettere in chiaro quanto il Polentano l' ami e lo tenga da conto : 
sicché finisce per giudicare follia la speranza che il " vecchio di- 
" vino " si scosti dal fianco di Guido per recarsi da lui: 

Mopse .... quid? es demens ! quia non permittet lolas 
Comis et urbanus, dum sunt tua rustica dona .... (**). 

E poco appresso, intento al triste ufficio di commemorare coi 
propri versi 1' amico perduto, non scorderà d' aggiungere come 
•piamente l' avesse accolto nel suo grembo il signor di Ra- 
i^enna: 

Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli 
Gaudet honorati continuisse ducis (^'). 



— 25 — 

A queste attestazioni, già note, vado lieto d' aggiungerne adesso 
una fin qui trascurata, l' importanza della quale non sfuggirà ad 
alcuno. Giovanni da Ravenna, il celebre cancelliere de' due Fran- 
ceschi da Carrara, toccando in una sua inedita scrittura della 
larghezza colla quale Bernardino da Polenta venne in aiuto del 
Boccaccio, soggiunge : Cuius ante avus Guido sic Dantis presentta 
gloriabatur, uf non modo ad nultim cuncta suppeditaret, verum 
eiiam tamquam privalus tius conversatione familiariter ulerelur ("'), 
Ho detto rilevantissimo questo passo. Se è certo difatti che Gio- 
vanni ebbe a lasciare Ravenna in età assai giovanile, pure nulla 
ci vieta di credere che nel tempo della sua fanciullezza, quando 
durava ancor vivace e fresca colà la memoria del soggiorno fat- 
tovi dall'Alighieri, egli abbia udito spessissimo discorrere diluì. 
Ed anche supponendo che altri non gliene avesse parlato, chi sa 
quante volte dovette tenergliene parola più tardi suo padre, 
maestro Conversino, il quale certo aveva veduto il poeta, e forse 
era stato in rapporti con lui! La testimonianza del Ravennate 
può sempre essere considerata da noi quasi quella d' un contem- 
poraneo di Dante. 

Vorremo rigettare dopo di ciò l' opinione tradizionale, che 
s' appoggia a cosi validi sostegni, per accettarne una fondata su 
basi ipotetiche e malfide? Sarebbe davvero un imitare il cane 
della favola che lasciò la carne per l' ombra. Ovvio riesce quindi 
conchiudere che nulla concede d' asserire che l' Alighieri abbia 
mai pubblicamente insegnato vuoi a Bologna vuoi a Ravenna. 
Non a Bologna, perché le ambigue parole dell' autore del Te/eu- 
telogio sono suscettibili d' un' interpretazione assai remota da quella 
che si è sempre data loro, pitì per consuetudine che per rifles- 
sione; non a Ravenna, giacché non è ammissibile che ai giorni 
del nostro lo Studio di quella città possedesse una cattedra o di 
rettorìca o di poesia volgare. Che se una cattedra di poesia la- 
tina vi fu, l'Alighieri non ebbe facoltà di conseguirla; e d'inse- 
gnare infine grammatica ai ragazzi, grazie alla generosa ospita- 
lità del Polentano, ei non potè davvero mai sentire il bisogno. 



i 



NOTE 



O N. ZiNGARELU, La daia del ' TtUuUlogio . {Per im hiogrmfim diDemU\ 
estr. dagli Siudi di UtL iiaL, Napoli, 1899» v. I, p. 180 s^g. 

(*) G. Villani, IsL Fior. l>b. X, cap. L E c£ F.-T. Perrexs» /fisf. de Florence, 
Paris, 1879^ to. IV, p. 96 sg%. 

O Neil' ' epistola Doncupatoria . al prelato ( Francesco SOvestrì da Gngoli, 
che occupò la sede vescovile dal 15 marzo 1323 al 21 ottobre 1341; cf. Eubel, 
Hier. cath. m, aevi, Monasterii, 1898, p. aóo), Ubaldo cosi gli dichiara: ' Mearam 
' virium habenas habetis io manibus, retrahentes aut rrlayantes easdeni prò libitn 
' voluDtatis .... E quindi aggiunge: * Deus antem omnipotens daram vestram prae- 

* senti a m mihi quam plurìmum reverendam dignctur per longissima tempora 

* conservare ,. Cf. Berardeixi, Codd. ontn, lai. et ttalic. qui tnss. in bibl. SS. 
loh. et Pauli Venetiar, asservantnr CataL in Sntwa race, d* Opusc.^ Venezia, 
1783, to. XXXVIII, n. 3, pp. 153. Di qui mi par lecito congetturare che 1' Eugu- 
bino tenesse qualche n£Scio presso la curia vescovile dì Firenze. Ho però vana- 
mente ricercato il nome suo ne' Monumenti della Chiesa Fiorentina raccolti e 
pubblicati dal Lami. 

{^) Op. cit., lib. X, cap. CIX. 

(•) Op. cit., p. 14. 

(*) Non sarà sfuggita, pensiamo, anche ad altri la singolare rassomiglianza 
che intercede tra le parole con cui Ubaldo censura Y inclinazione smoderata di 
Dante verso i piaceri del senso (* Hec illa est que Dantem.... inter humana 
' ingenia nature dotibus coniscantem et omnium morum habitibus rutilantem, 

* adulterinis amplexibus venenarit ,), e quelle onde F. Villani s'è giovato a ricordare 
i trascorsi di ser Brunetto: ' Profecto virtutum omnium habitu felix, si repentine 
' libidi nis aculeos impudicos potuisset arcere ,; Ph. Villani^ LÀb. de Civ. Fior. 

fanws. civibuSf ed. Galletti, p. 1 1. Certo l' accordo è casuale ; ma in entrambi 
gli scrittori appar manifesto il medesimo sforzo di nascondere più che riesca pos- 
sibile una verità ingrata. 

C) La vita di Dante scr. da G. B.f ed. Macri-Leone, Firenze, 1888, p. 44. 

(•) G. Mazzatinti, // Teleut. di Ub. di Seb. da Gubbio, ecc., in Arch. Sior. 
ItaLf serie IV, to. VII, 1881, p. 266. 11 nostro amico però partiva dal presupposto 
che Ubaldo avesse conosciuto Dante, mentre attendeva in Bologna " agli studi 

* di giurisprudenza , ; opinione che mal s' accorda colle dichiarazioni dell' Eugu- 
bino medesimo. 



— 28 — 

(•) Op. cit, p. 14. 

(1°) Op. cit, loc. cit. 

(**) E si può aggiungere anche Aristotele: cf. Conv, I, ix, 6f^. 

(**) Op. cit, p. 14. 

{}*) Già presso i classici praeceptor è non soltanto qui docet, ma anche qui 
iubet: cfr. Forcellini, s. v.; ed appunto di qui discende il nuovo valore di * prin- 
cipe „, " signore „, " magistrato „, che la parola assume presso gli scrittori 
medievali. Oltreché i Comiies Palaiii furono quindi chiamati praeceptores anche 
taluni dignitari d' ordini monastici e cavallereschi, com' è agevole vedere in Du 
Gange, s. v. 

(") CoRAZZiNi, Le hit, edite ed ined. di nt. G. B., Firenze, 1877, p. 47, 51, 

133, 195, 374, 335» 354» 377» ecc. 

(**) Cf. p. es. la lettera di Francesco da Fiano al Petrarca, che com. : Favor 
ingens (cod. Vatic. Ottobon. 2992, e. 26 b): " Vale, mi pater et preceptor 

* doctissime, vale, poeta clarissime, vale, peritissime orator „, ecc. 

Il Boccaccio pure è ben due volte chiamato " venerabilis praeceptor meus ^ 
da Benvenuto da Imola ( Comm., ed. Lacaita, Inf, e. II, to. I, p. 79; Par, e. XVI, 
to. V, p. 164); ma io non ho voluto citare nel testo siffatf esempio, perché il 
Rambaldi parla del Boccaccio come " lettore „ della Comedia; e quindi in certo 
modo come d' un vero e proprio " precettore ,. 

(**) * Cum igitur die quodam cum optimo meo preceptore Colucyo in 
' suo studio residerem . . . . „; lett di Lorenzo d'Antonio Ridolfì a Gianfrancesco 
de* Mannelli in cod. Panciatich. 147, e. 11 b. Mi è avvenuto già di ricordare come 
il Ridolfì attribuisca il titolo di suo " precettore „ ad ogni persona un po' colta 
con cui si trovi a carteggiare; sicché ritroviamo dichiarati tali, insieme al Salu- 
tati, Giovanni di messer Scolare da Firenze, Zenobio Niccolai, maestro Giovanni 
da Monticchiello, fra Maurizio Massi, fra Martino da Signal 

(") Cfr. IsAi. LV, 4 ; S. Lue. Vili, 45, XVII, 13. Cf. anche De mon. III, i: * prae- 
" ceptor morura Phìlosophus „; Epist,WÌU,$: " habeo praeceptorem Philosophum ,. 
— Anche Seneca è chiamato per antonomasia * praeceptor morum « da Francesco 
Nelli; cfr. H. Cochin, Un arni de Pétrarque: Lettres de F. Nelli à Peir., Paris, 
1892, Lett XVIII, p. 244. 

(") Cf. Petrarchae De reb. fam, lib. XXI, ep. XV, ed. Fracassetti, to. Ili, 
p. 108 sg. : " Inseris nominatim hanc huius officii tui excusationem, quod ille tibi 

* adolescentulo primus studiorum dux et prima fax fuerit «. 

(*•) Cf. G. VoiGT, Die Briefsantmlungen Petrarca* s, ecc., Mùnchen, 1882, p. 81. 

O Credo opportuno riferirli, tanto più che nell' opuscolo dello Zingarelli, 
dove pure si leggono (p. 6), il senso ne riesce oscuro a cagione di taluni errori 
tipografìe! : 

Illis Ubaldum me mater dulcis alebat 
Temporibus, mihi sacra patrum decreta ministrans, 
Urbibus Italiae speculum, Bononia; cuncta 
Murmura qui vici Parcarum te duce nacto, 
Lumine cuncta regens Verbi, pater optime, mundi. 



— 29 - 

(Quest'ultimo è il verso stesso col quale incomincia il primo carme del Teleute' 
ìogio). Trattandosi d'un lavoro di mole non indifferente, io suppongo, come già 
da principio mi venne fatto d'accennare (v. p. 8), che Ubaldo avesse composto 
a Bologna negli anni precedenti al 1336 il libro, che pubblicò poi a Firenze, 
in occasione della venuta di Carlo di Calabria. Alla congettura dello Zingarelli, 
che forse il TeUutelogio non fosse ancora compiuto, allorché il principe Angioino 
s'allontanò da Firenze (op. cit., p. 12), sembraQo contraddire i versi sopra citati. 

(*') Per verità Ubaldo si esprime a proposito dei suoi studi in guisa così 
enfaticamente vaga ( " iuris utriusque fluentis paululum madidus „), che mal si 
può comprendere se, quando dedicava il proprio libro al vescovo di Firenze, 
fosse soltanto baccelliere (si noti il paululum madidusV) o se invece avesse già 
ottenuta la laurea in utroque. Siccome però a conseguire questa dieci anni erano 
sufficienti ( giacché del tempo speso nello studio del diritto civile si teneva conto 
a chi volesse poi con ventarsi nel canonico, e viceversa: cf. H. Rashdall, The 
Universities of Europe in the middle ages^ Oxford, MDCCCXCV, v. \, p. aaa); cosi 
il calcolo nostro tornerebbe in tutti i modi. 

(") Altrove m' era sembrato di poter asserire che Ubaldo in un passo del 
Teleutelogio, già riferito dal Mazzatinti, op. cit., p. 271, avesse, forse il primo, 
rilevato il carattere di poeta " nazionale „ per eccellenza dell' Alighieri, chiaman- 
dolo il " Virgilio italiano „ : cfr. La hibliot delle Scuole Hai. a. Vili, serie II, 1899, 
p. 198; elogio che, mezzo secolo dopo, ricorre sulla bocca del Salutati e del Boc- 
caccio. Ma in realtà, secondoché mi ha fatto accorto 1' amico prof Zingarelli, nel 
luogo del Teleutelogio non di Dante, ma di Virgilio deesi propriamente tener 
dall' Eugubino discorso. 

(**) Vo* alludere a F. X. Kraus, che nel suo Dante, Sein leben u. sein werk, 
ecc., Berlin, 1897, lit>. I, p. 114, scrive: " Man sieht im Grunde nicht, was gegen 
* diese Annahme einzuwenden wàre „. 

(**) C. Ricci, L'ultimo rifugio di D. A., Milano, 189 1, cap. XV, p. 78 sgg. 

(") Op. cit. §. 6, p. 31. 

(*•) Non credo che molti tra i dantisti vorranno col Ricci dir * autorevole „. 
il Manetti, che nell* opera sua sui tre poeti fiorentini ha, per quanto spetta all' Ali- 
ghieri, inserita '' eine unbedeutende Compilation aus Boccaccio, Villani und Bruni, 
" ohne irgend eine namhafte Notiz hinzuzufflgen „ (Kraus, op. cit, p. 10); e 
le parole del quale, ad ogni modo, non hanno la portata loro attribuita, come 
vedremo fra breve. Che i " dottori di scienza „ poi, convenuti alle esequie del 
poeta, secondoché asserisce l' Ottimo, fossero professori dello Studio ravignano, 
si può ben congetturare, se talenta; ma come provarlo? 

i^'') Il temperamento é proposto dallo Zingarelli, op. cit., p. i^. 

(*^) Cfr. H. Rashdall, op. cit., v. I, p. 117 sg. H. Denifle, D/V Utìiversitàten 
des Miitelalters bis 1400^ Berlin, 1885, di Ravenna e della scuola sua non dice 
parola. 

(••) (1 Ricci ricorda anche un Ugo di Riccio, iuris civilis professor, che si tro- 
vava a Ravenna nel 1298. Ma dal documento ch'egli stesso ha pubblicato (op. 
cit., App. II, doc. II, p. ^ 12 ) si rileva che il detto Ugo fungeva da vicario del 
podestà di Ravenna (il pisano Giacomo Gaetani) per alcuni mesi di quell'anno. 




_ 30 — 

Cf. S, Bernicoli, Governi di Rav. e di Rom., Ravenna, 1898, p. ag. Si traila 
dunque d' un pubblico ufficiale che, probabilmente, se oc sarà tornato vìa col po- 
destà cbe r aveva salariato. E iuris civilis professor nel linguaggio del tempo, in 
casi come questo, equivale semplicemente a ptrilus, a dottor e simili. 

{") Cf. A. Cazzami, Frali Guidolto da Bologna, studio storico- crìtico, Bologna, 
1884: F. Tocco, n Fior di retlor. t li sui firÌMcip. redo*. SIC. 1 codd.fioriKlitii in 
Giont. slor. della Itti. Hai., v. XIV, 1889, p. 337 sge- 

<") Diversamente opina il Gaizani; ma cC Giorn. sior. dilla Mi. ilal, IV, 
18S4, p. 373. 

<") Cf. Tocco, op. cit,, p. 3&1- 

(") Di queste versioni io ne conosco tre, tutte e tre date alla luce nella se^ 
conda metà del sec. XIV, e sono le seguenti: 

I. La Britvi Inlroduclùmr a dlllart, pubblicata di sull' unico cod., che or sia 
conosciuto I il Riccard. 3393. del sec. XIV ex.) da F. Zambrìni in Bologna del 
1854; la quale non è già, come il Ricci, op. clL, p. 83, sembra aver supposto, 
un'opera detuia in volgare dal suo autore, bensì in quella vece un'assai libera 
traduzione, con copiose aggiunte, falla da un fiorentino, vissuto tra il 1350 ed 
il 1390. dell' ^rf diclamÌHis di Giovanni di Bonaodrea, celebre notaio bolognese, 
che insegni) ret lorica nel patrio studio dal 1393 (?) al 1331; cf. Fantczii, NotUif 
degli Scrii! Boi., to. II, p- 375 sg.; Corradi, Nolisii sui pro/ess. di latin, tulio 
Stadio di Boi., Bologna, 16B7, par. I, p. 47 sg. II libretto di Giovanni godette 
nel secolo in cui fu composto d' un' immensa diffusione, della quale stanno a 
farci testimonianza i numerosi mss. che ancora ne esistono; ecco perche l'ano- 
nimo fiorentino giudicò Utile traslatarlo, pur notando che in molte cose le * con- 
' suctudini , de' suoi giorni erano in contraddizione colle regole dell' autore- 

a. L' arti del ditiare che, inedita, si conserva nel cod. Magliabech. VI, 10, 5 
(sec. XV in.), la quale altro non e se non un molto libero rifacimento, eseguito 
nella prima metà del Quattrocento da un ignoto scrittore toscano, dell' /ff«»«*- 
ttalorium ossia Inlroductorium dt arte dictamìnis di maestro Giovanbattista da 
S. Giovanni di Moriana, dettatore fiorito suU' inizio del Trecento, intorno al quale 
È per adesso a vedere quanto ha scrìtto R. Sabbadini, Storia e crii, di ale. lesti 
Mini in Museo ital. di aniich. class., v. Ili, 1890, p. 401 sgg. 

3. La pralicha di maestro Laurentio di Aquilegia, essa pure inedita come la 
.,y,,.f^mtf<, che si rinviene unita al Fior di Rettorica nella redazione Giamboniana 
(I mi HJUr >>i'niluro spettanti all'ara dielandi nel cod. Marciano II. d. X, 134 
(«Cf, X\' (".l, ''i presenta una traslazione assai fedele della Practica dictamìnis 
ili>l IhHImim miicsli'o friulano, il quale, com'è noto, insegnò, oltreché a Bologna, a 
il 1303 (cf. il mio hJlHSSO del pens. lai. sulla civ. del pop. 
Q e la recensione di L. Delisle in JourH. dia Sairanls, di- 
.fi.). Oltre ai qui enumerati altri volgarizzamenti di scritture 
del dettare potranno forse rinvenirsi in mss. non ancora 
limo probabile che ulteriori scoperte valgano a smentire il 
.iffallo lavorio di traduzioni abbia avuto voga solunto a 

.-l'iliideratis et quod de rithimis vulgaribus per aliquam 



— 31 — 

^ artem, quae meis fuerit oculis aut auribus intimata^ non fuit per aliquos prae- 
"" cedentes aliquid sub regulis aut determinato modo vel exemplis hucusque 
"^ theorice nuncupatum, quod ad doctrinam aliquam saltem rudium in huiusmodi 
^ licet modica scientia posset accedere, sed solum quidam cursus et consuetudo 
^ rithimandi quae, ut puto, a bonis et dignis veteribus habuit principium; quod 
" quidem est per rithimatores quasi accidentalìter et pratice, non autem magi* 
" straliter usitatum etc... ea que circa hoc per experimenta rerum et praticam 
^ per alios rìthimantes vidi hactenus observari . . . . in quandam, licet parvam, 
^ artem et doctrinam et regulas .... redigere meditavi „ ; Delie rime voig. tratt. 
di A, da TempOf ed. Grion, Bologna, 1869^ p. 69 sg.; il passo è collazionato sul 
cod. Braidense AF. X. 30, e. i a. Che il da Tempo nel 1332 ignorasse d' esser 
stato preceduto dall' Alighieri non può farci meraviglia: chi conobbe in quel- 
la età il De vulgari eloquentia? Che se ad alcuno cotesto libro poteva venir tra 
mani, colui doveva esser davvero il giudice padovano, fiorito in città dottissima 
e tra amici che col latino coltivavan anche il volgare^ di cui più d'uno anzi 
vantavasi ( tale il Quirini ) d'aver in Dante il proprio " maestro e pedagogo «. 

(*•) Cf. Grion, op. cit, p. 5 sgg. e S. Morpurgo, Rime ined. di G. Quirini e A, 
da Tempo in Arch. Sior. per Trieste, l'Istria ed il .Trentino, voi. I, 1881, p. 154 sg. 

i*^) Cf. su questo punto il mio libro L' influsso del pens, lat, p. 81 e n. 224 
sg., non che i fonti ivi allegati. 

{") Che i giullari si fossero impadroniti di una parte almeno della Comedia 
«issevera nel suo Carmen, secondo è ben noto, Giovanni Del Virgilio; e la cosa 
è data come sicura da un critico avvezzo a pesar bene le proprie parole, il 
D* Ovidio ( Tre discussioni dantesche, Napoli, 1897, p. 12 e 14 ). 

C) " Virgilius nuUius disciplinae expers „: Macr., Comm. in Somn. Scip. l, vi, 44. 

(^^) Questo, e non altro, è anche il senso del passo di G. Manetti^ che il Ricci 
ha riferito, un po' sciupacchiato, a p. 82 del suo libro : " Ravennae igitur .... com- 
^ plures annos reliquum vitae suae commoratus, nonnullos sane homines egre* 
" giosque viros poeticam egregie prae ceteris edocuit compluresque egregios 
^ praestantis ingenii viros materno sermone ita erudivit, ut nonnulli ex his 
* vulgares, ut aiunt, non vulgares poetas haberentur „. Manetti Vita Dantis in 
Ph. Villani Liber, ed. Galletti, p. 78. A presiedere in Bologna un ugual circolo 
d'ammiratori suoi (nel quale però ai ^ viri „ sarebbersi mescolati/ com' era natu* 
rale, anche i giovani), invita chiaramente anche Giovanni Del Virgilio il poeta 
divino coi versi 67-69 dell' Ecloga sua: 

Huc ades: huc venient qui te pervisere gliscent^ 
Parrhasii iuvenesque senes, et carmina laeti 
Qui nova mirari cupiantque antiqua doceri. 

A Bologna pure Dante avrebbe dovuto dunque " con le sue dimostrazioni „ fare 
" più scolari in poesia e massimamente nella vulgare „; tuttavia niuno^ ch'io 
sappia^ ha mai dedotto di qui che Giovanni gli proponesse d'aprir una scuola 
di rettorica o di poesia! 

(***) Forse m' inganno, ma m' è sembrato che da taluni si tenda a confondere 
in una sola due cattedre che furono, ai tempi dell' Alighieri, affatto diverse l' una 



— 32 - 

dall'altra : quella di rettorica e quella di poesia. Or quantunque T origine dell'errore 
riesca evidente a chi rammenti come spesso avvenisse nel sec. decimoquarto 
che ad un medesimo insegnante entrambe s' affidassero, pure non sarà inoppor- 
tuno chiarir bene le cose. Osserviamo a quest'intento quanto si verificò a Bolo- 
gna nel 1331, Tanno appunto in cui Dante mori. Gli storiografi dello Studio ci 
attestano che^ essendo allor passato di questa vita ser Giovanni di Bonandrea, 
notaio e retore famoso, come s' è già accennato, il quale da più anni insegnava 
nello Studio insieme alla Rettorica anche la Poesia, gli fu dato per successore 
nella prima di queste cattedre Bertolino Benincasa da Canolo, altro dottore non 
meno celebre, che prese a leggere il Tullio nuovo ed a spiegare la summa dicia- 
minis di Bonandrea (Fantuzzi, op. cit., loc. cit.; Mazzetti, Rep. de*Proftss. dell' Uni' 
vers. di Bologna, Bologna, 18^7, p. ^8). Contemporaneamente però, volendo esau- 
dire i voti della scolaresca, il comune incaricò Giovanni Del Virgilio di assumere 
r insegnamento della poesia : " teneatur et debeat quolibet anno legere et dare 
" versifìcaturam et poesim arbitrio audientium et quibuslibet duobus annis dictos 
'* quatuor auctores „ ; ved. Magri-Leone, La bucol. lai. nella leiter. itaL del sec. XIV, 
Torino, 1889, p. 57. Più tardi, nel corso del sec. XIV, si ripetè nuovamente il 
caso che un medesimo dottore coprisse insieme nello Studio bolognese la cat- 
tedra di rettorica e quella di poesia: tra i Rotuli dello Studio, editi dal Dallari 
( / Rot. dei Lettori, Legisti e Artisti, dello Stud. Bologn. dal 1384 al 1799, Bo- 
logna, 1888, V. J, p. 7 ), noi ne rinveniamo difatti uno del 1388-89, in cui maestro 
Bartolomeo di Puglia, celebrato dottore di quel tempo ( cf Salutati, Episto- 
lario, Roma, 1893, V. Il, p. 343), è eletto " ad lecturam Rectorice et Auctorum ,; 
ed il salario suo, da cinquanta, vien quindi portato a cento lire bolognesi. Anche 
Giovanni de' Malpaghini nel 1397 in Firenze alla lettura della Rettorica congiun- 
geva quella degli " Autori „. Cf. Gherardi, Stat. dell' Univ. e Studio Fior.» Fi- 
renze, i88i, Parte II, Doc. CV, p. 369. 

(*') Dico " generalmente „, perché i quattro surricordati si consideravano gli 
" auctores „ per eccellenza; ma quando al maestro o agli uditori fosse piaciuto, 
la scelta poteva cadere anche sopra altri scrittori dell' antichità, vuoi poeti vuoi 
prosatori. L' atto d' elezione di Giovanni Del Virgilio testé citato gì' impone di 
leggere " dictos quatuor auctores et quoscumque alios auctores prò libito audi- 
" torum, sed quolibet anno duos ad voluntatem audientium „ : ed anche il Malpa- 
ghini a Firenze vien chiamato " ad legendum unum auctorem, hystoricum, mo- 
" ralem aut poetam quolibet anno „. 

("•") Cf. Rashdall, op. cit., V. I, p. 206 sg. 

(*') Cf. C. Malagola, Statuti delle Univers. e dei Collegi dello Studio Bologn., 
Bologna, MDCCCLXXXVIII, Stat. dell' Univ. dei Giuristi, 1317, Hb. II, p. 37; 
1433, lib. II, p. 97. E cfr. anche Dallari, op. cit., v. I, p. VII e Proemi dei 
Rotuli, p. XIX. 

(*■*) Cf. Malagola, op. cit., Stat. dell' Univers. di Medie, e d'Arti, 1405, 
rubr. XLII, p. 254; rubr. L, p. 357. 

(") Cf. Malagola, op. cit.. Stat. dell' Univ. dei Giur., 1432, lib. II, p. 97; 
Dallari, op. cit., v. I, p. XII e sgg.; p. XIX, ecc. 

(^^) Ved. Malagola, op. cit, p. 254 e cfr. Rashdall, op. cit, v. I, p. 943 e 



- 33 - 

247* Le cose però non dovettero andar sempre nello stesso modo. Per ciò che 
spetta alla grammatica, la rubr. XLII degli Statuti de' Medici e degli Artisti, 
dopo aver decretato che niuno possa insegnar a Bologna " in aliqua scientia or* 
" dinarìe^ nisi fuerit conventuatus „, e stabilite le pene non solo per il docente che 
violasse siffatta disposizione, ma anche per chiunque andasse ad udirlo; sog- 
giunge : ■ legentes in gramatica .... non teneantur ad predicta. „ Però quest* esen- 
zione è subito temperata dalla clausola: " nisi esset prò utilitate Universitatis 

* scolarìum ; tunc sibi exhibeatur terminus duorum vel trium mensium, si fuerit 

* obtentum per maiorem partem diete Universitatis „, Per il " bene „ dell* Uni- 
versità (frase molto vaga!) si potevano obbligare dunque anche i grammatici 
che volessero leggere nello Studio a conventarsi. Ma v'ha di più. Sullo scorcio 
del Trecento l'obbligo del convento era già imposto loro anche per le letture 

* straordinarie «. £ diffatti ne'Rotuli dal 1384-85 accanto agli insegnanti ordi- 
nari di grammatica, noi rinveniamo due scolari incaricati di leggere la stessa 
materia; ma cosi all'uno come all'altro è nel documento rammentato l'impegno 
assunto d' addottorarsi dentro un lasso di tempo prestabilito ( due mesi scarsi 
per il primo, quasi sei per il secondo): alias nullum solarium percipiat: v. Dal- 
LARi, op. cit., V. I, p. 5. 

' (*'') A Padova non solo non " potevano essere professori ordinarii e straor- 

* dinarii se non dottori „ (Gloria, Monum. della Univ. di Padova ( 1222-1 ji8) 
in Ment. del R. Istit, Veneto, XXII, par. Il, 1885, p. 395 sgg. ); ma ai gramma- 
tici stessi, che leggevano nello Studio, correva V obbligo d' essere " con ventati 
" et approbati „, come attestano gli statuti comunali del 1259 (cf. Gloria, op. cit., 
P* 375f e Denifle, op. cit., v. I, p. 800). Altrettanto seguiva ad Arezzo, dove gli 

statuti del 1255 impongono che " nullus audeat legere ordinarie in civitate Aretina 

' nec in gramatica nec dialectica nec in medicina, nisi sit legitime et publice et 
' in generali conventu examinatus et approbatus et licentiatus quod possit in 

* sua scientia ubique regere „ : cf. F. von Savigny, Gesch. des Rómisch. Rechts 
int Mittelalter, Heidelberg, 1822, v. Ili, p. 625. E cosi pure decretavano gli statuti 
dello Studio romano ( v. F. M. Renazzi, Storia dell' Univ. degli Studi di Roma, 
Roma, MDCCCIII, to. I, App. al lib. I, Doc. XXXIV, p. 271), ed altresì quelli della 
Università Fiorentina, " lauda bilem consuetudinem in omnibus gene- 
' ralibus Studiis observatam, in hoc nostro Studio inmitantes „: Ghe- 
RARDi, op. cit. Stai. rubr. LXXIII, p. 81. 

(♦•) ViRG. Bue. Ed. VII, 1-2: 

Forte sub arguta consederat ilice Daphnis, 
Compulerantque greges Corydon et Thyrsis in unum, etc. 

i*^) Secondoché indica la collocazione delle parole, la quale qui s'accorda 
collo svolgimento del pensiero, de more- deesi riferire a pastas: Melibeo e Titiro 
passano in rassegna le caprette, dopoché queste " tornano dal pasco „ pasciute, 
com'è costume (cf. Virg. Ecl. IX, 23-24). 

(*•) F. Macrì-Leone, op. cit, p. 109. 

(") Op. cit., p. 84. 

NovATi. 3 



— 34 — 

(••) Cf. opere latine di D. A., reintegrate nel testo con nuovi comm., Firenze, 
1882, V. 11^ p. 326. 

(*') Macrì-Leone, op. cit, p. 109 sg. 

('*) Ricci, op. cit., p. 99 sg. 

(") Ecl. I, vv. 9-26. 

(^6) Manifestato il proposito suo d' inviare a Mopso dieci vaselli di latte, 
Titiro chiude il suo discorso con un' ultima raccomandazione, alquanto ironica, 
a Melibeo: 

Tu tamen interdum capros meditere petulcos, 
Et duris crustis discas infigere dentes; 

e quindi TEcloga stessa ha fine (v. 65-68). Or intorno al significato di questi 
versi il Dionisi; che pur troppo è passato e passa ancora come uno dei più fe- 
lici interpreti delle Ecloghe dantesche, mentre di solito non ne imbrocca una; 
esce fuori con la seguente incredibile diceria: " Queste io le ho per parole di 
" Ser Dino Perini, di Melibeo; colle quali egli insinui a Titiro, cioè a Dante, che 
" mediti a quando a quando petulcos... capros^ vale a dire i Grandi alla sua parte 
" contrarj, per guardarsene ; e i personaggi degni d' infamia, per inserirne anche 
" nel Purgatorio la riprensione o la satira; e che s'avvezzi a masticar con pa- 
" zienza il pane degli altri, che ha sette croste, ovvero il pane della povertà, eh' è 
" per sé stesso durissimo „. Serie di Aneddoti, n. IV, Verona, Erede Merlo, 
MDCCLXXXVIII, p. 9. Si può dar di peggio I Eppure codesta fantastica spiega- 
zione ha fatto fortuna. La ripete tal quale il Fraticelli; il Giuliani la loda (bellis- 
sima questa, che dopo averla adottata nel commento (op. cit.^ p. 332), a p. 335 
se ne scorda, e nel tradurre T ecloga, lascia i due versi a Titiro!): solo il Pa- 
SQUALiGO, Ecloghe di G. del Virg. e di D. Aligh., Lonigo, 1887, p. 45, la respinge, 
perché: " stando alla nuda lettera, non vi ha dubbio che il discorso è qui di 
* Dante a Melibeo »; in compenso però, fìsso nell'idea che Dante sia or Titiro 
or Melibeo, cava partito dai due versi per un inintelligibile sproloquio. Or tutto 
questo a me pare un voler chiudere gli occhi per non vedere. In primo luogo è 
impossibile togliere a Dante i due versi: la é questione di senso comune. In se- 
condo poi come si fa ad immaginare che i " capri petulci „ sian altra cosa dai 
soliti scolari^ " cura „ di Melibeo, altre due volte indicati colla stessa parola 
nell'Ecloga? Bisogna proprio non capir nulla del linguaggio bucolico per supporre 
che sotto le spoghe de' capretti lascivi (che tanto vale il petulci del testo) 
Dante potesse nascdndere i " grandi alla sua parte contrari! „ o i personaggi 
da infamare nella Comedial Ma ove a costoro egli si fosse dato briga d' alludere, 
ben altre fiere g!i avrebbero prestato il lor nome! Né meno assurda è la spiega- 
zione del verso seguente. Dante (s'è già veduto) ama rimproverare scherzosa- 
mente a Melibeo che i carmi di Mopso " non sono pane pe' suoi denti «. E qui 
ripete il rimbrotto: " Mentr' io attendo a mugnere, tu occupati delle capre, ed 
" impara a metter i denti nelle dure croste „, cioè stude in his, come dice il 
glossatore anonimo: ' cerca di farti più dotto „. E se abbisognasse una prova 
che questo, e non altro, è il senso vero del verso, noi additeremmo tosto 1* ecloga 



— 35 — 

colla quale Giovanni Del VirgUio ha risposto alla dantesca. Il maestro bolognese 
vi si dice pronto a ricambiare il latte di pecora che Dante gli invierà con altret* 
tanto latte di giovenca, allor allora spremuto, " quo dura queant mollescere 
" e r u s t a w ( v. 93 ). O di quali croste si parla qui, in grazia, se non di quelle 
appunto che Melibeo durava fatica a rosicchiare? Che c'entran dunque il pane 
altrui " dalle sette croste „ ed il pan della povertà, e gli altri sogni del Dionisi? 

(") Nulla tornava più agevole ad un notaio del sec. XIV dì quello che tra- 
sformarsi in maestro di grammatica, data la strettissima parentela, ond' erano 
allora insieme congiunte le scuole d' ars notaria e d' ars dictandù Ved. in prò- 
posilo quel mio vecchio lavoro che è La giovinezza di Coluccio Salutati, Torino, 
1888, p. 66 sgg. — Sopra il Perini avrò occasione di ritornare in un nuovo lavoro. 

(") Occorre forse rammentare tutto lo scalpore fatto dal Boccaccio, a cui 
s* unirono e il Nelli e il Bruni e, più tardi, anche il Salutati, allorché il Petrarca 
ebbe a recarsi presso de* Visconti? La lettera che Giovanni diresse al suo vene- 
rato amico in quell'occasione ribocca d'indignazione e di paroloni (cf. Corazzini, 
op. cit., p. ^7 sgg.); eppure l'autore di essa, quando la necessità a ciò l'indusse, 
non sdegnò d'accettare, anche lui, l'ospitalità ed i benefici di " tiranni „, come 
Francesco Ordelafiì, Ostasio e Bernardino da Polenta. Lungo discorso potrebbesi 
fare intorno a quest' argomento, né privo d' interesse. Ma qui soltanto avvertiremo, 
a mostrar come siasi andato facendo sempre maggiore l' influsso dell' antichità, 
^nche in quest'ordine d'idee, sulle menti degli amici e discepoli del Petrarca e 
del Boccaccio, che a parecchi di costoro sembrava riprovevole audacia quella 
che consigliò l' Alighieri a cacciar nel più cupo dell' Inferno gli uccisori di Cesare, 
tanto che il Salutati dovette sorgere nel De fyramno a difendere contro di loro 
il suo glorioso concittadino. 

e») Vita di Dante, § 5, p. 30. 

(•*) Op. cit, ed. Galletti, p. io. 

(") EcL \, vv. 8o-8i. 

(") Cfr. Vita di Dante, § 6, p. 33. 

(•') De eìigibilis vitae genere in cod. della Nazionale di Parigi, Fonds Lat. 
^494, e. 12 A. 



II. 



PASCUA PIERIIS 
DEMUM RESONABAT AVENIS 



I. 



Si può dirlo senz'essere ingiusti verso chicchessia: tra i 
tanti cultori degli studi danteschi, i quali dallo scorcio del se- 
colo XVIII in poi ebbero ad occuparsi della corrispondenza 
poetica corsa tra T Alighieri e Giovanni Del Virgilio, il solo che 
abbia dato prova sicura d'averne riconosciuto il vero carattere 
e ben compresa tutta l' importanza, è stato Francesco Macri-Leone. 
Pur troppo anche a lui la " livida Atropo „ ruppe a mezzo il 
giocondo lavoro ; sicché del libro eh' egli aveva vagheggiato in- 
torno alla Bucolica latina nella letteratura nostra del Trecento, 
la prima parte soltanto potè vedere la luce; ed anche questa, 
messa sgraziatamente a stampa dall' autore, mentre si trovava 
lontano da ogni centro di cultura, martellato dalla brama di pro- 
cacciarsi alla lesta un " titolo „, che lo riconducesse in meno 
inospitale soggiorno; usci fuori portando impressi i dannosi vestigi 
di quella fretta, che " dismaga l' onestade „ non degli uomini sol- 
tanto, ma altresì delle opere loro (*). Ad onta di ciò, ripeto, il 
giovine critico leccese, dotato com' era di svegliato ingegno e di 
non scarso acume, seppe giudicare le ecloghe dei due trecentisti 
con molta maggiore finezza di quella mostrata da tutti i predecessori 
suoi, e levare quindi di mezzo come non pochi altri pregiudizi 
intorno ad esse diffusi (*), anche un' erronea opinione che, tenuta 
com'era da letterati per fama chiarisssimi, minacciava d'abbuiare 
sempre più la questione in luogo di chiarirla. Aveva in vero 
fatto dapprima capolino tra gli studiosi per opera di Giorgio 
Voigt la credenza che Dante si fosse preso giuoco del consiglia 



— 41 — 

Come pur dianzi accennavo, la causa tolta a difendere dal 
compianto Macrf-Leone era di tale bontà, che la vittoria non po- 
teva mancargli, anche quand'egli per raggiungerla avesse con 
minor vigoria combattuto. E difatti oggi non v'ha più alcuno 
disposto a farsi campione vuoi dell' una vuoi dell' altra delle due 
opinioni dal Macri-Leone respinte. Pure, ove al Gaspary re- 
stasse, eh' io noi credo, ancora qualche fautore, riuscirebbe age- 
vole a noi, rafforzando di nuove obbiezioni il manipolo di quelle 
già addotte, costringerlo a piegare in ritirata. 

Supponiani dunque per un istante, che il poeta illustre, of- 
feso dall' audace e non richiesto consiglio del maestro bolo- 
gnese, si fosse davvero proposto di rintuzzarne la baldanza con 
velati ed arguti rimbrotti. Possiamo noi credere che in tal caso 
ei sarebbe stato pago a pungerne la protervia con le allusioni, 
recondite tanto da riuscire inintelligibili, al " bianco paziente „, 
al ** canaletto „ umile, che accoglie e guida giù per il declivio 
del monte le linfe che sovra la cima zampillano, ai " turpi orec- 
" chi „ di re Mida, alla morte del protervo Pireneo? O Ben più 
naturale sarebbe ritenere che anche in quegli amplissimi elogi 
da lui prodigati al suo contradditore, 1' Alighieri avesse versato 
qualche stilla di fiele. Sicché, quand' egli scrive che Mopso suole 
all'ombra del Menalo, nei fioriti prati d'Arcadia, dar fiato alle 
pastorali canne con si inaudita dolcezza da rinnovare i prodigi 
d'Orfeo, giacché 

dulce melos armenta sequantur, 
Placatique ruant campis de monte leones. 
Et refluant undae, frondes et Maenala nutent; {*) 

noi dovremmo restare incerti se vedere in siffatte parole una 
lode sincera o una garbata canzonatura. Ma Giovanni a co- 
dest'ecloga, presentatagli quasi un vaso, che ha intriso il labbro 
di un " soave licore „, mentre contiene in fondo de' " succhi 
" amari „, s' affretta a rispondere immediatamente con un' altra, 
nella quale 1' ammirazione per il " divin vecchio „, che manife- 
stavasi già tanto grande nel primo suo carme, par fatta mag- 



— 42 — 

giore, pili intensa, soprattutto più affettuosa. O come mai? Egli 
dunque non ha capito nulla? Ha preso per moneta buona e 
sonante le sarcastiche lodi tributategli? Possibile che un'ironia, 
la quale balza evidente agli occhi de' critici, nati cinque secoli 
dopo, sia rimasta inavvertita a colui che ne era il bersaglio? 
Ma v' ha dell' altro. L' ecloga di Dante sarebbe stata dettata per 
difendere il volgare dagli attacchi di Giovanni, anzi, addirittura 
di tutto quello stuolo di dotti, che il maestro bolognese rappre- 
sentava; ed in essa non si rinvien parola che accenni ai meriti 
vilipesi, ai conculcati diritti di queir idioma in cui l' Alighieri 
aveva dettato la Comedia? 

Adagio un poco : la difesa del volgare e' è ; odo rispondermi 
da più parti ; ed agli altri s' aggiungerebbe qui, ove fosse vivo, 
anche il Macri-Leone. Giacché egli pure, il valente giovine, dopo 
avere intravveduta la via che si doveva battere per discoprire il 
vero, non ha saputo percorrerla tutta quanta; ma, ad un tratto, 
ricalcando le proprie vestigia, è tornato a mescolarsi alla schiera 
di coloro che aveva cosi felicemente sorpassati. Chiarito infatti 
che neir animo di Dante non allignò mai pensiero alcuno meno 
che benevolo e cortese verso Giovanni Del Virgilio; laonde è 
vano ricercare ne' versi a lui diretti traccia di scherno o di mal 
animo; egli soggiunge che l'Alighieri volle disarmare con altro 
mezzo, ben più nobile e degno, il suo contradditore: vale a dire 
" facendogli gustare i prodotti della sua originale e ricchissima 
" Musa volgare „ (^). Or cosi affermando, il Macrf-Leone ha 
adottata una sentenza che, per essere da tutti comunemente te- 
nuta, non per questo dee dirsi, a parer nostro, prossima al vero. 
Poiché il vero, a compendiarlo in poche parole, è tale: Dante, 
ben lungi dal rigettare, vuoi scherzoso vuoi ironico, il suggeri- 
mento di Giovanni, dichiara non solo d'accettarlo, ma s'accinge 
tosto a metterlo in esecuzione. So che codest' asserto farà inar- 
care le ciglia a più d' uno (*°). Ma io non chieggo che d* essere 
ascoltato prima di venir giudicato; e quindi, bandito ogni in- 
dugio, m' affretto ad esporre le cagioni che hanno prodotta in 
me siffatta persuasione. 



- 33 - 

247- Le cose però non dovettero andar sempre nello stesso modo. Per ciò che 
spetta alla grammatica, la rubr. XLII degli Statuti de' Medici e degli Artisti, 
dopo aver decretato che ninno possa insegnar a Bologna * in aliqua scientia or- 
' dinarìe, nisi fuerit conventuatus «, e stabilite le pene non solo per il docente che 
violasse siffatta disposizione, ma anche per chiunque andasse ad udirlo; sog- 
giunge: * legentes in g^amatica . . . . non teneantur ad predicta. « Però quest'esen- 
zione è subito temperata dalla clausola: * nisi esset prò utilitate Universitatis 

* scobrium; tunc sibi exhibeatur terminus duorum vel trium mensium, si fuerit 

■ obtentum per maiorem partem diete Universitatis ». Per il * bene , dell* Uni- 
versità (frase molto vaga!) si potevano obbligare dunque anche i grammatici 
che volessero leggere nello Studio a conventarsi. Ma v'ha di più. Sullo scorcio 
del Trecento l'obbligo del convento era già imposto loro anche per le letture 

* straordinarie ,. E diffatti ne'Rotuli dal 1384-85 accanto agli insegnanti ordi- 
nari di grammatica, noi rinveniamo due scolari incaricati di leggere la stessa 
materia; ma cosi all'uno come all'altro è nel documento rammentato l'impegno 
assunto d' addottorarsi dentro un lasso di tempo prestabilito ( due mesi scarsi 
per il primo, quasi sei per il secondo): alias nullum salarium percipiat: v. Dal- 
LARI, op. cit., V. I, p. 5. 

(*') A Padova non solo non • potevano essere professori ordinarii e straor- 

■ dinarii se non dottori „ (Gloria, Monum. della Univ. di Padova (i22^'iji8) 
in Mem. del R. Istit, Veneto, XXII, par. II, 1885, p. 395 sgg.); ma ai gramma- 
tici stessi, che leggevano nello Studio, correva 1' obbligo d* essere " con ventati 

* et approbati ,, come attestano gli statuti comunali del 1259 (cf. Gloria, op. cit., 
P« 375f e Denifle, op. cit., v. I, p. 800). Altrettanto seguiva ad Arezzo, dove gli 

statuti del 1255 impongono che * nullus audeat legere ordinarie in civitate Aretina 

" nec in gramatica nec dialectica nec in medicina, nisi sit legitime et publice et 
" in generali conventu examinatus et approbatus et licentiatus quod possit in 
" sua scientia ubique regere „ : cf. F. von Savigny, Gesch. des Romisch, Rechts 
im Mittelalter, Heidelberg, 1822, v. Ili, p. 625. E cosi pure decretavano gli statuti 
dello Studio romano ( v. F. M. Renazzi, Storia delV Univ, degli Studi di Roma, 
Roma, MDCCCIII, to. I, App. al lib. I, Doc. XXXI V, p. 271), ed altresì quelli della 
Università Fiorentina, " lauda bilem cons uetudinem in omnibus gene- 
" ralibus Studiis obscrvatam, in hoc nostro Studio inmitantes „: Ghe- 
rardi, op. cit., Stat. rubr. LXXIII, p. 81. 

(") ViRG. Bue, Ecl. VII, 1-2: 

Forte sub arguta consederat ilice Daphnis, 
Compulerantque greges Corydon et Thyrsis in unum, etc. 

(^*) Secondoché indica la collocazione delle parole, la quale qui s'accorda 
collo svolgimento del pensiero, de more- deesi riferire a pastas: Melibeo e Titir'* 
passano in rassegna le caprette, dopoché queste " tornano dal pasco ,, 
com'è costume (cf. Virg. Ecl. IX, 23-24). 

('") F. Macrì-Leone, op. cit., p. 109. 

l") Op. cit., p. 84. 

NOVATI. 



^ 



— 44 — 

Or qual " dottrina „ si nasconde sotto il velame allegorico 
in questi esametri? Monsignor Dionisi nell'edizion sua delle 
ecloghe, appoggiandosi all' autorità dell' Anonimo glossatore del 
cod. Laurenziano PI. XXIX, 8, e soprattutto fidando nella po- 
stilla, che la parola ovis spiega come bucolicum Carmen^ stimò 
che Dante alludere qui volesse all' ecloga stessa che stava scri- 
vendo. Egli interpretò dunque T intero brano, testé letto, in que- 
sta guisa: ** Che faremo, disse (Melibeo), volendo noi rinvitarlo 
" (Mopso)? cioè, s'intende, bisogna (come spiega l' anonimo ) in 
" qualche modo rispondergli; se no, e' non ci scriverà più „. 
Per ovviare a siffatto danno, 1' Alighieri " consigliasi ecloga la- 
" tina mandargli, eh' è questa istessa, in cui egli sotto la persona 
" di Titiro fìnge tener sermone con Melibeo „; ecloga, della 
quale i dieci vasetti di latte riescono " simbolo certissimo '* „. 
Ed in prova sempre maggiore di ciò il Dionisi adduce anche le 
parole di Giovanni Del Virgilio, il quale nell' ecloga sua alla 
Dantesca responsiva manifesta, in persona di Mopso, il disegno 
di mandare a Titiro altrettanto latte quanto costui gliene volle 
donare : 

tot mandabimus illi 
Vascula, quot nobis promisit Tityrus ipse (**). 

" Ora Mopso col suo latte non intese che la ecloga stessa, 
'* ove questo dice; dunque a giudizio di maestro Giovanni anche 
" Titiro nel suo regalo di latte promesso a Mopso non poteva 
" non intendere T ecloga stessa, ove tal cosa annunziava „. Per 
verità a creder questo può riuscire di qualche incomodo il pro- 
misit del testo (o non aveva forse Dante già effettivamente man- 
data all' amico 1' ecloga sua?). Ma la difficoltà sarà tolta di mezzo, 
ove al promisit si sostituisca un praemisit (*^). 

Tale 1* esplicazione del Dionisi, che, pur nascondendo in sé 
stessa una particella di verità, non riesce tuttavia nel complesso 
accettabile, né presentasi, almeno in apparenza, soddisfacente e 
persuasiva. Non è a stupire pertanto che contro di essa siano 
insorti più tardi quanti vollero far materia degli studi loro le 



— 45 — 

ecloghe dantesche. E tutti stimarono, combattendo V erudito ve- 
ronese di combattere insieme l'Anonimo trecentista; nel che, 
come or ora vedremo, s'ingannarono a partito. 

Tra coloro, che più s'affaticarono a confutare il Dionisi, un 
luogo segnalato però spetta, dopo Filippo Scolari (*'^), al padre 
Marco Giovanni Ponta, non tanto perché ei sia stato, come affer- 
mava il Giuliani ("), " uno dei maggiori dantisti del nostro secolo „, 
quanto perché l'opinione da lui propugnata in una prolissa scrit- 
tura, inserita nel Giornak Arcadico del 1848 ("), tiene oggi an- 
cora il campo, né ha mai, eh' io sappia, rinvenuto oppositori. 
E poiché contro il Ponta dunque a noi tocca combattere, cosi 
gioverà esporne prima con imparziale chiarezza i ragionamenti. 

" La corrispondenza poetica di Dante e Giovanni Del Vir- 
" gilio „: questo è il titolo che la dissertazione del " savio e 
^ dottissimo „ Somasco porta in fronte; pure cadrebbe in er- 
rore chi stimasse che della corrispondenza stessa s'occupi es- 
senzialmente l'Autore. In realtà a lui essa è non già fine, ma 
mezzo per raggiungere il proprio intento: quello di provare, 
contro la sentenza d' Ugo Foscolo, che il " poema sacro „, ben 
lungi dall'essere ancora ignoto al pubblico quando Dante morf, 
era già stato dato tutt' intero alla luce fin dal 1319, salvoché gli 
ultimi tredici canti del Paradiso (**). Or siccome l' enimmatica 
allusione all'agna da lui posseduta ed ai dieci mastelli di latte 
che proponevasi mugnerne, introdotta dall' Alighieri nella prima 
sua ecloga, sembrò al Ponta offerire un valido sostegno alla tesi 
di cui s' era fatto patrocinatore ; ben si capisce da ciò com' egli 
abbia fatto tesoro di ogni argomento, vuoi da altri già addotto 
vuoi da lui stesso escogitato, pur di mostrare vana ed infon- 
data la sentenza che nella pecora simbolica si celasse 1' ecloga 
latina. 

Comincia dunque il Ponta dal negare che la domanda di Me- 
libeo a Titiro: quid faciemus , » , Mopsum revocare volentes^ óébbsL, 
come il Dionisi aveva creduto, esser intesa cosi: " Che farem 
" noi, volendo rinvitar Mopso, acciocché torni a scriverci „ — 
Revocare non ha qui, egli dice, la forza che in altri casi pos- 



- 46 - 

siede di " rinvitare „, bensì quella, che gli è pure comunissima, di 
" indurre altrui a mutar sentenza, maniera d' agire „, e simili (*^). 
Melibeo non chiede quindi che cosa occorra fare, perché Mopso, 
invitato, riscriva, ma perché egli, cangiando d* avviso, si pieghi 
a concedere che Dante sia coronato per la poesia italiana (^^). 
Premesso questo, assai chiaro si scorge come il dono che Titiro 
dichiarasi disposto ad inviare a Mopso, de' dieci vasi di latte 
spremuto dalle poppe della sua pecora prediletta, non possa in 
veruna guisa essere simbolo di quanto concerne V ecloga e 
r idioma latino. Prima di ricercare il senso allegorico delle scrit- 
ture altrui, continua argomentando il Ponta, dee chi legge inten- 
derne bene quello letterale. Or che leggiamo noi nell' ecloga 
dantesca? Per espressa testimonianza di Titiro, Melibeo ci è 
presentato in essa " uomo cosi tutto volgare ed idiota che nulla 
" si conosce del parlare latino tenuto da Mopso a Titiro nel 
" Carmen antecedente „: sicché riesce ragionevole asserire es- 
sergli sconosciuto il fonte da cui sgorga la poesia latina (**). 
Dair altro canto Titiro asserisce che Melibeo ben conosce la sua 
pecora. Ora, s*ei conosce la pecora, dee conoscere anche il latte 
ch'essa suol dare; ma, in tal caso, né la pecora né il latte pos- 
sono simboleggiar la poesia latina; quindi torna assurdo il cre- 
dere che i dieci vasetti debbansi identificare coir ecloga dantesca. 
E poi, chi ben guardi, le qualità tutte dell' allegorica agnella 
mal si confanno alla poesia latina. Scrive infatti Dante non solo 
ch'essa è nota a Melibeo, uomo illetterato, ma che a luì stesso 
è carissima, che abbonda di latte, che è schiva delle altre greggi, 
e non usa in alcun altro ovile, docile e mansueta cosi da venire 
al mastello spontanea, senza che mai alcuno la debba sforzare. 
" Or e quando mai Dante frequentò questa sorta di verseg- 
" giare? Quando mostrossi più appassionato di questa, che della 
" poesia italiana? come fé' conoscere che questa pecora usasse... 
" di presentarsi spontanea alla mugnitura di Dante, il quale 
" pei versi latini... sino a quel tempo non fu mai conosciuto 
"" poeta? „ n. 

Se non è dunque la musa, l' ecloga latina, che sarà mai co- 



— 47 — 
dest' agnella? Che sarà? risponde il Ponta. Essa è la musa ita- 
liana, " la quale senza fallo può dirsi e carissima a Dante, e 
" nota a Melìbeo, e abbondantissima di latte poetico italiano, e 
* schiva degli altri ovili e degli altri greggi, avendo nulla di 
" comune cogli altri poeti italiani, se pur n'eccettui l'esteriorità 
" del verso: né gli manca il pregio della docilità di prestarsi 
" volonterosa e spontanea ai desideri del mistico pastore „ ("). 
Dalle gonfie poppe di essa Dante " mungerà tosto dieci mastel- 
" letti di latte, simbolo di altrettanti canti della Commedia, per 
" mandarli a Mopso: acciocché, sottintendi, veduto si bel dono, 
" muti pensiero per modo sulla Commedia, da dover credere il 
" suo autore degno della poetica corona „ ('^); e questi canti 
apparterranno alla sola parte del poema, che ancora non era 
pubblicata, cioè al Paradiso. Cosi le dieci misure di latte sono 
" il vero simbolo degli ultimi dieci canti, che ancor mancavano 
" al pieno compimento del poema sacrato: i quali però non 
" erano a quei giorni composti, ma 1' autore intentamente vi si 
" era occupato: Rupe sub ingenti carplas modo ruminai herbas: 
" Hanc ego praeslolor manibus mulgere paralis „ ('^). 

L'interpretazione del Ponta, ingegnosa senza dubbio e sot- 
tile, consegui una fortuna grandissima. Nessuno infatti, da cin- 
quant'anni a questa parte, s'è levato mai ad impugnarne la 
sostanziale bontà; se dissenso vi fu, esso s'aggirò sempre fino 
ad ora intorno a punti dì secondaria importanza. Cosi i dantisti 
più recenti non s' accordarono tutti coli' " onor della somasca 
' congregazione „ nel considerare la " gratissima agnella „ quasi 
mito della musa italiana ovvero della fantasia dell'artista. Se il 
Macri-Leone consente in ciò ancora col Ponta ("), il Pasqualigo, 
al contrario, preferisce riconoscere in quella " la Commedia o, 
" meglio, la Musa della Commedia, la quale era nuovissima, cioè 
" fuori affatto da ogni altro modo di poetare „ ("); deiìnizione 
che lascia, in quant'a chiarezza, a desiderare parecchio. Il Giu- 
liani pure dal canto suo, si compiacque ravvisare nell' agna " la 
" materia preparata alla Cantica del Paradiso, ed anzi la Can- 
" tica stessa, alla quale nessuno mai aveva posto, non che la mano. 



-48- 

^ neppur il pensiero „ (**). Anche nello stabilir il vero signifi- 
cato de' dieci mastelli di latte sorse disputa tra gli interpreti, 
ed a taluni piacque l' avviso del Ponta che de' dieci ultimi canti 
del Paradiso si trattasse ('^); mentre altri giudicò siffatt' asserto 
ardito troppo (come realmente è), e privo di valido sostegno, 
sicché amò meglio non precisar nulla (^®). Il Pasqualigo invece, 
sempre fecondo ài peregrini pensamenti, identificò senz' altro 
coi simbolici mastelli non già gli ultimi, bensf i primi dieci canti 
del Paradisol (^*). Ad onta di codesti dispareri l'accordo fu però 
e rimase unanime nel ritenere simboleggiata sotto le spoglie della 
mistica agnella, vuoi in una vuoi in altra parvenza, la poesia 
volgare, e ne' dieci vasi di latte altrettanti canti della Comedia, 
anzi pili precisamente del Paradiso, che Dante prefiggevasi man- 
dare a Giovanni Del Virgilio, per indurlo a mutar d' opinione 
sul conto della poesia volgare, ed a concedergli quindi di conse- 
guire il sospirato alloro, senz'aver fatto prova alcuna del valor 
suo nel campo della lingua latina (^'). 



III. 



Sembrerà quindi forse a parecchi una temerità bella e buona 
la mia di voler scuotere dalle fondamenta 1' edificio innalzato dal 
Ponta e da tanti autorevoli critici giudicato sinora solidissimo. 
Ma, se non sono giuoco d' un' illusione, facile mi riuscirà dimo- 
strare come siffatta fabbrica partecipi della natura di quella che 
" sul Pireneo „ aveva elevata Atlante per tenervi sicuramente 
Ruggero. Non appena le magiche olle vanno, per mano di Bra- 
damante, in frantumi, ecco il colle farsi deserto, 

Né muro appar né torre in alcun lato, 
Come se mai Castel non vi sia stato ("). 

L' olla del mago è, nel caso presente, la dichiarazione, eh' io 
reputo neir essenza sua interamente fallace, data dal Ponta del 
concetto che informa e regge la macchina simbolica del carme 



— 49 — 

dantesco. A Giovanni Del Virgilio, il quale gli ha mosso spon- 
tanee, caldissime istanze, perché, dopo avere prodigato cosi libe- 
ralmente al volgo i tesori della sua inspirazione e della sua 
scienza, ei si prenda finalmente pensiero anche dei dotti, scriva 
cioè anche per loro; perché, se gli sta a cuore la sua fama, le 
aggiunga ali al dorso, facendo uso dell' idioma, il quale, non ri- 
stretto dentro angusti confini, irraggia per tutto il mondo e tra 
loro affratella i poeti ed i saggi d' ogni paese ; Dante risponde- 
rebbe colla promessa d' inviargli ancora de* versi italiani. Ma 
perché? Per farlo persuaso, rispondesi, dell' eccellenza della Co- 
mediay per mostrargli che, a torto, egli dispregia, al pari di tutti 
i " chierici „ contemporanei, gli idiomi nazionali. " Era quello il 
^ solo mezzo per difendere contro l' umanista le ragioni del vol- 
" gare! „ esclama il Macri-Leone. " Mandargli decem vascula di 
** poesia bucolica latina, sarebbe stato un dargli causa vinta ! „ (^*). 
Sta bene; ma chi v'autorizza a credere che tanta ingenuità 
albergasse in petto all'Alighieri? Come poteva egli pensar sul 
serio che Giovanni, il quale aveva proprio allora allora espresso 
il vivo rammarico che in lui e ne' colleghi suoi tutti destava 
r ostinazione del grande poeta a scrivere in volgare, e per ade- 
scarlo a cantare latinamente gli faceva balenare dinanzi agli occhi 
la promessa di leggere dalla cattedra, in pieno Studio, i suoi 
* futuri „ componimenti, e d' impetrargli quindi la tant' ambita 
corona (^^); mutasse parere e linguaggio dopo si fiat t' invio .^ La 
cosa si potrebbe comprendere, ove fossimo certi che il maestro 
bolognese nulla avesse mai letto della Comedia. Ma, a farlo 
apposta, noi sìam sicuri del contrario! Or se Giovanni cono- 
sceva ed ammirava altamente (" altamente',, dico, giacché è 
sogno d'infermo l'asserire, come altri ha fatto, che nel carme da 
lui inviato a Dante si parli con scarsa reverenza del sacro 
poema) p^), X Inferno, il Purgatorio, e, come i più vogliono, anche 
una parte del Paradiso (^''), eppur non aveva fatto getto delle 
sue antiche opinioni; come e perché sarebbesi egli indotto ad 
abiurarle, dopo avere esaminato il nuovo manipolo di canti invia- 
togli? Che cosa mai in essi canti avrebb'egli rinvenuto di cosi 

NOVATI. 4 



— 50 — 

straordinariamente nuovo e sublime dà indurlo a rinunziare ad 
una convinzione lungamente nudrita, che tutto ci rivéla saldis- 
sima, e che tale esser doveva difatti, poiché dopo di lui conti- 
nuarono a tenerla i letterati dell'Europa intera per quasi due 
secoli? (^*). 

Ma ciò non basta. AH* ecloga dantesca il Del Virgilio s' af- 
fretta a rispondere con un carme della stessa natura, nel quale 
r ammirazione sua, il suo affetto, il suo culto per V Alighieri pa- 
iono farsi, s* è già notato, anche maggiori; come maggiori e più 
incalzanti divengono gli inviti, perché il " divin vecchio „ voglia 
recarsi a Bologna. Giovanni non esita ora più a chiamare Dante 
un nuovo Virgilio, anzi Virgilio stesso redivivo, e gli promette 
applausi, corone, omaggi, onori convenienti alla grandezza sua (^^). 
Or donde trae dessa alimento questa nuova e più ardente vampa 
d' entusiasmo, che riscalda il petto all' interprete acclamato dei 
sommi autori latini? Dalla lettura dei dieci canti della Comedia, 
che l'Alighieri aveva detto di mandargli? No davvero, giacché 
i critici s' accordano ormai tutti nel ritenere che la promessa 
fosse rimasta senz'effetto (^°). Ciò che commuove ed esalta Gio- 
vanni è il fatto — importantissimo — che Dante siasi indotto a 
dettare un poemetto latino, abbia cioè ceduto ai suoi consigli, 
appagata la brama cosi vivamente manifestatagli, offerto insomma 
al maestro bolognese ed ai compagni suoi, studio callentibus^ 
quel pretesto, di cui andavano avidamente in traccia per poter 
mescere alle lodi del volgo profano gli encomi loro! 

Né basta ancora. Smanioso di manifestar i sentimenti che 
dentro gli ribollono, il Bolognese non solo, deposte le tibie, dà 
di piglio anch'esso alla pastorale zampogna; ma, giunto al ter- 
mine del suo canto, promette all' amico di ricambiare i suoi doni. 
Tu m' hai voluto, dice, far lieto di dieci vaselli pieni di latte 
spremuto dalle poppe della tua agnella; io, dal mio canto, ne 
riempirò per te altrettanti col latte della mia giovenca (**). Or 
che vuol dir con questo Giovanni? Ch'egli avrebbe mandata 
a Dante 1' ecloga cui stava scrivendo, risponderebbero il Dionisi 
ed il Ponta. Ma dell'infelicità di siffatta risposta, come già il 



Giuliani (^*), s*è avveduto anche il Macri-Leone (*'). Perché, a 
designare un' ** unica „ ecloga, Giovanni adoprerebbe la figura 
stessa usata dall' Alighieri per denotar " dieci „ componimenti? 
Non poteva egli dire ottimamente che, in contraccambio de' " dieci „ 
vasi promessi, avrebbe donato " un „ mastello? Per spiegare 
quest' altro imbroglio, il Macri-Leone ricorre ad un espediente, 
che . . . non spiega nulla : " Mopso — ei scrive — s' avvicina 
" [alla sua giovenca] con l'intenzione di mandare a Titiro tanti 

* vasi di latte quanti quello gliene avea promessi. Badiamo: 
^ con r intenzione, ma non nel fatto ; perché egli stesso aggiunge 
^ dopo: ' ma forse è superbia mandar latte a un pastore '. Cosi 

* i vascula, di cui parla Giovanni, non sono neppure l' ecloga 
^ che egli manda a Dante, ma i canti che gli promette; i quali, 
^ a differenza di quelli di Dante, non sarebbero volgari, ma 
^ latini, non " latte di pecora „, ma di " vacca „; distinzione 
^ che nel linguaggio bucolico non dev' essere trascurata, e che 
^ ci mostra la superiorità in cui la poesia latina era tenuta ri- 
^ spetto alla volgare „ {^% 

Apriamo qui una breve parentesi. La trovata che il latte di 
vacca stia qui a designare la poesia latina, mentre quello di pe- 
cora denoterebbe il volgare, spetta al p. Ponta (^^), ed è graziosa 
assai; ma è permesso dubitare che sia altrettanto vera. Vi è modo 
di spiegare infatti più pianamente e naturalmente la qualità che 
Giovanni attribuisce alla propria Musa, chiamandola bucula. Basterà 
ricordare che Dante, introducendo l'amico in quel suo fantastico 
mondo pastorale, si è piaciuto imporgli il nome di Mopso (^^), 
e crearlo non già un pecoraio, come aveva fatto per sé stesso, o 
un guardiano di capre, come per Melibeo, bensì un bifolco (^'), 
Postosi sulle orme dell' Alighieri, Giovanni, come ha mantenuto 
il nome di Mopso (^®), cosi ha, naturalmente, conservato d' esso 
Mopso r ufficio. " Dacché devi cantar nelle selve, egli dice a sé 
"" stesso, t' oda Titiro cantare qual bifolco : 

Audiat in silvis et te cantare bubulcum (^*). « 

Ma un bifolco non può avere a sua disposizione altro latte 
che non sia di giovenca; è ovvio quindi che Mopso offra ap- 



— 52 — 

punto a Titìro cotal dono. E tanto poco egli è disposto a cre- 
dere il latte della bucula sua superiore a quello dell' ovis di Ti- 
tiro, che, dopo aver manifestata l'intenzione propria, soggiunge: 
sed lac pastori fors est mandare super bum (*®). Ora ei pecche- 
rebbe doppiamente d' arroganza se, oltre a permettersi d' ofifrir 
del latte ad un pastore, aggiungesse: Bada bene, il latte ch'io 
ti dò vai molto meglio di quello che tu m'hai profFerto, che il 
tuo è di pecora ed il mio di vaccai 

O come si fa dunque, ci sia lecito questo po' di sfogo, a non 
vedere l' insulsaggine, la fiacchezza, e persino l' assurdità di tutti 
codesti discorsi? Dante, sollecitato da Giovanni Del Vifgilio a far 
paghi i suoi voti, condivisi da quanti son uomini dotti, col com- 
porre de' poemi latini, gli indirizza un' ecloga, che finisce colla pro- 
messa di mandargli de'... versi volgari, anzi propriamente, dieci 
canti, non uno di più, non uno di meno, della Comedia. L' altro,, 
che s' era fin allora scalmanato a pregarlo perché facesse per 
l'appunto il contrario, s'accheta a un tratto; e, quasi immemore 
di quanto aveva cosi insistentemente richiesto, promette di ri- 
cambiare ciò che non gli era stato inviato con dieci componi- 
menti suoi. Di qual genere? Volgari forse? La cosa, sebbene a 
prima vista un po' strana, riuscirebbe in fondo spiegabile. Una 
volta che Giovanni ha trovato anch' esso la sua strada di Da* 
masco e s'è miracolosamente convertito al culto del volgare,, 
perché non potrebbe aver adoperato questo e non il latino? (*^)» 
Ma che! rispondono. Egli manderà dieci vasi di latte di vacca,, 
e non di pecora; dunque dieci componimenti latini. A qual fine? 
Ninno ne sa nulla. E, per colmare la misura. Dante torna si a 
scrivergli, fa grandi lodi dell' amico, ma delle reciproche pro- 
messe non fiata più. O l' arruffata matassa ! 

Eppure non abbiamo ancora vuotato il sacco del tutto. la 
fondo sta il meglio. 

Cosi neir ecloga dell' Alighieri come in quella a lui diretta 
dal maestro bolognese v'ha un punto oscuro, che il brav'uomo 
del Ponta s'è ben guardato dal toccare; e l'esempio suo hanno 
studiosamente seguito coloro che vennero poi; " studiosamente ,^ 



-sa- 
dico, perché non mi par possibile che tanti critici acuti e dili» 
genti siano passati accanto ad una cosi grossa difficoltà senz' av- 
vertirne r esistenza. A Mopso Titiro promette dieci vaselli di 
latte; Mopso dal canto suo si profferisce pronto a rinviarne a 
Titiro altri dieci. Perché dieci? Questo numero non può esser 
uscito a caso né dalla penna dell'uno né da quella dell'altro: 
deve avere la sua ragione di esistere. In un genere di poesia 
com' è il pastorale, i cultori del quale contemplano il loro grande 
modello, la Bucolica virgiliana, con gli occhi stessi con cui V aveano 
veduta i grammatici latini del V e del VI secolo, Donato, 
Servio, Fulgenzio Planciade p*) ; se proprio ogni parola non ha 
un senso mistico, certo ogni numero però racchiude un simbolo. 
Ma il p. Ponta, il quale in servigio delle ipotesi proprie non esita 
a fare ricorso alla diversità che intercede tra il latte di vacca e 
quel di pecora, non si cura di rendere ragione d* un particolare, 
importante per sé medesimo, importantissimo poi, ove si rifletta 
che chi scrive è il " buono accoglitore „ dei numeri per eccellenza. 
Dante Alighieri I Se questi si fosse lasciato scappare dalla penna 
un " tredici „, che bazza per il Ponta! Egli avrebbe rinvenuto 
in quel numero, e non certo a torto, un prezioso, un impagabile 
argomento per sostenere che i canti del poema sacro, promessi 
dair esule illustre all' amico, erano davvero gli ultimi tredici del 
Paradiso, tanto ansiosamente dopo la morte di Dante ricercati. 
Ma perché i vaselli sono dieci, il loro numero nulla dovrà qui 
significare? Credat Judaeus Apella — direbbe Orazio — non ego. 
Noi ci aggiriamo dunque (la cosa è ormai ben manifesta), 
come tanti cavalieri dell* Ariosto, dentro un ingannevole labirinto, 
per scioglierci dal quale sarebbe proprio necessario T anello 
d'Angelica, quell'anello, intendo, che 

Contra il mal degli incanti ha medicina. 

E se il poter dell'anello fosse tale che, per sciorre noi, con- 
venisse distruggere dalle fondamenta T edificio architettato dal 
Ponta, il male sarebbe poi molto grande? Io noi credo. Ma 
innanzi tutto esiste il talismano? 



— 54— • 

Si, esso esistè^ e chi sta in atto di porgercelo è il vecchio 
postillatore Laurenziano^ sempre citato, ma ben di rado ascol- 
tato; la riputazione del quale, vilipesa a torto da più d'un ac- 
chiappanuvole di mia conoscenza, è stata rivendicata si dal Macri- 
Leone (^), ma non cosi vigorosamente e dottamente, che l'opera 
di riparazione possa dirsi del tutto compiuta. Ed a compierla 
provvederemo noi ; ma più tardi, non qui ; che ormai è tempo di 
venire ad una definitiva soluzione del problema di cui ci stiamo 
occupando. 

IV. 

Come accennammo già sul principio di questa nostra scrit- 
tura, alla parola ovts, che ricorre nel verso 58 dell' ecloga dan- 
tesca, dove s' inizia la descrizione della simbolica agnella, il 
commentatore Laurenziano postilla: bucolicum Carmen. Alla glossa 
pose mente il Dionisi e la volle far sua, ma e' la intese a ro- 
vescio. Stimò, cioè, e nella stess' erronea opinione persevera- 
rono poi tutti, i suoi pochi fautori ed i suoi numerosi avversari, 
che r Anonimo con siffatte parole designar volesse 1* ecloga la-- 
tina che Dante stava appunto scrivendo. Or credere ciò equiva- 
leva ad affermare, affatto gratuitamente per verità, che l' Ano- 
nimo ignorasse il vero valore de' termini de' quali si serviva. Né 
egli né alcuno difatti, che avesse pratica di scrittori latini a quel . 
tèmpo, si sarebbe fatto lecito d'usare le parole bucolicum Car- 
men per additare un* " ecloga „, un solo componimento di carat- 
tere pastorale; giacché era noto che bucolicum Carmen impiega- 
vasi unicamente a designare un " complesso di componimenti 
" pastorali „, una riunione di ecloghe (^^). Ma ai giorni dell'Ano- 
nimo, come a quelli, dai suoi ben poco lontani, dell'Alighieri, 
non conoscevasi che un solo monumento letterario, al quale cotal 
titolo convenisse, il Bucolicon liber di Virgilio p^). Questo appunto 
s' è proposto d* indicarci il Postillatore, e non altro che questo 
aveva certamente voluto additare ai lettori suoi l'Alighieri. 

Ecco spiegato l'enimma; né faceva mestieri per riuscirvi d'un 
nuovo Edipo, come ognuno vede I L' ovis gratissima, che Dante 



— 55 — 

tien presso di sé, è nient' altro che la Bucolica virgiliana. Ben si 
comprende quindi che tutte le peregrine qualità accennate dal 
poeta si riscontrino in essa. Gratissima a Dante (e come po- 
trebb' essere altrimenti, ove si ripensi il culto di cui proseguiva 
il " cantor de* bucolici carmi „?), essa rumina all'ombra d'un' in- 
gente rupe (il Menalo, la poesia teocritea?); non usa con verun 
gregge, né ad alcun ovile è accostumata, quia, postilla qui il 
nostro " duca „, non invenitur aliud opus bucolicum in lingua 
latina {^)) è copiosissima di latte non solo, ma accorre spontanea 
a farsi mungere, perché il canto bucolico non costa fatica di 
sorta al poeta, ma sgorga pronto dall'estro (°^). Come poi dalle 
turgide mamme di cotesta pecora possa Dante far disegno di spre- 
mere tanto latte da riempirne dieci vaselli, non è più adesso un 
mistero per noi. Non consta forse di dieci ecloghe la bucolica 
virgiliana? Ed a questo numero non s' attenne forse il Manto- 
vano per imitare Teocrito, che a dieci de' suoi mimica aveva 
dato per soggetto scene pastorali? (^^) Come Virgilio segui Teo- 
crito, Dante seguirà Virgilio (^^). Ei detterà pertanto un nuovo 
Bucolìcon^ formato da dieci ecloghe; e sarà questo il Carmen va- 
tisonum^ che Giovanni lo ha supplicato di vergare ; il monumento 
in cui tutti i dotti del mondo potranno ammirare la spontaneità 
della sua vena poetica, la profondità della sua dottrina, l'eccel- 
lenza dell' arte sua. 

Chiarito questo punto essenziale, tutto il resto si chiarisce a 
sua volta. Egli è cosi ben naturale che all'annunzio, forse inat- 
teso, della deliberazione presa da Dants ed incominciata ad at- 
tuare colla composizione d' una prima ecloga, Giovanni Del Vir- 
gilio abbia provato in cuore, commisto a molta e legittima com- 
piacenza, un certo sentimento d' emulazione. Amant alterna Ca- 
menae, ei deve aver pensato tra se. Dante intende dunque seri* 
vere dieci ecloghe, quante per l'appunto ne ha scritte Virgilio? 
Ebbene io, vocalis verna Maronis, ne detterò altrettante a mia 
volta. Ed eccolo accingersi, rotto ogni indugio, all'impresa {^). 
Né Dante dal canto suo vorrebbe esser da meno; ma, ricevuta 
la risposta dell* amico, medita già quel che debba riscrivergli, 



-56- 

quando d'improvviso, a stornarlo da si gradita occupazione, 
nuovi pensieri, ben più gravi e molesti, sopraggiungono. Costretto 
a recarsi a Venezia in servigio del Polentano, e fors' anche 
— perché no? — a passare da Piacenza, ove Galeazzo Visconti 
l'attende; ei non ritorna che molti mesi dopo al suo fido 
asilo, infermo, stanco, bramoso di quiete (*^*). E di nuovo pone 
mano al lavoro e détta la seconda ecloga all' amico che l' attende 
ansioso...; ma la morte lo coglie, e la bucolica, a mala pena 
iniziata, è interrotta per sempre (^*). Ecco perché, quando egli 
assume 1' ufficio pietoso di celebrare in un breve epigramma il 
poeta illustre, il diletto maestro, Giovanni Del Virgilio esce fuori 
con quel distico, tanto spesso citato, né mai, ci sia permesso 
affermarlo, prima d' ora inteso a dovere : 

Pascua pieriis demum resonabat avenis; 
Atropos, heu/ lectum livida rupit opus. 

Si rifletta un momento. Se il divino poeta avesse scritte soltanto 
le due ecloghe a noi pervenute, senza verun' intenzione, come 
taluno ha detto (^^), di proseguir il lavoro, mandando compagne 
alle prime altre non poche; come mai al Bolognese sarebbe sal- 
tato in capo di scrivere che V ultima fatica letteraria intrapresa 
da Dante era un Bucolicon, e che la Parca invidiosa gli spezzò 
tra mano il filo dell'opera eletta? 

Cosi sciolto r incanto, il castello è sparito. 



V. 



Che siffatta irreparabile scomparsa debba essere veduta con 
rammarico da qualcuno non è punto improbabile; ma che i più, 
dopo quanto si è detto, possano o vogliano persistere a non stimarla 
avvenuta, questo, per essere schietto, a me sembra incredibile. 
I fatti son fatti, la Dio mercé; ed una volta che sian assodati, ai 
critici degni di tal nome non è lecito né fingere d' ignorarli né 
sforzarsi d' attenuarli a vantaggio di vecchie opinioni, forse at- 
traenti, ma, più che dubbie, dimostrate addirittura fallaci. Ora 



— 57 — 

niun fatto, se non m'inganno, è a giudicare più accertato di 
quello che noi ci siamo industriati sin qui a rimettere in luce. 
Naturalmente neppur io mi dissimulo che possa provocare qual- 
che meraviglia il veder l' Alighieri, considerato sempre, e ben a 
ragione, come il grande propugnator del volgare, piegarsi sullo 
stremo di sua vita, quand' ormai la Comedia divina era con- 
dotta a compimento, non già a dettare per suo spasso qualche 
metrica epistola agli amici, bensi a comporre un vero e proprio 
poema latino sopra il modello virgiliano. Ma, una volta che la 
cosa sia provata vera, quel che di meglio resta a fare è mettersi 
alla ricerca delle cause, le quali poterono tanto sulF animo del 
poeta da consigliargli di dedicare alcuni anni della sua ancor 
verde vecchiezza (alcuni anni, dico, giacché ragionevole è sup- 
porre eh' ei non sospettasse affatto di dover finire cosi immatu- 
ramente) a codesta intrapresa. Siccome però assumere una si- 
mile ricerca significa sollevare molte ed assai delicate questioni, 
cosi a noi basterà per adesso di tentare un problema molto più 
modesto : indagare cioè semplicemente i motivi onde T Alighieri 
fu indotto, quand* ebbe preso il partito di dar saggio della propria 
eccellenza anche nel campo forse fin allora intentato della poesia 
latina {^^), a proporsi la geniale fatica di restaurare in Italia il 
culto della bucolica virgiliana. Vero è bene che diffiqile riesce, 
secondoché già osservò il Macri-Leone, " per non dire impossi- 

* bile, indagare le ragioni segrete che determinarono il genio 
** alla scelta della sua forma d'arte „ (*^); ma oggi siffatta diffi- 
coltà, per quanto grave sempre, può parere per avventura minore; 
oggi^ dico, che intorno alla genesi delle ecloghe dantesche assai 
più ci è noto che il Macri-Leone non sapesse o sperasse mai di 
sapere. 

Esortato da Giovanni Del Virgilio, " allora famosissimo e 

* gran poeta „, suo " singularissimo amico „, per usare le pa- 
role del Boccaccio (®®), a cantare gli avvenimenti politici e le 
guerresche vicende dell'ultimo settennio (1313-1319); gli eroi 
eh' erano apparsi, quasi sanguigne meteore, sul fosco cielo della 
travagliata Italia, ad imboccare, insomma, l' epica tromba cui nes- 



-58- 

suno ardiva più dare fiato, Dante, che teneva sempre presenti 
agli occhi della mente le pagine immortali della sua " scorta 
" saputa e fida „, ebbe a rammentar tosto quel bellissimo luogo 
dell' ecloga VI, in cui Virgilio narra come a lui, che già s' ap- 
prestava ad assecondare i desideri di Varo, Febo vellicasse dol- 
cemente l'orecchio per dissuaderlo da si arduo cimento: 

Cum canerem rcges et proelia, Cynthius aurem 
Vellit et admonuit: Pastorem, Tityre, pinguis 
Pascere oportet o v i s , deductum dicere Carmen ("). 

Quest' amorevole consiglio, di cui il Mantovano diceva aver fatto 
subito suo prò, non andò perduto neppure per il suo alunno de- 
voto. Giovanni, deve essersi detto Dante, mi chiede un poema 
epico. La domanda è un po' troppo indiscreta: io non mi tengo 
da tanto. Ma in parte almeno lo vo' far pago. Non solo è muta 
da secoli, com' ei lamenta, la tromba che celebrò le armi d' Enea, 
ma giace altresì negletta la zampogna con cui Titiro seppe, nelle 
ideali campagne di Sicilia, esaltar Dafni ed Alessi. Ebbene io 
farò risorgere dal profondo sonno la musa campestre; mercé 
mia 1* Italia riudrà i canti della sua più gloriosa stagione; Titiro 
novello, dacché a me pure un Dio haec otta fecit, canterò al- 
l' ombra densa de' pini le greggi ed i pastori. 

Tale io oserei pertanto immaginare la genesi di cotest' opera 
dell' Alighieri, per indole, per forma, per inspirazione diversa, 
tanto da quella che l'aveva " fatto per più anni macro „, e che 
sola doveva arrecargli l'immortalità; ma che, ad onta di tutto, 
si confaceva mirabilmente a talune intellettuali inclinazioni del 
poeta, soddisfaceva certe attitudini e consuetudini dell' ingegno 
di lui. Appassionato cultore di simboli, com' egli fu sempre, 
avvezzo a ricercare avidamente significati riposti nelle scritture 
altrui ed a celarne pur volontieri molti e reconditi nelle proprie 
(quanto o quanto reconditi, narratel voi, commentatori infelici, 
che v' ostinate a volte, con si candida ingenuità, a spiegare l' ine- 
splicabile!); Dante non poteva a meno d'ammirare e gustare 
profondamente la bucolica virgiliana, nella quale sotto il velo 



— 59 - 

leggero e grazioso della favola pastorale, dividendo una cre- 
denza antica ed universale, egli discopriva sensi ben più arcani 
e sublimi di quelli che in realtà vi si nascondessero. Talché, 
quando formò il pensiero di scriver anche in latino un' opera 
che rendesse testimonianza del suo altissimo intelletto, ei fu na- 
turalmente condotto a dar la preferenza a quel genere bucolico 
che gli concedeva ancora una volta di dissimulare sotto la let- 
terale parvenza, che la moltitudine non doveva " trapassare „, 
quella " dottrina „, che ai " pochi „ soltanto era lecito attingere, 
que* pochi già chiamati dattorno a sé col superbo invito del Pa- 
radiso : 

Metter potete ben per V alto sale 

Vostro navigio, servando mio solco, 
Dinanzi all'acqua che ritorna equale (*'). 

Io andrei in conseguenza molto a rilento prima d' accogliere la 
sentenza enunziata dal Macri-Leone nella chiusa del suo libro, 
che cosi il tentativo di Dante (rimasto quasi ignoto per mol- 
t'anni e privo di vera efficacia sopra le posteriori vicende della 
poesia pastorale tra noi), come la rigogliosa fioritura del ge- 
nere bucolico, ond' è contrassegnata in Italia la seconda metà 
del Trecento, derivino V origine da un solo e medesimo fattore : 
r influsso di giorno in giorno crescente dell' umanesimo (®^). Che 
ciò possa sostenersi in riguardo al Petrarca ed a tutta la scuola 
da lui capitanata, non nego C^) ; ma per quel che spetta all' Ali- 
ghieri, schiettamente mi pare insostenibile ('*). Meglio assai che 
r uomo, il quale al soffio dello spirito antico rinascente, dell' uma- 
nesimo che già batte alle porte, sente sorgere, prender forma e 
colore dinanzi alla sua immaginativa un mondo ignoto di poetici 
fantasmi, io scorgo in Dante, che si accinge a dotare la lettera- 
tura latina d' un nuovo Bucolicon^ il pensatore ancor tutto imbe- 
vuto di quelle vecchie dottrine mistiche e filosofiche, le quali, pullu- 
late in seno alle scuole semipagane della decadenza romana, erano 
state accolte e trasmesse d' una in altra generazione dai dotti 
del medio evo con religiosa si ma non oculata venerazione. 



NOTE 



(') Dell* eccessiva fretta non solo ci porge indizio la scorrezione davvero 
soverchia di quanti son testi latini, vuoi editi vuoi inediti, inseriti via via nel 
libro (agli esempi addotti dal Giom. storico delia leti. itaL XW, 1890, p. ago, 
quant' altri se ne potrebbero aggiungere! ma basterà per tutti quello curiosis- 
simo segnalato ivi più tardi dal Belloni; Giorn, XXIL 1893, 369 sg.); bensì anche 
ne rinveniamo la prova nelle lacune che certe parti della trattazione ( l' introdu- 
zione soprattutto) presentano, e nell'elaborazione imperfetta de' materiali stessi 
che l'Autore aveva a sua disposizione. Sicché il tema che, per quanto spetta 
alla bucolica postdantesca, 6 in gran parte ancora intentato, vorrà essere ripreso 
o prima o poi da capo. Ma chi ambisca assumerlo dovrà ricordare che i monu- 
menti bucolici della seconda metà del Trecento giacciono ancora quasi tutti ine- 
diti ed ignoti nelle nostre biblioteche; sicché, per far opera definitiva, occorrono 
lunghe indagini e seria preparazione. 

O La questione dell' autenticità delle ecloghe è stata svolta da lui con 
siffatta larghezza, che, sebbene tutto non sia stato certamente ancor detto in 
proposito, dovrebbesi però considerare in massima come definita. £ tale io la 
considero da tempo, laonde non arrivo a comprendere come critici forniti di 
molto acume e di copiosa dottrina s'indugino ancora in dubbi che son meri ca- 
villi. Cfr. Kraus, op. cit, p. a86, ma insieme Gian in Bullett. della Soc. Dani. II., 
N. S., V. V, 1898, p. 137 sg. 

(') Die Wiederbeleb. des class. Alterth, *, ed. Lehnerdt, Berlin, 1893, v. I, p. 13. 

(*) Ecco le parole stesse del compianto scrittore: " Dante antwortete mit 

■ einem lateinischen Hirtengedichte, welches, erfttllt von edlen Gedanken, von 
' dem stolzen Bewusstsein des grossen Kùnstlers, mit feiner Ironie die 

• naseweise Zudringlichkeit zurtickweist und hoch ttber dem steht, 

• was man nachher von solchen Gedichten in Italien geschrìeben hat; die pa- 

■ storale Einkleidung ist hier keine mtissige Spìelerei, sondern wirkliches Mittel 

• derKunst, wo offene Rede schroff und verletzend gewesen wàre »• 
Gesch. der Italien. Liter.p Berlin, 1885, v. I, p. 295. 

(*) F. Pasqualigo, Egloghe di Giov, del Virg, e di D, A..» recaie a miglior 
Uzione^ ecc., Lonigo, 1887; e la recensione di questo libro inserita da A. Lubin 
jn La Cultura^ su VII, voi. 9, 1888, p. 33 sgg. 

(*) Op. cìt., p. 116. 



— 62 — 

C') Cfr. Pasqualigo, op. cit, p. 34, 76, 77; Lubin, op. cit., p. 35 sg^. 

(') Eci. l, 21-33. 

(•) Op. cit., p. 115. Lo stesso -concetto è espresso in forma quasi identica a 
p. 80, 92, 107. 

(^^) Specie a chi, come succede al KrauS/ op. cit., p. a86, misconosca a tal 
segno il carattere della corrispondenza dantesca da uscir fuori a dire che T Ali- 
ghieri difficilmente dovette trovare il tempo necessario " zu einem solchem 
" Scherz «! 

(") EcL l, 51-64. 

(") [I. DioNisi] Serie di Aneddoti numero IV, Verona, MDCCLXXXVIII, 
cap. XIX, p. 108. 

(") Ecl. resp.f 94-95. 

(") DioNisi, op. cit, p. 15, n. 59. 

(**) / versi latini di Giov. Del Virg. e di Dante Alligh. ree. in versi ital. ed 
illustr. da F. S., Venezia, 1845. A pag. 45 e 141 di quest'indigesta raccolta sono 
però enunziate le idee stesse che il Ponta ha poi sviluppate e date per proprie. 

(") Opere lat, di D. A., v. II, p. 321. 

(") Sulla corrispond. poet. di Dante e Giov. del Virg., deduzioni di M. G. Ponta 
in Giornale Arcadico di Sciente, Lettere ed Arti, v. CXVI, Luglio, Ag. e Sett., 
Roma, 1848, p. 326 sgg. A p. 372, dove il lavoro s* arresta, leggesi 1* avvertenza : 
Sarà continuato. 

(") Questa tesi, che l'A. erasi prefisso di svolgere nel suo lavoro, è del 
resto enunziata in un " Sommario», posto in fronte all'articolo stesso. 

(") 11 Ponta, op. cit, p. 360, scrive anzi che " il revocare sì in latino e si in 
" italiano ha più naturalmente il significato di indurre altrui a mutare sentenza, 

* maniera di agire, e simili „, che non l'altro di " richiamare „, * rinvitare „; 
ma ciò non è punto conforme a verità. Per ciò che concerne al latino, basta 
dare un' occhiata agli esempi raccolti dal Porcellini, s. v., per riconoscere che 
il significato fondamentale e più comune del verbo é pur sempre quello di retro 
voco, abeuntem vocando retraho, reduco, rursunt voco, e non già l'altro di re- 
traho, abduco, avoco, £ in quanto all'italiano, il solo esempio dantesco a cui il 
Ponta stesso sta pago di rinviare, riesce dubbio, poiché le parole di Beatrice: • Né 
" impetrare ispirazion mi valse, Con le quali ed in sogno ed altrimenti Lo 

* rivocai „ {Purg. XXX, 133-35); si possono spiegare come meglio piace nel- 
l'uno o nell'altro modo. Ed in un altro luogo del Poema poi (Par. XI, 135) • ri- 
" vocare „ è indubbiamente adoperato nel senso di " richiamare „. Questo ci giova 
aver di passaggio notato, perché i lettori sappiano che, forti dell'appoggio da- 
toci dal commentatore trecentista, disapproviamo la interpretazione del Ponta, 
adottata invece, che s* intende, dal Giuliani, op. cit., p. 335, e dal Pasqualigo, 
op. cit., p. 44, i quali traducono quindi * revocare „ con * volgere „ * far 
•* disdire „. 

(**) Ponta, op. cit., p. 361. Il Giuliani invece (op. cit., p. 331 ) con una di 
quelle sue peregrine volate, allontanandosi da tutti gli altri interpreti, parafrasa 
cosi la interrogazione di Dante:- concedat Mopsus? " E il consentirà maestro 
^ Giovanni, che tanto sublime materia sia da me poetando trattata in volgare? 



- 63 - 

f 

*" E che potrà egli ridire? soggiunge T amico Dino a Dante „. Non si potrebbe 
svisar peggio il pensiero dell'Alighieri! 

('*) PoNTA, op. cit, p. 362 sg. L'ignoranza di Melibeo, il quale sarebbe di- 
giuno tanto d' ogni pur elementare cognizione della lingua latina, che Dante tro- 
verebbesi costretto " ad esporre in concetto 1* intera poesia di Mopso „ perché 
egli possa formarsene un' idea, è semplicemente un parto della fantasia del Ponta, 
il quale, pur di raggiungere il suo fine, non indietreggia nemmeno dinanzi alla 
necessità d'ammettere che un sere, un notaio, non sapesse sillaba di latino; il 
che è assurdo e grottesco ad un tempo. Noi abbiamo già veduto come l'Alighieri 
accusi anzi V amico di presunzione, perché osa credersi da tanto da intendere e 
gustare, egli, umile maestro di scuola, l'alta poesia di un dotto come il profes- 
sore bolognese. Però, quando si decide ad appagare la curiosità del Perini, non 
solo gliene legge intero il carme, ma, volendo aver da lui consiglio sul contegno 
da tenere con Giovanni, torna a rileggerglielo! (versus iteruntque relegi, 
'Mopstf iuos). 

(") Pont A, op. cit., p. 365. 

(") PoNTA, op. cit., loc. cit. E cfr. altresì p. 350, dov'è recata una spiega- 
zione alquanto diversa, ma pur essa molto sottile. 

('*) PoNTA, op. cit., p. 350. 

(") PoNTA, op. cit, p. 351-53. 

(*®) Op. cit., p. 107 e cfr. p. 80. Lo stesso è a dire di G. Carducci, Della 
varia fortuna di Dante, Disc. I, in Studi letterari, Livorno, 1874, p. 256 sg. 

(*^) Op. cit., p. 44 e 45. 

(") Op. cit., p. 331. 

("•) Tra gli altri al Carducci, Studi cit., p. 258, che credette per di più 
rinvenire nei v. 44-45 dell' Ecl. resp, un'allusione al principio del e. XXV del 
Paradiso, il quale, a suo avviso, " doveva essere un degli ultimi fra i dieci 

* mandati dal poeta a G. del Virgilio ». 

e®) Tali il Giuliani, op. cit., p. 332, che però non dà verun* esplicazione del 
suo inusitato riserbo, ed il Macrì-Leone, op. cit., p. 108, n. i, il quale invece 
respinge come infondata la congettura del Ponta. 

('*) Non voglio defraudare i lettori della dilettevole sua elucubrazione: " Né 

* sarebbe fuor di ragione il pensare, che, quand' egli scriveva quest* Ecloga, 

* avesse già forniti i dieci primi canti del Paradiso, raffigurati nei dieci vaselli 
" di latte, e che la sua musa si stesse meditando, ovvero ruminando, 1' unde- 

* cimo canto, nel quale è descritto appunto quell' alto monte, alle cui falde (?) 
' è la città di Assisi, patria di S. Francesco „. Op. cit., p. 44. Cosi dunque 
r " ingente rupe „, nella quale il Dionisi riputava simboleggiata la montagna del 
Purgatorio, si trasforma nel. . . . Subasio ! E pensare che chi scriveva siffatte stra- 
vaganze, respingeva poi come * frivole, strane, capricciose, fantastiche „, le 
glosse dell'Anonimo trecentista! 

C) Non deesi infatti passare qui sotto silenzio, come, a giudizio del Giu- 
liani e del Pasqualigo, Dante titubasse a poetar latinamente per timore d' incor- 
rere * la pubblica derisione „ (Giuliani, op. cit, p. 329); ed anzi, come dice 
^enza cerimonie il Pasqualigo (op. cit, p. 39), di " provocare i fischi 



-64- 

* de'letterati grandi e piccoli » (Povero Dante, anche de* " piccoli ^ 
avea paura! ) Or si noti che di siffatta originale opinione, la quale mostra ad 
esuberanza quanto profonda fosse in entrambi la conoscenza delle condizioni 
nelle quali versavano le lettere latine in Italia ai tempi dell'Alighieri, e come 
equamente di quest' ultimo apprezzassero la dottrina; i due valentuomini non 
sanno recar innanzi altra prova da quella in fuori offerta loro dai vv. 39-40 del- 
l' Ecl. ì, del sommo fiorentino: 

Quantos balatus colle» et prata sonabunt 
Sì, viridante coma, fidibus peana ciebo I 

Sicché le grida d'esultanza, onde il poeta si piace immaginare da grandi e pic- 
coli accolto l'inno di trionfo ch'egli inalzerebbe il giorno in cui gli cingesse le 
tempie il sospirato alloro^ divengono " fischi „ per il Pasqualigol Cfr. Macrì-Leone, 
op. cit., p. 79, n. I. Il LuBiN (op. cit., p. 35), si allontana dal Pasqualigo nella 
versione eh' ei pure reca di questi versi; ma neppur egli li ha rettamente intesi. 

(») Ariosto, Ori. Fur. IV, 38. 

('*) Op. cit., p. 107. 

(") Carm, 35-38; 41. 

('•) Strana cosai Quell* istesso p. Ponta, il quale pertinacemente sostiene 
che Giovanni nel 13 19 " ebbe tra mano, oltre tutti quelli della prima e della se- 
" conda, anche parecchi canti dell' ultima parte del sacrato poema « ( op. cit., 
p. 340 sg.), che di questo pertanto, " previa una posata lettura „, possedette 
una " chiara, distinta e piena cognizione „, donde sorse in lui la persuasione che 
nella Comedia, ad onta della volgar forma, era " ricco di profonda dottrina il 
** concetto, cosi che appena Platone avrebbe saputo ammirarne la piena bel' 
" lazza „ ; quell' istesso p. Ponta, dico, quasi non avvedendosi della grossolana 
contraddizione in cui cade^ ripete in pari tempo, non una, ma due, ma tre volte! 
che a nuli' altro il maestro bolognese mirava, inviando all' Alighieri il suo carme, 
se non a ^ consigliarlo e scongiurarlo per ciò che i poeti più alletta, la gloria, 
" a desistere pur una volta dalla continuazione della sua Comedia volgare » 
(op. cit, p. 331, 347); tanto che Dante, rispondendogli, si sforzò di rivocarlo 
" dal disprezzo manifestato intorno al suo poema: cosa che altamente dovea 

* toccare il cuor del poeta „ (op. cit, p. 361). Or si può dare incoerenza 
maggiore? Ma se Giovanni conosceva nel 1319 quasi che tutta la Comedia, come 
poteva frullargli per il capo la bizzarra idea di " scongiurar » Dante a non conti* 
nuare un lavoro già quasi condotto a compimento? E se del poema sacro si 
mostrava, come il Ponta medesimo vuole, ammirator convinto nel Carmen, come 
in pari tempo avrebbe dato segno di disprezzarlo? Ma ciò che riesce più singo- 
lare ancora è constatare come le idee del Ponta abbiano rinvenuti consenzienti 
il Giuliani ed il Pasqualigo. De' quali il primo le adotta senza scoprirsi però 
troppo, more solito (op. cit., p. 332); mentre l'altro, meno accorto, cosi fa di- 
scorrere Giovanni con Dante: " Lascia adunque il volgare, e attienti al latino; 
" e pur a questo attenendoti, metti da parte l' astruso soggetto della Comedia, 
" e canta quello che ti dico io... » (op. cit, p. 42). Eppure ci voleva tanto 
poco a capire che Giovanni, ben lungi dal metter fuori la ridicola pretesa che 



-65- 

r Alighieri interrompesse la Coniediaf non intese dirgli se non questo : * Or che 
** il poema mirabile è pressoché finito, quando tu intenda cantar di bel nuovo, 
* non rivolgerti più ai volgari, ma pensa un poco anche ai dotti, e scrìvi una 
" buona volta per noi, parlandoci di avvenimenti contemporanei che, se tu non 
" li canti, rimarranno ignoti! „. 

('^) E la cosa può esser vera, ma se mai, non davvero per le raijioni che i 
più soglion addurre, dal Ponta in poi, a provarla tale. 

{'*') Il Macri-Leone, op. cit., p. 78, è giunto a qualificare uno " stolto pregiu- 
" dizio quello dei dotti del Trecento che la lingua latina fosse superiore alla 
volgare. Via, tanto " stolto „ allora non lo si poteva dire, specie se si rifletta 
^'he la Cotftedia non era ancor uscita alla luce! 

(") Ecl. resp. 33-35; 65-67 sgg. 

(^'^) Cf. Macrì-Leone, op. cit., p. 108. 

{") Ecl. resp. 94-95. 

(***) Giuliani, op. cit., p. 341. 

(*') Macrì-Leone, op. cit., p. 107 sg. 

(**) Op. cit., p. 108. 

{*^) Op. cit., p. 363 sgg. 

(*•) Le ragioni, onde 1' Alighieri è stato indotto ad attribuire a Giovanni il 
nome di Mopso, furono senza dubbio, parecchie. I lettori ricorderanno in primo 
luogo come nell' Ecl. quinta Virgilio introduca a celebrare la memoria di Dafni 
estinto due pastori, entrambi eccellenti nel canto: Mopso cioè e Menalca. Mopso, 
nel quale gli antichi commentatori riconoscono Emilio Macro, invitato da Me- 
nalca, inizia la poetica commemorazione, ripetendo a mo' di canto continuato 
r epicedio, che in forma di componimento amebeo aveva pur mo* inciso, mentre 
lo stava improvvisando, sulla scorza d' un faggio. E quand' egli ha finito, Me- 
nalca gli esprime la propria ammirazione con parole divenute famose (vv. 45*49): 

Tale tuum Carmen nobis, divine poeta. 

Quale sopor fessis in gramine, quale per aestum 

Dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo. 

Nec calamis solum aequiparas sed voce magistrum. 

Nulla di più probabile che il ricordo di questo magnifico elogio abbia consi- 
gliato Dante a chiamar Mopso l' amico. Ma v* ha di più. Secondo la favola si 
disse Mopso uno de' Lapiti, figliuolo d'Ampykos, nell'arte divinatoria espertissimo, 
il quale si recò cogli Argonauti alla conquista del vello d' oro. E col nome stesso 
chiamossi un altro celebre favoloso indovino, il figlio di Manto, fortunato rivale 
di Calcante: cf. W. H. Roscher, Ausfuhrlìch. Lexik. der Griech. .«. Róm. Mytho- 
logie, Leipzig, 1890-97, v. II, e. 3207 sgg. 

Or quest' istesso Mopso spesse volte confuso col primo, fu rammentato 
anche da Teodulo sulla fine di quella sua Ecloga, che godette noli' età di mezzo 
tanta fama, e servi per secoli, al pari del poemetto di Arrigo da Settimello, 
dell'Esopo, del Faceto, ecc., come primo libro di lettura nelle scuole. Cfr. L%b. 
Theodoli in Auci. odo mar., Lugduni, 1538, p. 34. Al pari di tutti i contemporanei 
suoi anche Dante, da fanciullo, dovette leggere, anzi mandar a memoria addirittura 

NOVATI. 5 



— 66 — 

r ascetico poemetto del vetusto scrittore; di qui forse un altro né lieve impulsa 
ad assegnare all' amico un nome per tanti rispetti divulgatissimo. 

(*'') Facendo di Giovanni un bifolco, l'Alighieri evidentemente s'è piaciuto 
alludere al cospicuo grado che quegli teneva nell' insegnamento. I suoi uditoi i 
infatti, come ci fa avvertire l' anonimo Laurenziano, perché adulti, potevansi pa- 
ragonare a giovenchi, non già a capretti o ad agnelli, ai quali per la tenera età 
loro meritavano d'esser invece ravvicinati quelli di ser Dino Perini. 

(*•) Allorché, parecchi anni più tardi, il Del Virgilio dettò 1* ecloga al Mus- 
sato edita dal Bandini ( Catai. codd. mss. latin. bibL Med. Laur,^ to. Il, e. 9 sgg. ) 
di sul cod. Laur. PI. XXIX, 8, a far manifesta l' infelicità sua ei prese il nome 
di Moeris (da /Aoi/ja zrzfaium: cosi il Boccaccio in una delle sue ecloghe chiamerà 
poi Dorilos un personaggio, da doris, che in greco (?) vale " amaritudo , : cfr. 
HoRTis, Studi sulle op. lai. del Bocc, p. 43); ma non passò sotto silenzio quella 
che consentito gli aveva Dante in tempi più avventurati (v. 182-83): 

Mopsus enim fuerat quondam, modo nomine Moeris 
Dicitur. 

(*®) Exl. resp. 30. Anche nell' ecloga testé citata al Mussato rinveniama 
un'allusione di Giovanni alla sua " bucula „ (v. 150), che, a cagione del silenzio 
mantenuto dal glossatore, ci rimane alquant' oscura. 

(*0) £cl. resp. 96. Il PoNTA, op. cit, p. 368, usci proprio fuori del seminato, 
quando traduceva questo verso cosi: " A quel pastore vuoisi mandar latte su- 
* perbo „ ! Nessuno, per fortuna, 1* ha seguito. Ma nemmeno il Macri-Leone però 
era esatto, quando scriveva: " Ma forse è superbia a un tal pastore mandare 
del latte „ ( op. cit., p. 84); giacché: * quel tale non vi mis*io „, potrebbe 
dirgli il Del Virgilio. 

e**) Quest* idea si è presentata anche alla mente del Lubin, op. cit., p. 37, n. i. 

(") Niuna prova più caratteristica di codesta tendenza noi potremmo citare 
di quella offerta dal Petrarca medesimo nella singolare dichiarazione allegorica 
da lui tentata dalla prima tra le ecloghe virgiliane (cf. De Nolhac, Pétrarque et 
l* huntanisme, Paris, 1892, p. 122 sgg.), ove non ce ne fornisse una anche più 
eloquente il commento all' intiero BucoUcon, che in servigio del proprio inse- 
gnamento dettò Benvenuto Rambaldì. In questo suo lavoro (che si legge net 
cod. 109 della Governativa di Cremona, e. i a sgg.) l'Imolese ha portato tan- 
t' oltre la ricerca maniaca del significato simbolico, da lasciar indietro di molto 
non solo il Petrarca ed il Boccaccio, ma Fulgenzio medesimo! 

(") Op. cit., p. 98 sg. 

('*) Non credo necessario raccogliere prove di tale asserzione. Ad ogni modo 
può riuscir opportuno ricordare come il Petrarca, seguito da tutti i contempo- 
ranei suoi, sia solito designare in sifìatta guisa la raccolta delle proprie ecloghe^ 
mentre che, ove dell' una o dell' altra di esse gli avvenga di far parola, usa a de- 
notarla o il termine poetico d' ecloga o quelli più semplici di particula e capi- 
tulum. " Bucolicum Carmen duodecim eclogis distinctum scribere orsus , {Fam. 
lib. X, ep. IV, ed. Fracassetti, II, 85): " Bucolici carminis particulam saltem 
" unam „ (cioè un' ecloga, Var. ep. XLIX, voi. cit., 438); " ad Carmen bucoli-^ 



-67- 

" cum unum capitulum si ve, ut in re poetica non nisi poeticis utar verbis, eclo- 
* gam unam addidi „ {Var. ep. XLII, ed. git, III, 410), ecc. Anche le due eclo- 
ghe dantesche son chiamate dal Manetti, Vita Daptiis, ed. Galletti, p. 82, buco- 
licunt Carmen; cosi come le sedici del Boccaccio (* bucolicum quippe Carmen 
** per sexdecim eclogas egregie distinxit „; Vita Bocc, p. 92). Altrettanto 
fanno il Salutati, dov* ei ragiona delle sue ecloghe ( Epistolario lib. Ili, ep. IX, 
V. I, p. 157), e Giovanni Boni d'Arezzo, che l'opera propria definisce " Bucolica 
" partita in eclogis „; cf. E. Carrara, Giov. L. de Bonis d* Arezzo e le sue op, 
ined, in Arch, Stor» Lomb., a. XXV, 1898, p. 342. 

(**) Secondo il DiONist, op. cit., p. 9, quando Dante scriveva, " non erano 
" state per anco scoperte 1* ecloghe di Calfurnio {sic) „; la quale opinione difficil- 
mente vorrà adottare oggi chi rammenti come al Petrarca ne avesse promesso 
una copia per V appunto un concittadino del Dionisi, Guglielmo da Pastrengo ! 
Cf. De Nolhac, op. cit., p. 173. Ad ogni modo questo è certo però che non solo 
1* Alighieri, ma anche Giovanni del Virgilio, come risulta dai v. 6 segg. del* 
r ecloga sua al Mussato, il Boccaccio, il Salutati, il Rambaldi, insomma pressoché 
tutti i più dotti uomini del Trecento, ignorarono l'esistenza del mediocre poeta 
siculo, come quella dell' ancor più mediocre Nemesiano. 

(**) Strano a dirsi! Tutti gli illustratori delle ecloghe dantesche hanno rife- 
rito questa glossa, in cui tanto chiaramente si allude alla Bucolica virgiliana; si 
son dati cura d'avvertire che d'essa appunto si trattava... e nessuno poi s'è 
mai domandato che stesse a fare qui l' accenno all' opera del poeta latino, se 
V ovis era 1' ecloga di Dante o, peggio che peggio, la musa della Comedia! 

(") La glossa dell'Anonimo a questo luogo è poco intelligibile, giacché egli 
sembra credere che Dante parli di sé stesso, mentre per la retta intelligenza del 
passo torna forse necessario riferirne le parole a Virgilio. 

(") Cf. Theocriti Idyllia, ed. Fritzsche, Lipsiae, 1868, v. I, p. 6, n. La cosa 
è rilevata da Servio: " Sane sciendum VII eclogas esse mere rusticas; quas 
* Theocritus .X. habet; hic in tribus a bucolico Carmine, sed cum 
" excusatione discessit „: v. Servii Comm. in Virg. Bue, ed. Lion, Got- 
tingae, 1826, v. II, p. 96. Non è a tacere poi che già nell' antichità volevasi scor- 
gere un'allusione alle dieci ecloghe offerte da Virgilio ad Augusto, nelle parole 
di Menalca (Ecl. III, vv. 70-71): 

Quod potui, puero silvestri ex arbore lecta 
Aurea mala decem misi... 

La qual' opinione, riprovata da Servio (op. cit., v. II, p. 116), ha rinvenuto al 
contrario, com'era naturale, molto favore presso i commentatori medievali; e 
basti qui citar di nuovo Benvenuto da Imola (cf. cod. Crem. cit., e. 12 b). Servio 
avrà magari ragione; ma che nel luogo or riferito di Virgilio quel numero non 
abbia però verun significato, par duro ad ammettere, ove si ricordi come Pro- 
perzio torni anch' egli a ripeterlo in quella tra le sue Elegie (II, xxxiv, 69), eh' è 
tutta intessuta di reminiscenze virgiliane. 

('*) Tra i poeti bucolici del sec. XIV non son pochi coloro i quali, ad imita- 
zione del Mantovano, vollero che dieci e non più fossero le ecloghe loro. Que 



— 68 — 

st'è a dire dell'autore, sin qui non identificato, del Bucolicutn carnten, attribuito 
senza una ragione al mondo al Mussato (cf. Minoia, Della vita e delle opere 
di A. M., Roma, 1884, p. 198); di Giovanni Boni d'Arezzo, le ecloghe del quale 
son state testé studiate dal Carrara, ecc. Anche il Bucolìcon petrarchesco, in 
origine, sembra si modellasse pur in questo sul virgiliano. Accanto a costoro 
però non mancò chi o non curasse di raggiungere il numero tradizionale o si 
proponesse di superarlo: il Salutati, Domenico Silvestri, il Boccaccio, ecc. 

(•^^) È curioso a notare come il pensiero che i componimenti coi quali Gio- 
vanni Del Virgilio intendeva ricambiare il dono di Dante, dovessero essere d' in- 
dole pastorale, sia balenato anche alla mente del Giuliani, op. cit., p. 341. Ma 
fu un baleno e nulla più. 

f*^) Sull'andata a Venezia v. F. Villani, op. cit., p. io sg.; e cfr. Ricci, op. 
cit., p. 145 sgg., il quale però intorno alla data del ritorno di Dante a Ravenna 
tiene opinione diversa da quella ora espressa e che già manifestò G. Belloni, 
Sopra un passo dell* ed. resp. di Giov. del Virg. a Dante, in Giorn. star, della 
leti. ital. XXII, 369 sg. — Che 1' Alighieri poi in seguito al ben noto invito di Ga- 
leazzo Visconti si recasse realmente a Ravenna sostiene il Della Giovanna, 
Dante mago, in Rivista d' Italia, a. I, v. II, 1898, p. 138; e, quantunque il Passe- 
rini, Giorn. Dant., a. IV, 1897, p. 129, si opponga, inclinerei a crederlo ancor io. 

C'^) Troppo nota è V importante postilla dell* Anonimo Laurenziano in pro- 
posito (cf. Belloni, op. cit., loc. cit.), perché giovi qui riferirla. 

(^^) Macrì-Leone, op. cit., p. 120. 

(®') " Intentato forse „ ho detto in omaggio alla comune credenza; ma era desso 
realmente tale per l'Alighieri? Io ne dubito assai. Di un uomo, il quale fin dalla 
gioventù aveva tanta famigliarità coi poeti latini quanta egli n'ebbe (cf. Boc- 
caccio, Vita di D., § 2, p. Il), come si può credere che solo sullo stremo di sua 
vita s'inducesse a scrivere in esametri latini, " all'unico fine, come direbbe il Lubin, 
* di mostrare col fatto di saperne fare? „ Filippo di Gino Rinuccini in quella 
sua vitarella del poeta, che pubblicò nelle Delizie degli Eruditi Toscani to. XII, 
Monumenti, il p. Idelfonso di S. Luigi, laddove tocca degli scritti di lui, dice che 
in latino, oltre che le opere a tutti note, " scrisse alcuna Egloga, ancora scrisse 
" molte 'epistole in prosa e in versi „ (p. 253). Alla testimonianza del buon 
messer Filippo io non annetto gran peso; ma che quant* egli dice debba essere 
il vero mi pare difficile negare. Sicché, per mio conto, io non esito a credere 
che le ecloghe ci rappresentino una tenue parte di questo poetico bagaglio del- 
l' Alighieri che il tempo ci ha sventuratamente involato. 

C^") Macrì-Leone, op. cit., p. 119. 

(°^) Vita di Dante, § 6, p. 33. 

(") Bue. Ecl. VI, 3.5. 

n Par. II, 13-15. 

e*®) Cf. op. cit., p. 121 sg. 

(^°) Rileveremo altrove le manifeste tracce che dello studio fatto dal Boc- 
caccio del Bucolicon dantesco si rinvengono nelle ecloghe del Certaldese. 

C^) In realtà le cause di questa fioritura sono probabilmente meno involute 
e complesse di quanto il Macri-Leone immaginasse; e l'azione dell'antichità ri- 



-69- 

nascente ha forse avuto in essa una parte notabilmente inferiore a quella che il 
valoroso giovane inclinava ad attribuirle. Giovanni Boccaccio — la cosa ci sem- 
bra sicura — non sarebbesi mai accinto a dettar ecloghe simboliche, ove V esem • 
pio del Petrarca, il suo inclito " precettore „, non 1* avesse a ciò potentemente 
stimolato; del Petrarca, dico, al quale, come pure si sa, egli dava il vanto d'aver 
rinnovata, nobilitandola, dopo secoli d' abbandono, la poesia pastorale. £ tutti co- 
loro che nella seconda metà del sec. XIV cantarono le selve e gli armenti, Ia- 
copo Allegretti e Cecco Meletti, entrambi da Forlì, Coluccio Salutati, il Silvestri, 
Giovanni de Bonis, per non ricordare che i più noti, neppur essi si sarebbero 
certo invaghiti di siffatto genere poetico, ove ad infervorarli all' impresa non 
fosse sempre stato lor presente il pensiero che il Petrarca ed il Boccaccio ave- 
vano fatto e facevano altrettanto. La larga produzione bucolica del Trecento è 
dunque dovuta quasi unicamente all'influsso della dittatura letteraria del Petrarca. 
Ed in costui il disegno di comporre ecloghe piene di astruse allegorie deesi 
creder germogliato e maturato al soffio dello spirito nuovo, dell* antichità risor- 
gente? A me non pare davvero. Se prestiam fede a quanto egli stesso ci racconta, 
il pensiero di comporre un Bucolicon venne a messer Francesco li per li, in un 
momento d'ozio; e noi non ci allontaneremmo forse dal vero se congetturassimo 
che gli fosse quasi ad insaputa sua suggerito dalla preocupazione, onde fu domi- 
nata la sua vita artistica tutta intera : quella d' emulare Virgilio. Bello dovette 
parergli che, quando all' Eneide doveva grandeggiar accanto 1' Africa, anche un 
Bucolicon nuovo venisse a contrastar l'antico grido al latino. Com'è chiaro, in 
tutto ciò r influsso dell' Umanesimo ha ben poco a che vedere. Si tratta essen- 
zialmente d* un movimento artificioso, che non risponde se non in apparenza 
alle aspirazioni nuove del tempo, e che ritrova la sua ragione d' essere nella 
moda, nello spirito d'imitazione, sempre cosi potente nel campo letterario, e. 
soprattutto, nel culto ardentissimo, onde tutti i dotti d'allora avevano circon- 
dato il Petrarca. Tant' è vero ciò che in uno di costoro, nel quale più nitida e 
viva sembra esser stata la visione di quello che sarebbe riuscito il vero rinasci- 
mento classico ( voglio parlare del Salutati ), il " folle amore „ nudrito in gio- 
ventù per la poesia bucolica aveva cogli anni finito per tramutarsi in una 
schietta e mal dissimulata avversione. Sicché, da vecchio, non soltanto Coluccio 
mostrava di far poco o nessun conto delle ecloghe proprie, ma s' impazientava 
ove altri gliene inviasse, trovando sconveniente all' età sua Io scioglier " indo- 
" vinelli „; e giungeva persino a scrivere che se nel lungo viaggio attraverso i 
secoli la Bucolica di Virgilio non avesse avuta a compagna r£>i^(W^, difficilmente 
sarebbe giunta sino a noi! 



III. 



LA SUPREMA ASPIRAZIONE DI DANTE 



I. 



A nessunq tra i commentatori e gli studiosi della Comedia 
era accaduto mai di dubitare che V interpretazione tradizional- 
mente data ai famosi terzetti, onde s' inizia il canto XXV del 
Paradiso^ potesse giudicarsi discutibile, anzi addirittura fallace, 
prima che a dichiararla tale non sorgesse risoluto il Todeschinì. 
Fin allora tutti s'erano trovati infatti d'accordo nel ritenere che, 
accennando all' intenzione da lui nudrita di " prendere il cap- 
" pello „ in sul fonte stesso, dov' era entrato " nella fede che fa 
** conte l'anime a Dio „, Dante avesse voluto riaffermare ancora 
una volta quella speranza di potere " per la poesi allo inusitato 
" e pomposo onore della coronazione dell' alloro pervenire {}) „, 
dalla quale soltanto, come ci è ben noto per le attestazioni sue 
e d' altri non pochi, aveva tratto aiuto e conforto nel faticoso e 
lungo cammino. Pure si universal consenso non impedi all' erudito 
vicentino di chiamare " affatto vana ed insussistente „ la comune 
opinione. " Si potrebbe dare — cosi scriveva egli in un breve 
saggio sopra codest* argomento — un concetto più miserabile di 
" questo: io prenderò la corona poetica sul fonte del mio batte- 
** simo^ perché quivi io entrai nella fede cristiana, e perché 
" S. Pietro in cielo approvò la mia fede! Si deve ammettere 
" senza dubbio che qui la voce cappello significhi la insegna 
** del dottoralo, giacché si sa bene che nei tempi del poeta im- 
" ponevasi un cappello o una berretta a coloro, eh' erano con- 



— 74 — 

^ ventati in qualche scienza; ma Dante non poteva intendere 
" qui d' esser conventato o creato dottore se non in quella dot- 
** trina di cui ricorda la professione anticamente fatta e V appro- 
" vazione recentemente ottenutane. Qui non si tratta che di fede 
** e di scienza teologica; dunque la laurea di cui qui si parla 
" essere non può che la laurea in divinità, o vogliamo dire in 
" teologia. Né il fonte battesimale era già luogo opportuno a 
*' conseguirsi una laurea d* indole diversa „. 

" Niuna università d* Italia — continua il Todeschini — con- 
^ cedeva ancora nei tempi dell' AUighieri la berretta o il cap- 
** pello di lettore in teologia; ma Dante in mezzo agli anni del 
" suo esilio era accorso alle scuole teologiche di Parigi, e di là 
" certamente egli trasse quella idea che domina nei versi ora 

" da noi esaminati Dante poteva credere con valido fonda- 

** mento di essere pur egli meritevole dell' onore di quella ber- 
" retta; ma unendosi in lui alla giusta estimazione del proprio 
** sapere un vivo desiderio di ritornare in patria, non seppe im- 
'* maginare più grata ricompensa alle proprie gloriose fatiche, 
" che assumere il carattere di maestro in divinità in quel luogo 
** medesimo, dove egli era stato ricevuto alla fede cristiana. 
" E giova non poco a dar ragione del desiderio manifestato dal 
** poeta ed a mostrarcene tutta la convenienza, queir uso di Fi- 
" renze rammentatoci a questo luogo dall' Antico, che s' onoras- 
" sero nel Battistero di san Giovanni, quando venivano li 
** scienziati da Bologna „, 

" Contro r assunto che ne' versi, di cui facciamo parola, si 
" parli della berretta teologica e non dell'alloro poetico, assai 
** poco valgono le considerazioni, che ivi Dante accenni al suo 
'* poema, e additi sé stesso come poeta. Il poema è qui tratto 
^ in campo come fonte della fiducia di tornare in patria; e la 
" qualità di poeta si mette in mostra per doppia ragione, vale a 
" dire, e pel nome che 1' AUighieri ne godeva in Firenze prima 
" dell* esilio, e per 1' opera del poema, tessuto di poi. Io tornerò 
** in Firenze poeta, dice egli, come vi fui conosciuto e celebrato 
** altra volta, ma vi sarò poeta d'altra età e d'altro tenore; e 



— 75 — 

" per le nuove e divine cose eh* io canto, su quel fonte ove 

" entrai nel consorzio delie cose divine, potrò esser dichiarato 

" maestro in divinità. La laurea poetica potevano dargliela i Fio- 

" rentini prima dell' esilio, perché avevano già riconosciuto lui 

" siccome il maggiore dei loro poeti: col poema sacro, e spe- 

" cialmente colle dottrine teologiche professate nel Paradiso, 

** Dante aveva acquistato diritto ad una laurea d' altra natura. 

" Oh come gli interpreti tentano talvolta di far apparire Dante 

" dissennato! Nel momento, in cui egli si gloria dell'approvazione 

" ottenuta da S. Pietro, sognano eh' egli ravvolgesse in mente 

" il pensiero della ghirlanda d'Apollo „ (*). 



II. 



Così dunque il Todeschini; del quale ci è sembrato prezzo 
deir opera far conoscere ai lettori nostri l' ipotesi rivestita di 
quella forma stessa, ond' egli s' era giovato a significarla. Ipotesi, 
non v' ha dubbio, fantasticamente ardita, ma che nessuno tuttavia 
s'è dato sin qui la briga di confutare. Vero è che il silenzio, 
cosi rigorosamente mantenuto intorno ad essa da pressoché tutti 
gli interpreti della Comedta, puossi ascrivere a disdegno (^); ma, 
ove della singolare taciturnità questa per 1' appunto dovesse cre- 
dersi la causa, ci permetteremmo d' osservare che il disdegno ci 
pare assai fuori di luogo. 

Pure niuno più di noi è lontano dal consentire col dantista 
vicentino nell'opinione che la laurea, vagheggiata dall'Alighieri, 
sia stata quella di teologia. Troppi e troppo gravi, per vero, sono 
gli ostacoli, contro i quali una sentenza di tal genere viene a dare 
di cozzo, perché non ci si debba stupire che un uomo erudito ed 
ingegnoso, quale fu il Todeschini, o non li abbia a bella prima 
avvertiti o, fattone accorto, siasi lusingato di scansarli. In realtà 
egli stesso ha preveduto la più facile tra le obbiezioni che gli sa- 
rebbero state mosse: come, di grazia, poteva Dante sperare di con- 
seguire in Firenze la laurea teologica, se ai di suoi nessuna tra 
le città italiane, che andavano superbe d'uno Studio (di cui Fi- 



- 76 - 

renze mancava), aveva facoltà di conferirla? (*) — ed ha imma- 
ginato d* eluderla, affermando che il divino poeta s' era portato 
a Parigi già molto tempo innanzi, ed ih queir università aveva 
con onor grande e non minore profitto atteso ai teologici studi. 
Ma, pur troppo per il Todeschini, V andata di Dante oltremonti 
è tutt* altro che provata fin ora (*) ; né maggiore solidità pre- 
senta r attestazione del Boccaccio, da Filippo Villani ripetuta, 
che delle " scuole della teologia " ei sia stato colà frequentatore 
assiduo e, per vittorie conseguite disputando, famoso (^). Però^ 
quand* anche risultasse accertato, come per adesso non è, che il 
poeta nostro fu a Parigi, ed in quello Studio si dedicò alle scienze 
divine, ne conseguirebbe forse che nella sua breve dimora egli 
avesse acquistato il diritto di domandare più tardi ai propri con- 
cittadini una laurea in teologìa? Chiunque conosca, non diremo 
a fondo, ma appena appena superficialmente, quali fossero le 
norme immutabili e rigorose, ond* era regolata nelle scuole pari- 
gine la carriera di quanti aspiravano al convento in divinità, 
non potrà a meno di sorridere al pensiero che si sia da taluno 
creduto sul serio che Dante potesse o volesse percorrerla! Lo 
studente in teologia, rammento cose che sono senza dubbio assai 
note ai lettori, sia che avesse qualità d* ecclesiastico, sia che 
fosse un secolare (nel qual caso trattavasi quasi sempre d'un 
maestro d'arti), doveva studiare sei anni, prima d'ottenere il 
permesso di presentarsi a quell' esame, che, felicemente superato, 
lo elevava al baccellierato col grado di " biblico ordinario „, se 
chierico, o di " cursore „, se laico. Dopo di che, per trasfor- 
marsi in " baccelliere formato „, e procacciarsi la licenza, al fu- 
turo dottore occorrevano altri tre anni d' indefesse fatiche scola- 
stiche; trascorsi i quali, e sostenuta una nuova solenne prova, 
che dicevasi " tentativa „, ove niun altro ostacolo si frapponesse, 
egli veniva assunto finalmente con pubblica cerimonia, la birret- 
tatiOy alla dignità magistrale ('). O non avevo io ragione d' os- 
servare che il voler far passare l'Alighieri per una siffatta tra- 
fila di lezioni, di esami, di prove, è idea degnissima di riso? 
Nel " vico degli strami „, ove ei 1* abbia davvero frequentato. 



— 77 — 

l'esule fiorentino non consumò neppur un terzo; ma che dico 
un terzo? nemmeno un quarto forse, del tempo che riesciva in- 
dispensabile per conquistare la sospirata " cedola „ d' ammis- 
sione ai candidati baccellieri. 

Non perdiamo dunque noi adesso altro tempo a confutare 
un' opinione cosi priva di solido fondamento, come quella si è che 
Dante abbia mai accarezzato il bizzarro disegno di sollecitare dai 
propri concittadini un titolo onorifico eh' egli non era in grado di 
pretendere né quelli avevano autorità di concedere; e volgiamoci 
invece a dimostrare quanto sia vano l' altro, gratuito, asserto del 
Todeschini, che, ove s' interpretino, come s' è sempre fatto, dal 
secolo decimoquarto in poi, i terzetti 3 e 4 del XXV del Paradiso^ 
facciasi esprimere al sommo scrittore nostro un concetto scon- 
veniente, anzi addirittura " miserabile „. Che Dante, fatto certo 
dallo sfolgorar più vivo dell' " apostolico lume „, il qual gli gira, 
letiziando, la fronte, che " nel dir „ gli piacque, ne cavi argo- 
mento a reputarsi degno ormai del poetico alloro; non può pa- 
rere strano se non a chi ignori; cosa per verità troppo nota, 
perché sia d'ignorarla concesso; quale conto Dante, al pari di 
tutti i contemporanei suoi, facesse della poesia. Se Aristotele in 
un luogo famosissimo della Metafisica aveva affermato che ne' poeti 
dovean vedersi i primi teologizzanti (^); se altri antichi s'erano 
accordati col " maestro di color che sanno „ nel sostenere che 
tutt' uno in origine formar dovettero la poesia, la filosofia mo- 
rale^ la teologia; e codest' opinione, accolta da Massimo Tirio, 
da Strabone, da Plutarco, da Eusebio, ritrovò poscia consenzienti, 
per non dir che di questi, e Lattanzio e S. Agostino H; chi 
vorrà giudicar strano che, sugli inizi del Trecento, 1' Alighieri, al 
pari d'Albertino Mussato e di maestro Guicciardo da Bologna, 
doctor doctorum in gramatica, fosse profondamente convinto che 
il ministero di poeta paragonar si poteva ad un sacerdozio, e 
che al poeta stesso, al vate, competeva a buon dritto il nome 
di " teologo „, posto che con solenni autorità riusciva fatto di 
provare " che la teologia e la poesia quasi una cosa si pos- 
" sono dire, dove uno medesimo sia il subbietto; anzi 



-78- 

" che la teologia niun'altra cosa è che una poesia 
" di Dio „ (*°)? Nulla di più naturale pertanto che nel momento 
appunto in cui immaginò solennemente riconosciuta la propria 
ortodossìa, lassù nel cielo, dal vicario di Cristo, egli sia ritornato 
col pensiero a quella coronazione poetica, la quale avrebbe do- 
vuto annunziarlo quaggiù nel mondo, teologo insieme e poeta - 
Del resto, non avea egli già fatto qualcosa di simile, iniziando 
la cantica del Paradiso? Allora, tutto compreso della grandezza 
del cimento a cui s' esponeva, erasi affrettato ad invocare pro- 
pizio il " buono Apollo „, perché, fatto " vaso del suo valore „, 
toccar potesse la meta desiderata: 

O divina virtù, se mi ti presti 

Tanto, che T ombra del beato regno 

Segnata nel mio capo io manifesti, 
Venir vedrà* mi al tuo diletto legno^ 

£ coronarmi allor di quelle foglie. 

Che la materia e tu mi farai degno.... (**)• 

Ora, mercé V aiuto implorato, egli ha varcato già V " alto sale „ ; 
la nave sua tocca già il porto, ed il " beato regno „, del quale 
si diceva pago di " manifestare „ V ombra soltanto, quale ei 
r aveva nel suo capo fermata, è balzato fuori, rutilante d' incre- 
dibil fulgore e di soprannaturale bellezza, dalla sua titanica fan- 
tasia. Come possiamo stupirci che in codest' istante di suprema 
compiacenza V artista sublime stenda, desideroso, la mano alla 
" fronda peneia „, di cui anela a cingersi il crine, che, biondo 
un tempo, or s'è fatto d'argento? Non v' è davvero ragione di 
dubitarne: a Firenze, in quel suo bel San Giovanni, dove sole- 
vansi onorare, come V Ottimo ci attesta, " gli scienziati, quando 
" vengono da Bologna „ (*^), niun' altra corona che la febea 
non fosse, agognò mai di vedere collocata sul proprio capo il 
teologo-poeta. 



— 79 — 



III. 



Ma se bizzarra ed inaccettabile risulta la pretesa del Tode- 
schini di presentare ai posteri l'Alighieri incappucciato di vaio 
come un solenne maestro di sacra teologia (*^), non tutte le os- 
servazioni colle quali egli s' era ingegnato a rinfiancare la disgra- 
ziata sua congettura, debbono giudicarsi immeritevoli della nostra 
attenzione. Ed una soprattutto, a mio avviso, vale la pena d' es- 
sere qui esaminata e discussa : quella cioè concernente al vero si- 
gnificato della frase : " prendere il cappello „, adoperata dal poeta 
per designare la particolare onoranza, alla quale egli aspirava. 

" Cappello : la corona d' alloro. Cosi tutti „ ; nota laconica- 
mente lo Scartazzini nella più recente edizione del suo utile 
commento ("). Che tutti, proprio tutti, affermino questo, non si 
potrebbe a rigor di termini asserire (^^); certa cosa è tuttavia 
che la massima parte degli interpreti danteschi in codesta sen- 
tenza concorre. Ma dicon bene i più? Qui sta il punto. Mettiamo 
in sodo innanzi tutto che quante volte Dante s'è trovato a ri- 
cordare la suprema sua aspirazione, non ha mai involuto in am- 
bagi, in oscure espressioni, in enimmatiche spoglie il proprio pen- 
siero; ma s' è piaciuto, anzi, estrinsecarlo nella maniera più 
piana, col più esplicito linguaggio. Ad Apollo nel I del Paradiso 
egli chiede V " amato alloro „, le " foglie „ del suo " diletto 
** legno „, la " fronda peneia „; e sol di lauro, sol di serti 
** penei „, ne' quali, all' " alta vergine „, tramutatasi in pianta, 
s' intrecceranno 1' edera e il mirto, doctarum praemta froniitimy 
discorre nell' egloghe ^\ Superfluo aggiungere che soltanto di 
**' laurea de lauro „, com' allora si diceva, parlano sempre, toc- 
cando delle speranze dal divino poeta nudrite, e Giovanni Del Vir- 
gilio ed il Boccaccio ("). Perché dunque, dovendo nel passo, che 
adesso esaminiamo, esprimere un' idea, da lui già tant' altre volte 
nettamente formulata, viene egli fuori, il poeta, con una frase 
cosi precisa ed in pari tempo però cosi differente da quelle 
sempre per lo innanzi adoperate: " prenderò il cappello „? 



— 8o — 

Differente? odo qui rispondermi. E perché differente? O non 
è ^ cappello „, come V usa in questo luogo V Alighieri, un galli- 
cismo per " ghirlanda „? 

Certo: ** cosi dicono tutti „, ripeterò anch'io alla mia volta (*^)- 
Ma quale fondamento ha la comune persuasione? Per verità 
nessuno. Che in Francia, in forza dell' uso generalmente adot- 
tato da giovini e donzelle di portare la fronte ricinta d* un serto 
di rose o d' altri fiorì in luogo d' un cappello, la voce chapel, 
accanto al significato suo primitivo, abbia sviluppato per esten- 
sione r altro di " ghirlanda „, " corona „, sta benissimo ^\ Ma 
che r usanza di chiamare " cappello „ una corona di fiori e di 
foglie, varcate le Alpi, siasi tra di noi trapiantata, e pili partico- 
larmente in Toscana nei secoli XIII e XIV fatta comune; co- 
mune, intendo, a tal segno da concedere a Dante di valersi 
deir uno in luogo dell' altro vocabolo, senza timor veruno di riu- 
scire oscuro ai lettori e d'ingenerare nella mente loro qualche 
equivoco; io non veggo davvero come si possa provare. A buon 
conto, oltre il preteso esempio dantesco, niun altro di " cappello „ 
" ghirlanda „ ci presentano i dizionari (^°), ove quello non sia, 
tratto dal Decameron^ che non prova nulla di nulla. Scrive difatti 
nella Novella I* della Giornata I^ il Boccaccio, che ser Ciapperello 
da Prato era in Parigi ser Ciappelletto chiamato, perché " non sap- 
^' piendo li Franceschi che si volesse dir Ciapperello „ credevano 
" che cappello, cioè ghirlanda, secondo il loro volgare, 
^* a dir venisse „. Le quali parole del novellator certaldese po- 
tranno bensì essere addotte, ove ad altri piacesse, per confer- 
mare una volta di pili che " secondo il volgare di Francia 
chapel equivaleva a " ghirlanda „ ; ma non giovano né punto 
né poco a dimostrare che altrettanto succedesse nel volgare 
italiano. 

Prima d' asserire pertanto, quasi si trattasse di fatto indi- 
scusso ed indiscutibile, che nel terzetto del Paradiso^ di cui an- 
diamo ragionando, la frase: ." prenderò '1 cappello „ corrisponde 
perfettamente a quest'altra: " io mi cingerò il capo d'una co- 
^ rona d' alloro „ ; sarebbe d' uopo che i fautori di cotest* interpre- 



— 8i — 

tazione cominciassero dal raccogliere le prove che in Toscana, 
ai di dell' Alighieri, a designare una ghirlanda si usava corrente- 
mente il gallicismo " cappello „. Ma sarebbe, temiamo, una ri- 
cerca destinata a non recar frutto veruno. 

O allora? Allora viene naturalmente fatto di domandarci se 
per avventura non avesse colto nel segno il Todeschini, quando 
sosteneva che qui, sulla bocca di Dante, la voce " cappello „ 
nuir altro vuole significare se non V insegna del dottorato, quella 
copertura del capo, cioè, che, varia per materia e per foggia, a 
seconda dei tempi, dei luoghi e delle circostanze, pure conti- 
nuossi per tutta 1* età di mezzo ad offerire a coloro i quali nel- 
r una o neir altra scienza conventavansi, simbolo manifesto di 
gloria, di carità, di giustizia (**). Ma il Todeschini s' incaponi, 
come abbiamo veduto, a volere riconoscere nel " cappello „, che 
Dante dichiarasi disposto a " prendere „, quello che s' imponeva 
ai maestri di sacra teologia; noi invece siamo per credere che 
il poeta divino abbia vagheggiato un titolo meno pomposo si, 
ma nel tempo stesso assai più consentaneo, per V indole sua, 
agli studt da lui prediletti ; un titolo eh* ei poteva agevolmente 
procacciarsi anche senza varcare le Alpi; a Bologna, per esem- 
pio, e con altrettanta facilità farsi riconoscere e riconfermare a 
Firenze: quello cioè di dottore in arti. 

Non si dica, di grazia, superflua questa mia supposizione, né 
mi si accusi d' aver sgombrato il terreno dai ruderi dell' edificio 
voluto innalzare dal Todeschini, per erigervi una nuova fabbrica 
a mio capriccio. Tra V ipotesi, eh' io m' ero proposto di sfatare 
definitivamente, e quella che mi permetto adesso d'enunziare, 
corre una differenza grandissima, quale può intercedere cioè tra 
un ragionamento campato in aria ed uno che si fonda sopra 
l'attento esame de' fatti e della realtà. Poteva l'Alighieri; cosi io 
mi sono domandato e mi domando; conseguire la laurea in poe- 
sia senza essere prima passato per un' altra cerimonia prelimi- 
nare, senz'avere ottenuto il titolo di dottore in grammatica 
ossia il convento in arti? Qui sta il nodo della questione, che 
nessuno sinora s'era proposta; giacché, anche in questo caso. 

No VATI. .6 



— 82 — 

come in altri parecchi, i biografi del divino poeta hanno sempre 
preso le mosse, quasi direi inconsciamente, dal curioso principio 
che alle norme, le quali governavano in maniera determinata, 
precisa, la vita sociale, ed a cui non si derogava mai per motivo 
veruno, nel secolo decimoquarto, Dante, perché era Dante, abbia 
potuto sottrarsi. Di qui è sorta V idea del Todeschini che il poeta, 
benché secolare non solo, ma marito e padre, senz'avere mai 
raggiunto verun grado nella gerarchia clericale, solo per avere 
seguito non sappiamo quali corsi nello Studio parigino, avesse 
potuto aspirare nientemeno che ad una laurea in sacra teologia; 
dì qui r altra credenza, eh' io mi son pure sforzato di compro- 
vare fallace ed inane, che, ad onta di cotesta sua condizione di 
laico, r Alighieri fosse potuto salire sopra una cattedra di retto- 
rica o di poesia. Ma i contemporanei di Dante non V hanno cer- 
tamente considerato mai come sogliono considerarlo i suoi cri- 
tici, nati la bazzecola di sei secoli più tardi! Ammettiamo pure 
che, specie negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, la 
fama dell' esule fiorentino avesse disteso più largo volo in Italia, 
che non soltanto il volgare avesse appreso ad ammirarlo, ma 
molti dotti a lor volta lo reputassero poeta insigne, profondo 
scienziato. Ma da ciò ad ammettere che in favor suo si potessero 
infrangere leggi e violare consuetudini sancite dal tempo e rigo- 
rosamente osservate da tutti ci corre, come ognun scorge, di 
molto. Non crederei pertanto prudente conchiudere che la pub- 
blicazione integrale, definitiva della Comedta sarebbe stata baste- 
vole, perché 1' Alighieri raggiungesse il sospirato premio di tante 
e diuturne fatiche, prima d' aver cercato di mettere bene in chiaro, 
se pure è possibile riuscirvi, che cosa veramente fosse, ai giorni 
di Dante, la laurea poetica, ed a quali condizioni essa venisse 
abitualmente conceduta. 



IV. 



Che alla fronda sacra ad Apollo nessuno de' contemporanei 
suoi rivolgesse bramoso il pensiero, oltreché nell' ecloga sua 



-83 - 

prima, asserisce, tra scorato e sdegnoso, in un luogo notissimo 
del Paradiso, T Alighieri medesimo: 

Sì rade volte^ padre, se ne coglie, 
Per trionfare o Cesare o Poeta, 
(Colpa e vergogna delle umane voglie) 

Che partorir letizia in sulla lieta 
Delfica deità dovria la fronda 
Peneia, quando alcun di sé asseta; (^') 

e della veracità di cotesti melanconici asserti del poeta sorgono 
a loro volta testimoni cosi Orso conte dell' Anguillara e senator 
romano nel diploma da lui conceduto al Petrarca, (*^) come Gio- 
vanni Boccaccio, il quale, pur scrivendo dopoché ed il Petrarca 
appunto e Zanobi da Strada s' eran cinti del simbolico serto la 
fronte, definisce 1* onore vanamente vagheggiato dall* esule fio- 
rentino, " pomposo „ non meno che " inusitato „ ('^). Tuttavia 
chi gittasse uno sguardo sovra queir indigesto zibaldone, in cui 
Vincenzo Lancetti s* è ingegnato a raccogliere le notizie concer- 
nenti ai poeti laureati " d* ogni tempo e d' ogni nazione „, (*^) 
sarebbe a prima giunta portato a giudicare che 1* usanza di 
coronare d' alloro i poeti non fosse tra il due ed il trecento ca- 
duta in tanta dimenticanza quanta dalle parole dell* Alighieri ri- 
sulterebbe. Non meno di sei difatti sono gli scrittori che, ove 
prestassimo fede al poligrafo cremonese, dovremmo ritener in 
cent'anni all' incirca giunti al possesso della ghirlanda febea: due 
stranieri: un inglese, cioè, Roberto Baston, un francese,. Adenet : 
e cinque italiani: Boncompagno da Signa, frate Pacifico, Niccolò 
di Giunta di Boldrone, Bono da Bergamo ed Albertino Mussato (*^). 
Disgraziatamente però anche a questa ponderosa compilazione 
lancettesca vollero presiedere le solite Muse dell* autore, la fretta 
e la sciatteria; ed egli> pur d'impinguare i propri cataloghi, ha 
fatto, come suol dirsi, d* ogni erba fascio. Sicché se noi sotto- 
porremo adesso ad un rapido esame i fonti, ond' ebbe a giovarsi 
per gratificare i sei personaggi testé enumerati del titolo di 
poeti laureati, non tarderemo a riconoscere come ai più tra di 



-84- 

loro una critica imparzialmente severa debba affrettarsi a strap- 
pare dalle chiome l'alloro fuor di ragione usurpato. 

Che il carmelitano inglese Roberto Baston, compositore di 
ritmi satirici e morali in latino e volgare, sia stato sui primi del 
secolo XIV onorato della poetica ghirlanda, è affermato dal Lan- 
cetti sul fragile fondamento portogli dalle seguenti parole di 
Giovanni Baie, il noto illustratore della storia letteraria della 
Gran Brettagna fiorito nel sedicesimo secolo: Hutto rhetorem ac 

poetam Oxonii laureatum secum accepit rex Edvuardus primus 

in Scotiam iiurus, anno Domini IJ04, ut in futura Strivelinensis 
castri fortissimi obsidione, insigniter gesta describeret, ('') Ma chi 
rammenti come sia stata consuetudine costante nelle britanniche 
scuole d' insignir del titolo di " poeti laureati „ quanti, usciti vit- 
toriosi dalle prove che la legge imponeva, conseguissero il grado 
accademico di " dottori in grammatica „ ; ('*) potrà a buon dritto 
meravigliarsi che, tra miir altri graduati negli Studi d' Oxford e 
di Cambridge, i quali nel corso de' secoli XV e XVI consegui- 
rono con si modico sudore il sacro ramo d' alloro, Vincenzo 
Lancetti sia proprio andato a scegliere, per introdurlo nelle tavole 
sue, lo sfortunato abbate di Scarborough, il quale, dopo avere 
seguitato in Scozia il suo sovrano coli' intento di celebrarne in 
eroico stile i trionfi, caduto poi nelle mani de' nemici, si trovò, 
per salvar la propria vita, costretto a descriverne non meno ador- 
namente, secondo il poter suo, le sconfìtte. ('^) 

Se r intrusione dell' oscuro monaco inglese nel " numerato ,, 
drappello de' laureati trecentisti, si può comprendere ed anche, 
fino ad un certo segno, giustificare ('**), quella d'Adenet all'op- 
posto rimane davvero senza scusa. Pur ammettendo che le 
cognizioni del Lancetti in fatto di storia letteraria medievale 
non sian state mai molto profonde, riesce tuttavia incredibile 
eh' egli ignorasse come il titolo di " re „, onde il noto autore 
del Cleomadés soleva far così ingenua pompa ne' propri poemi, 
traesse origine da costumanze poetiche dell' età di mezzo, le 
quali nulla ebbero mai di comune colla laurea sospirata dai dotti. 
Ove non si volesse dunque menar buona a Paulin Paris la con- 



-85 - 

ghiettura che Adenet fosse stato dal conte di Fiandra, presso di 
cui visse anni molti, assunto all' ufficio di " re de' menestrelli „, 
ufficio che in molte corti principesche d'allora solevasi affidare 
a que' trovieri, i quali, pur facendo professione di poesia, sovrain- 
tendevano insieme alle feste ed ai sollazzi de' lor signori, ed eser- 
citavano un' autorità, più o meno riconosciuta, sulla varia ed 
irrequieta famiglia giullaresca a cui appartenevano (^*); si potrà 
sempre supporre eh' egli si fosse guadagnata la corona, di cui an- 
dava tanto orgoglioso, in una di quelle gare solite ad indirsi ogni 
anno dai Puis, già ai suoi giorni fiorenti in parecchie città della 
Francia, ad Arras, a Lille, a Valenciennes. (^') Ma sia che si 
tratti d' un impiego di corte o d' una poetica onorificenza, certa 
cosa si è che il menestrello, caro a Guido di Dampierre, neppure 
nei momenti de' suoi maggiori trionfi sognò mai d' insinuarsi, 
grazie al proprio diadema d'orpello, nella schiera sacra de' " vati „, 
accanto a Virgilio ed a Stazio! 

Nello stesso equivoco in cui è caduto rispetto ad Adenet le 
Roi, noi sospettiamo che il Lancetti sia scivolato anche per 
quanto concerne a fra Pacifico, sebbene in questo caso il suo 
errore riesca attenuato agli occhi nostri dal vedere come altri 
eruditi, assai più sagaci di lui, siansi lasciati cogliere all' amo 
istesso eh' egli ha tanto avidamente abboccato. Il Tiraboschi in- 
fatti, che s' era dapprima mostrato molto esitante a pronunciarsi, ed 
il Ginguené, sulle sue orme, non dubitano di collocare tra i poeti 
laureati r impareggiabile compagno del Serafico d' Assisi, fondan- 
dosi su quanto di lui lasciò scritto nella seconda vita del Santo 
fra Tommaso da Celano : Erat in Marchia Anconitana saecularis 
quidam sui oblitus et Dei nesciuSj qui se totum prostituerat vanitati. 
Vocabatur nomen eius rex versuum, eo quod princeps foret 
lasciva cantantium et inventar saecularium cantionum: ut paucis 
dicam, usque adeo gloria mundi extulerat hominem, quod ab 
imperatore fuerat pomposissime coronatus. (^^) Ma né il dotto au- 
tore della Storia della letteratura italiana, né altri dopo di lui, (^^) 
sembrano essersi avveduti dell' assurdo a cui si va incontro sup- 
ponendo che r incoronazione del giullare della Marca Anconitana, 



- 86 - 

eseguita, come pare probabile, da Federigo II, p*) possa esser 
stata una cerimonia che arieggiasse anche da lontano quella cui 
aspirar doveva più tardi Dante, e di cui furono in realtà protagonisti 
e il Mussato e il Petrarca. Colui, che divenne fra Pacifico, la " pia 
" madre „ de' Francescani, (''') fu semplicemente nei tempi della 
sua gioconda giovinezza — su questo non può correre dubbio — 
un rimatore volgare, autore d' amorose e profane canzoni, il 
quale, musico eccellente, disposava ai " motti „ lascivi i molli 
" suoni „ lor convenienti; (^') corrispondeva insomma perfetta- 
mente a quello che è il tipo da noi ben conosciuto del giullare 
o, se più piace, del trovatore. Sicché se il titolo di re de'versi^ 
sotto il quale egli era in tutt' Italia conosciuto, gli fu, come afferma 
recisamente san Bonaventura, (^®) conferito dall' imperatore in 
occasione della sua solenne coronazione, noi potremo da ciò cavar 
argomento a ritenere che il serto, ond' egli venne insignito dalla 
mano regale, non sia già stato quello formato colle fronde del- 
l' " alta vergine peneia „, ma semplicemente un diadema sullo 
stampo dell' altro, che già vedemmo aver ricinto il capo a più e 
più menestrelli di Francia, d' Inghilterra, di Fiandra ; un diadema 
intendo, dal cui aureo cerchio spuntavano sempre fuori le coma 
munite di sonagli del giullaresco cappuccio. E chi non scorge a 
prima giunta quanto riesca inverosimile che un sovrano fornito 
di somma dottrina, quale fu Federigo II, abbia potuto indursi a 
dividere con un cantore volgare l'alloro di Cesare? f^) 

Messi cosi definitivamente in disparte codesti candidati alla 
laurea, che per una o per altra ragione ce ne sono apparsi del 
tutto immeritevoli, volgiamoci a considerare i titoli dei rimanenti, 
i quali, per essere stati grammatici e dottori d'arti, assai più 
legittimamente potrebbero ritenersi possessori di quella corona 
che " assetava „ 1' autore della Comedia divina. Anche qui però 
dovremo proceder subito ad eliminarne più d' uno : Boncompagno 
da Signa innanzi tutto, giacché il gaio maestro toscano non ha 
verun diritto alla qualità di " laureato „. Vero è bene che nel 
121 5, in Bologna, se prestiamo fede al suo racconto, alla pre- 
senza dell' " università dei professori di diritto canonico è ci- 



-87- 

" vile „, d* altri dottori e d' una moltitudine di scolari, uno de* suoi 
libri, il BoncompagnuSj venne recitato, approvato e coronato 
d'alloro; (^°) ma laureare un libro, come ognuno comprende, non 
equivale a laurearne V autore. La notevole cerimonia, che il cele- 
bre dettatore ha descritta con legittima soddisfazione nelle ultime 
linee della sua opera, rientra quindi nel numero di quelle che 
sappiamo essere state più d' una volta celebrate in Italia e fuori 
nei pubblici Studi; (^*) ma colla " coronazione dell'alloro „, di 
cui noi discorriamo, non ha proprio nulla a che vedere. 

Allontanato Boncompagno, ci rimane da rimuovere dal seggio 
eh* egli pure ha abusivamente occupato, un ultimo involontario 
usurpatore, e cioè a dire Niccolò di Giunta di Boldrone. E per 
riuscirvi non dovremo durare verun travaglio. Se il nome oscu- 
rissimo di cotesto grammatico fiorentino si trova registrato tra 
quelli dei poeti coronati, ciò è dovuto ad un madornal granchio 
pescato dal Lancetti, il quale, avendo inteso a sproposito certo 
periodo d' una scrittura di Ferdinando Fossi, immaginò che que- 
st' erudito attribuisse a Niccolò il titolo di laureato, mentre egli 
altro non s' era prefisso di avvertire se non che in un docu- 
mento sincrono al nome di Niccolò seguiva V onorifico qualifi- 
cativo di doctor grammaticae. (^*) 

Cosi, a furia d' eliminazioni, non più che due rimangono i 
personaggi, ai quali si può tener per fermo che fosse concessa 
sugli inizi del Trecento la simbolica ghirlanda: Bono da Ber- 
gamo ed Albertino Mussato. Le melanconiche riflessioni dell* Ah- 
ghieri corrispondono pertanto esattamente al vero; il serto ed il 
nome di poeta eran proprio quasi spenti in que' giorni ne' quali 
egli assorgeva coli' alta fantasia alla conquista d' arcani mondi 
ideali. 



V. 



Di cotesti due personaggi non più che uno però è a giudicare 
meritevole della nostra considerazione: Albertino Mussato. Da. 
lui solo difatti, mentre Bono da Bergamo scompare, inafFerrabil 



- 88 - 

fantasma, per entro la secolar notte d* obblio che lo ravvolge, (^') 
noi possiamo conseguire i ragguagli atti a farci comprendere 
che cosa fu, che cosa significò la coronazione poetica ai giorni 
suoi, ai giorni di Dante. 

Ma la solenne cerimonia, compiutasi in suo onore a Padova 
nel 1315, (^^) non è degna soltanto d'attento esame per il valido ipo- 
tivo, che, grazie alle minuziose descrizioni tramandatene da colui 
il quale ne fu il protagonista, ci è nota in ogni suo particolare. 
Essa raggiungerà altresì una nuova e forse inattesa importanza 
agli occhi nostri, ove ci avvenga di riflettere come tra coloro 
che più avidamente ne ascoltarono in Italia il racconto, vada 
fuori di dubbio enumerato V Alighieri. Ora se io esiterei ad asse- 
rire che r incoronazione del Mussato abbia proprio accesa in 
petto al poeta divino quella favilla, onde doveva esser secondata 
poi si gran fiamma, non dubito invece d'affermare ch'essa coo- 
però fortemente ad accrescerla, a ringagliardirla. E di questo 
mio convincimento reputo cosa assai agevole recare innanzi sif- 
fatte prove che valgano a trasfonderlo nell* animo de* leggitori. 

Ignorò Dante, finché visse, amando e sognando, nel " dolcis- 
" Simo seno „ della sua diletta Firenze, pur il nome d* Albertino 
Mussato? Quando si pensi che già negli estremi anni del secolo 
decimoterzo, V illegittimo frutto degli amori di Viviano del Musso, 
dopo aver trascorsa la triste giovinezza, intento a ricopiare " Ca- 
^ toni „ per sfamare sé stesso ed i derelitti fratelli, era, mercé l'al- 
tezza del suo ingegno, pervenuto in patria ai pubblici onori, alla 
ricchezza, alla fama; (^^') la cosa parrà ben poco probabile. Ma 
s' ammetta pure che a Dante, prima d' intraprendere il doloroso 
pellegrinaggio dell' esule, persino il nome d' Albertino fosse ri- 
masto sconosciuto. Possiamo noi credere eh' egli abbia perdurato 
a lungo in siffatt' ignoranza, posto che " lo primo suo rifugio e 
" '1 primo ostello „ si trovò ad essere, com'egli stesso c'insegna. 
Verona? Sarebbe assurdo il supporlo. Quante e quante volte, al 
contrario, ne' giorni che trascorse ospite del " gran Lombardo „ 
ei dovette udir parlare di colui, nel quale tutti riconoscevano 
l' uomo principale di Padova, or con accenti d' ammirazione per 



-89 - 

la versatilità del suo acuto intelletto; la feconda abbondanza della 
sua poetica vena; or con parole di sdegno e di minaccia per il 
calcolato ardimento, con cui, a difesa degli insidiati dritti della 
città natale, fronteggiava i disegni ambiziosi della corte scaligera ? 
La bella e complessa figura del Mussato, magistrato e poeta, 
storico e giureconsulto, uomo d' armi e di toga, che manteneva 
rapporti di letteraria amicizia con quanti nella Marca Trivigiana 
avessero grido di dotti; e, sebbene trattasse con maestra penna 
r idioma sacro di Roma, piacevasi talvolta fare prova di sé anche 
nel dispregiato volgare, non potè dunque a meno d' imprimersi 
fortemente nel pensiero dell' Alighieri, di suscitare nell' animo suo 
un insieme di sentimenti, tra i quali la stima, fors' anche la sim- 
patia, ebbero certo il sopravvento. 

La discesa d' Arrigo VII in Italia dovette poi rendere più in- 
tensa siffatta simpatia in cuore al poeta divino. Come potè questi 
mirare d' allora in poi con occhio indifferente V uomo,, il quale 
consacrava tutta V autorità che gli proveniva dall* alta stima in 
patria e fuori conseguita, a servir quella causa, di cui anch' egli 
affrettava coi più fervidi voti il trionfo? Gli avvenimenti che con- 
sigliavano ad Albertino di dettar le sue istorie, non strappavan 
forse le epistole, calde or d' entusiasmo or di sdegno, all' Ali- 
ghieri? Non attendevano entrambi, il Padovano non meno che 
il Fiorentino, dal successor di Cesare e d' Augusto la salute della 
città loro, anzi d'Italia tutta? Se nelle sale de' comunali palagi 
di Milano, di Torino, di Genova, oppur sotto le tende degli ac- 
campamenti di Cremona e di Brescia, in mezzo ai fedeli accorsi 
d' ogni parte a stringersi intorno all' imperiale vessillo. Dante 
abbia o no incontrato Albertino, io non so dire; né vorrei con 
ipotesi, per quanto ragionevoli, prive però di solide basi, sce- 
mare la virtù persuasiva che sprigionasi dal semplice riaccosta- 
mento di questi nomi, di questi fatti, di queste date. (^^) Ma niuno, 
penso, m' infliggerà la taccia di temerario divulgatore di vuote 
congetture, se ripeterò ancora una volta come torni impossibile 
credere che in giorni pari a quelli, 1' Alighieri non abbia seguito 
con attento sguardo i passi di colui, dinanzi al quale ogni porta 



— 90 — 

s' apriva, che Margherita di Brabante, la consorte d* Arrigo, ac- 
coglieva tra i pili fidi nelle scerete sue stanze, che il sire di Lus- 
semburgo colmava a tal segno di favori da fargli dire che niun 
italiano mai fu certo di lui più caro al suo cuore. (*') 

Ed ecco, quando il cielo, che s' era imporporato de* crocei ba- 
gliori preannunzianti il sospirato mattino, torna sinistramente te- 
nebroso, quando coli* improvvisa scomparsa del suo imperiai pro- 
tettore, tutto intorno a Dante ruina; ecco il Mussato toccare in- 
vece il fastigio supremo della gloria. Padova, liberata dal terrore 
deir imminente tirannide scalìgera, memore de* benefici, onde 
r aveva colmata il suo alunno, superba del lustro eh' egli le pro- 
caccia, ridestando ad un tempo dal sonno secolare la musa di 
Seneca e quella di Livio, gli consente; esultante, l'alloro. Dov'era 
in quel momento l'Alighieri? Noi l'ignoriamo pur troppo. Ma 
dovunque ei fosse arrivato, " legno senza vele e senza governo 
" portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora 
" la dolorosa povertà „ (^*) ; certo non tardò ad avere notizia del- 
l' inaudito avvenimento, per cui tutt' Italia s' era commossa. E se 
ripensando alla ventura di colui eh' aveva scritto 1' Ecen'nide, più 
acuta forse lo punse la trafittura di " quella piaga della fortuna, 
" che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata „; 
e più amaro lo colse il sentimento della " viltà „, in cui con la 
persona sua eran 1' opere del suo ingegno al cospetto di molti 
cadute ; {*^) pure, come 1' un pensiero dall' altro germoglia, ei fini 
forse per ravvisare nella solenne onoranza con novello esempio 
tributata ad un poeta, quasi un presagio della propria futura gran- 
dezza. Né dopo d'allora il proposito di cingersi anch'esso il capo 
del serto peneio ebbe ad abbandonarlo mai più. 

Che se in lui per avventura la speranza di levarsi tant' alto 
da raggiungere, anzi superare, il Mussato, avesse alquanto rimesso 
col tempo del suo vigore, altri doveva assumere la cura di riat- 
tizzarla. Quale è invero lo scrittore contemporaneo, il poeta vi- 
vente, che in quei suoi versi, destinati a suscitare tanto tumulto 
d' affetti nel cuore di Dante, giudica a lui unicamente paragona- 
bile Giovanni Del Virgilio? Albertino Mussato. " Se tu mi sprezzi. 



- 91 -^ 

dice il retore bolognese, tra serio e scherzoso, al vecchio divino, 
" bada a te, io mi torrò la sete col frigio Musone: 

Me contemne ; sitim phrygio Musone levabo. (^O) 

Né sono ciance le sue. Giacché, più tardi, quando Dante è 
sceso nella tomba, ei ricorre davvero, come al solo poeta che 
onori r Italia, ad Albertino, e per propiziarsi l'animo di lui, che, 
profugo dalla patria, prova ancora una volta, come sia acerbo l'esilio; 
gli rammenta che non sdegnò di cantar seco un altro grande, 
vittima illustre delle discordie cittadine^ quel Titiro, che all' om- 
bra della selva risonante sul lito di Chiassi; strinse tra le pro- 
prie braccia 1* agreste musa virgiliana. (^^) 



VI. 



Avvertita cosi, anche per altra via, la singolare importanza 
della cerimonia celebratasi in Padova, rispetto alle ricerche di cui 
ci stiamo occupando, passiamo adesso a farne oggetto di rapido 
esame. Né questa è, come pur dianzi notavasi, disagevole intra- 
presa, imperocché lo stesso Mussato ci oifre il modo di condurla 
ad effetto. 

Una sua metrica epistola, diretta al grammatico Giovanni, 
racchiude invero una minuta descrizione di tutta la festa, in cui 
egli ottenne l'alloro (^'). Che se qua e là noi lo troviamo co- 
stretto dalla necessità in cui versava di narrar con poetico lin- 
guaggio cose che in sé nuli* avevano di poetico, a servirsi 
d'espressioni alquanto ambigue ed enfatiche, ciò non scema di 
molto, checché altri ne abbia pensato, 1* autorità del suo .rac- 
conto (^). 

Narra dunque Albertino che il collegio degli Artisti; formato, 
com'è ben noto, dai soli dottori, i quali insegnavano arti, filosofia e 
medicina nello Studio patavino (^^); venuto, in seguito alla pubblica- 
zione dell* Ecenm'de, nella determinazione d' onorarne l' autore col 
conferirgli la laurea, dopo essersi previamente assicurato il con- 



— 92 — 

senso del vescovo, del rettore e fors' anche degli altri colleghi, 
sollecitò i magistrati cittadini ad autorizzare e convalidare in- 
sieme colla presenza loro la solenne cerimonia. Stabilito il tutto, 
la festa fu fissata per il 3 dicembre. In quel giorno dunque tac- 
quero i tribunali e le scuole, le botteghe si chiusero, le officine 
rimasero deserte {j'^). La cittadinanza in folla si riversò nel comunale 
palagio, dove il Mussato fu condotto con gran pompa, accompagnato 
dai Gastaldioni, dal collegio de* Giudici, da tutta quanta V Univer- 
sità (^^). Ed ivi, mentr' egli invano tentava d* allontanare da sé 
un onore di cui reputavasi immeritevole, dal vescovo o dal ret- 
tore ( che si trattasse del primo però, capo supremo della scuola, 
meglio che del secondo io reputo credibile), gli fu imposta sul 
capo una ghirlanda, nella quale alle sacre fronde del lauro s' in- 
trecciavano foglie d' edera e ramoscelli di mirto (^^). Compiuta cosi 
la coronazione e stesone per man di notaio pubblico strumento 
che tutti i dottori presenti sottoscrissero, il novello laureato venne 
a suon di trombe riaccompagnato solennemente a casa. Se du- 
rante la cerimonia siano stati pronunziati discorsi, non ci dice il 
Mussato ; ma chi vorrà supporre eh* egli stesso ed i promotori 
suoi abbiano rinunciato a fare sfoggio di tutta la loro eloquenza, 
in un'occasione tanto propizia? (^^) E pare altresì che nel corso 
della festa siasi fatta pubblica lettura dell* Ecerinide {^% 

Ora, che cosa abbiamo noi qui? Una solennità interamente 
nuova ; nuova, intendo, tanto nell* essenza come nelle parvenze 
sue; o non piuttosto una cerimonia, la quale si riconnette con 
altre già conosciute, tanto da poter esserne considerata quasi 
un'emanazione, ovvero, se meglio piaccia, un* amplificazione ? Se 
noi dessimo retta a Jacopo Burckhardt, codesta domanda sa- 
rebbe destinata a rimanere senza risposta, giacché, per suo giu- 
dizio, della " coronazione dell* alloro „, quale si piacque idoleg- 
giarla in Italia quella eh' ei chiama la ^ prima generazione di 
^ poeti-filologi „, torna impossibile additar Torigine e precisare i 
riti. Non 1* origine, perché essa si perde nella notte dell* età me- 
dievale: non i riti, giacché questi non giunsero mai a rivestire 
caratteri determinati e concreti. " Si trattava, dice il Burckhardt, 



— 93 — 

" d* una dimostrazione pubblica, d* una manifestazion visibile della 
" gloria letteraria, e per questo motivo appunto la laurea fu sempre 
" qualcosa di mobile, di variabile „ (*^). 

Siffatte conclusioni del genialissimo scrittore tedesco vogliono 
esser accolte con grande cautela, perché, dato che racchiudano 
un fondo di vero, esso è intorbidato però e corrotto da inesattezze 
non lievi. 

Ed innanzi tutto : se noi avessimo prove che V usanza d* inco- 
ronare i poeti, ancor viva in Roma pur nell* estrema decadenza 
degli studi e dell' impero, si fosse oscuramente mantenuta per 
tutta quanta l'età di mezzo, sicché tratto tratto della persistenza 
sua uscisse fuori qualche indizio, io comprenderei 1' asserto del 
Burckhardt che la sorgente di essa, per quanto irreperibile, debba 
essere assegnata alla " notte medievale „. Ma se ciò devesi re- 
putar falso, poiché di siffatta consuetudine non rinveniamo né in 
Italia né fuori vestigio veruno (^*); se la laurea, quale vagheg- 
giaronla Dante, il Mussato, ed, a tacere d'altri, il Petrarca, ci 
rappresenta un vero e schietto ritorno a tradizioni classiche, ob- 
bliate dal medio evo, che il rinascimento, fin dai primi suoi passi, 
si sforza di richiamare in vigore, che e' entrano qui 1* età di mezzo 
e le tenebre sue? D'altronde, sia che la laurea trecentistica deb- 
basi giudicare quasi propaggine inattesa di consuetudini antiche, 
delle quali mai non s' era del tutto obliterato il ricordo ; sia che 
piaccia invece considerarla come il portato d' un atteggiamento 
nuovo della coscienza italiana, rinascente a novella vita di pen- 
siero; com'è possibile immaginare ch'essa non abbia mai avuto 
altra norma che il capriccio individuale non fosse, in un tempo 
nel quale ogni cosa volevasi ancor sottoposta a regole fìsse, pre- 
cise, e si tentava ostinatamente d' imporre leggi anche a ciò che 
per sua indole sembrar doveva ad ogni legge ribelle? Vero è bene 
che il Burckhardt immagina Dante nell' atto di coronarsi, di sua 
propria mano!, del sospirato alloro, curvo su quelle fonti di 
san Giovanni, dov' anch' egli, al pari d' infiniti altri figliuoli di 
Firenze, era stato battezzato (^*); ma noi, forse per povertà di 
fantasia, non arriviamo a figurarci l'Alighieri, che, dichiaratosi 



— 94 — 

da sé stesso poeta, s' acconcia in capo il serto d* Apollo, con 
quel medesimo gesto con cui, cinquecent' anni più tardi, in Notre- 
Dame, Napoleone I si cingerà di propria mano la corona im- 
periale ! 

Ma a che perdere il tempo in oziose discussioni? Basta in 
realtà esaminare con un pò* d' attenzione la cerimonia celebrata 
in Padova il 3 dicembre 1315, per riconoscere eh' essa si collega 
strettissimamente con quella che da più secoli solevasi eseguire, 
ad ogni momento, in qualunque città d' Italia la quale possedesse 
uno Studio generale: voglio dire il " convento „. 

Le rassomiglianze tra le due cerimonie sono tali e tante che 
negarle sarebbe quanto negare V evidenza. Chi delibera di dare 
la laurea al Mussato? Il collegio degli Artisti, uno dei tre, cioè, 
ai quali negli Studi medievali era riserbato di decidere se un 
candidato alla licenza in diritto, in arti o in teologia, fosse di tale 
onore meritevole (^^). Chi impone il serto in capo al laureando? 
Il vescovo, sembra; vale a dire quell'autorità, a cui nello Studio 
padovano spettava, in seguito ai pontificali decreti, il diritto di 
conferire il berretto dottorale ai candidati di qualsivoglia facoltà; 
diritto che in Bologna esercitava l'arcidiacono, a Parigi il can- 
celliere di Notre-Dame e a volte quello pure di S. Genovieffa (^*), 
Alla coronazione d'Albertino assistono tutti i dottori dello Studio, 
i quali autenticano poscia colle sottoscrizioni loro 1' atto notarile, 
che deve attestare solennemente la validità di quant' è stato com- 
piuto. Or che cosa avrà contenuto codost' atto? La pura e sem- 
plice descrizione della cerimonia? La cosa è poco probabile. 
Verisimile invece riesce il credere che, come sappiamo essersi 
sempre fatto in occasione di addottoramenti nel sec. XIII e 
nel XIV, alla descrizione dell' accaduto vi fosse aggiunta la no- 
tizia dei privilegi e dei diritti, de' quali il laureato era stato posto 
in possesso (^^); primissimo tra tutti quella lìbera potestas .,.. tam 
in hac sanctissima urbe .... quani alibicumque locorum legendi, 
disputandi atque interpretandi veterum scripturas et novos a se 

ipso libros et poemata componendi; quell'autorizzazione, ut ubi 

et qiioties sibi placuerit, possit htiiusmodi atque alios actus poeti- 



— 95 — 

€os .... solemniter exercere; che vediamo, trentott' anni dopo, at- 
tribuiti in un documento ufficiale, il diploma di laurea rila- 
sciatogli dal Senator di Roma, al Petrarca (•^). Ed in siffatto 
diritto ognuno che possegga qualche notizia della legislazione 
scolastica d' allora, non tarderà a ravvisare quel ius ubicumque 
docendi, che in ogni Studio la conseguita licenza assicurar soleva 
al novello dottore (^). 

Ma qui non è tutto. Vi son altri fatti ancora che giovano a 
confermare sempre più come vincoli numerosi e tenaci stringes- 
sero nel secolo di Dante il convento alla laurea poetica. 

Prima che il cantor di Scipione, acceso dall'ambizion nobilissima 
di ritornare al Campidoglio il vanto da secoli obbliato di veder 
accorrere alle sue sacre pendici quanti fosser vaghi del delfico 
alloro, facesse sorgere coir efficacia delle sue parole e con quella 
anche maggiore dell' esempio nell* animo dei suoi amici, dei suoi 
ammiratori, di tutti i contemporanei insomma, la persuasione che 
niun' altra coronazione poetica potesse dirsi tale^ ove a Roma 
non fosse stata conferita (^*) ; del privilegio di creare i poeti si 
credevano legittimi possessori que* corpi appunto, ai quali spet- 
tava di concedere T addottoramento in arti, cioè a dire i collegi 
degli Artisti. Sono i consortes Studii, i magistrij che assumono, 
come s' è veduto, V iniziativa delle onoranze tributate in Padova al 
Mussato; e se congettureremo che ad essi pure sia andato pili 
tardi debitore della sua laurea Bono da Bergamo, non cadremo 
probabilmente in errore. Quanto succedeva tra noi, avveniva pure 
oltremonti; al Petrarca infatti, se crediamo alle sue affermazioni, 
r offerta dell' alloro giunse da Parigi per mezzo del cancelliere del- 
l' Università; ora costui dovette, com'è ben chiaro, nella qualità 
sua di capo supremo della scuola, trasmettere al poeta una pro- 
posta, eh' era stata probabilmente presentata dal collegio dei dot- 
tori d* arti all' intera Università O. 

Ad un certo momento però nell' esercizio di codesto privi- 
legio noi vediamo gareggiare coi collegi universitari delle auto- 
rità ben più elevate, ma in generale prive di competenza 
scientifica e letteraria: vale a dire i principi. Che Carlo IV di 



^96- 

Boemia s' arrogasse la facoltà di creare i poeti, tutti sanno; 
tant* è vero eh* egli incoronò di sua mano in Pisa il 15 maggio 
del 1355 quel mediocre grammatico di Zanobi i^% Ma il " ce- 
" sare germanico „ fece di più. Oltre a concedere egli stesso la 
laurea poetica, diede facoltà altrui di fare altrettanto; a Firenze, 
per cagion d* esempio, la quale ebbe poi a valersi assai larga- 
mente di questo permesso nel corso del secolo decimoquinto ('^). 
Or donde nasceva nel sovrano boemo, in codesto ^ barbaro ca- 
" muffato da imperatore „, come lo chiama Francesco Nelli f'), 
la persuasione che, coronando i poeti, egli esercitasse un'alta 
sua prerogativa ? Dicono eh* egli " partisse dall' ipotesi che il 
" diritto d' incoronare i poeti avesse nell* antichità appartenuto 
" agli imperatori romani „ ('^); ma questa spiegazione non è fatta, 
lo confesso, per appagarmi. Carlo IV era tutt* altro che un igno- 
rante, amava circondarsi d* uomini dotti, e non poteva quindi 
credere troppo facilmente alla realtà d' un fatto, del quale le storie 
non gli fornivano esempio veruno ('^). 

D' altro canto noi sappiamo bene che il Petrarca, quand' ancor 
non aveva concepito 1* ambizioso disegno di farsi coronare in 
Campidoglio, vagheggiava la speranza di ricevere V alloro in Na- 
poli dalle mani di re Roberto ('^). E ciò torna quanto a dire che 
costui credevasi licenziato a concederlo. Eppure ei non poteva 
certo nudrire V illusione, di cui si pasceva Carlo IV, d' essere il 
legittimo successore d' Augusto ! Se entrambi codesti principi 
adunque credettero di possedere il medesimo diritto, la ragione 
dovrà ricercarsene in qualche facoltà comune cosi ali* uno come 
air altro. E quest' è la facoltà di creare i dottori. 

In qual maniera il re di Boemia legittimasse siffatta pretesa; 
aggravata anche stavolta dal fatto eh' egli, primo tra gli imperatori, 
aggiunse ai privilegi de' conti palatini quello ancora di concedere 
il berretto dottorale ai candidati in diritto civile; non sa dirci il Fi- 
cker, il quale sta pago ad avvertire come il fatto, che per avventura 
potrebbe trovare qualche fondamento nelle costituzioni universitarie 
boeme, ove esse ci fossero meglio conosciute, costituiva però una 
vera novità per l'Italia; ed una novità che fu assai male accolta 



— 97 — 

dalle Università della penisola f ^), In mancanza di sicure notizie 
si può dunque sospettare che noi ci troviamo dinanzi alla ten- 
denza, che contraddistinse il governo di Carlo IV^, d' ampliare 
fuor di modo il campo entro cui la potenza imperiale doveva 
esercitarsi. Come imperatore, il cesare boemo consideravasi fonte 
d'ogni diritto; qual meraviglia che colui il quale fondava a sua 
posta le Università, nominasse anche i dottori? 

In quanto a Roberto d' Angiò le sue pretensioni si spiegano 
assai facilmente. A tutti invero è noto come V università di Na- 
poli sia stata retta fin dalle origini a mezzo di costituzioni inte- 
ramente diverse da quelle, ond' erano regolati tutti gli altri Studi 
italiani. Federigo II aveva riserbato a sé stesso o delegato al 
suo gran cancelliere, come altri solenni offici, quello pure delle 
promozioni ("); ed i re Angioini si mostrarono sempre cosi ge- 
losi di tale prerogativa, che rifiutarono di riconoscere ogn' altra 
laurea che non fosse quella da loro impartita. Avvenne quindi più 
d'una volta nel corso del sec. XIII, che un dottore forestiere 
per aprirsi l* adito ad una cattedra nello Studio partenopeo si 
rassegnasse a subire di nuovo quegli esami, grazie ai quali già 
altrove ei s'era procacciato il convento, e quind* anche il diritto, 
non sempre, come si vede, rispettato, d* insegnare dovunque 
liberamente! (^*) 

Da tutto quanto siamo venuti esponendo limpidissima scatu- 
risce la conseguenza che ai tempi dell'Alighieri (e, si potrebbe 
aggiungere senza tema d' errare, anche a quelli del Petrarca ) f ^), 
la coronazione poetica era dall' universale considerata come una 
cerimonia d' alto valore scientifico, d' indole eminentemente acca- 
demica, e strettamente collegata al convento, di cui con lievi 
modificazioni riproduceva il processo, i riti, i particolari simbo- 
lici e caratteristici. Non ci sarà dunque adesso cagione di mera- 
viglia il constatare come sotto la penna degli scrittori trecen- 
tisti ricorra indifferentemente in vece del vocabolo " laurea „ 
r altro di " convento „, quasiché entrambi la stessa cosa signifi- 
chino. Non ci stupiremo udendo 1* Ottimo chiamar la laurea 
" convento di scienza poetica „ ; non ci farà specie vedere 1' Ano- 

NÒVATI. 7 



-98- 

nimo Laurenziano postillar al verso 41 dell' ecloga prima tra le 
dantesche: 

Sed timeam saltus et rura ignara deorum; 

tìmeant: idest conventari Bononie; oppur Zenone da Pistoia 
nella Pietosa fonte parlarci in questa forma dell'incoronazione di 
Francesco Petrarca: 

£ anni trentasette eran correnti 

Della sua vìta^ quand'il re Ruberto 

Sì giusto giudicò che si conventi 
Neil' alta poesia; (^0) 

e non ci parrà infine pimto strano che Dante stesso, a designare 
quella solennità, dalla quale si riprometteva " il nome che più 
" dura e più onora „, abbia adoperata la frase: " prenderò '1 
" cappello „. 



VII. 



Raccogliamo dunque, per venire ad una conchiusione, le 
sparse fila di quest' ormai lungo ragionamento. Dalle ricerche, 
attraverso a difficoltà non lievi condotte a compimento, è risul- 
tato come la coronazione poetica, bramata da Dante, fosse onore 
talmente inusitato in que' giorni, che soltanto un poeta potè con- 
seguirla, il Mussato. E r esame del come costui giungesse al 
possesso deir alloro, ci confermò sempre più nella persuasione 
che la " laurea de lauro „ sia stata allora considerata quale il 
premio della scienza (che poesia e scienza volevano dire lo stesso), 
di cui solo i dotti potevano disporre a vantaggio de' dottissimi. 
Se dopo di ciò noi ci proporremo ancora la domanda: poteva 
Dante in virtù d' un poema volgare, per quanto eccellente, otte- 
nere siffatto premio, cingere V alloro, di cui si cinse Albertino e 
doveva più tardi inghirlandarsi il Petrarca?; dovremo rispon- 
dere di no. 

Vi sono delle opinioni, false o vere, poco monta, cosi tenaci, 
cosi radicate, cosi comunemente tenute, che contro di esse ogni 



- 99 - 

sforzo individuale si fiacca, ogni più ferma volontà si spunta; 
delle quali riesce a trionfare solo chi di tutto e di tutti trionfa 
sempre : il tempo. La convinzione che la lingua degna della poesia 
e della scienza fosse unicamente la latina devesi stimar una di 
queste. Anche se la Comedta fosse uscita alla luce vivente il suo 
autore, ed avesse a lui, ancor vestito di polpe, procacciata V im- 
mensa popolarità, onde lo ricinse estinto; tutti coloro che nel 
sec. decimoquarto godean nome di dotti, avrebbero continuato a 
deplorare che un' altissima mente, capace d' emulare Omero e 
Virgilio, si fosse abbassata a prodigare perle ai porci, coprendo 
le suore Castalie di cenci indegnissimi (^^). Giovanni Del Virgilio 
sorse interprete di siffatto rammarico (per noi cosi strano e 
grottesco, ma cosi logico e naturale a que' tempi ), ed intimò al- 
l' Alighieri di placare il dotto stuolo de' " chierici „, di cantare, 
latinamente, fatti degni dell' epica musa. A questo patto, ma a 
questo patto soltanto, si profferse pronto a procurargli quel titolo 
che i suoi colleghi padovani avevano al Mussato largito; che più? 
gli lasciò sperare che avrebbe fatto pe' suoi nuovi poemi quanto 
per r Ecerinide aveano operato e Castellano e Guicciardo : li 
avrebbe cioè letti e dichiarati dall'alto di quella cattedra, dond'espo- 
neva i carmi di Virgilio e d' Ovidio (^^). 

Quale tumulto d* affetti la profferta di Giovanni suscitasse 
neir animo di Dante già s' ebbe occasion d' avvertire, né occorre 
ripetere adesso. Basti dire eh' ei s' arrese al consiglio dell' amico, 
e pose mano al Carmen biicolicumy non tanto per fare cosa grata 
a lui, quanto all' intento d' allontanare il solo, il vero ostacolo, 
che poteva impedirgli l' acquisto della fronda desiata. Quand'egli 
avesse alla Comedia divina congiunto il poema, per cui riviver 
doveva la musa di Titiro, chi avrebbe ardito di contrastargli il 
** cappello „? E chi vietargli di sovrapporvi l'alloro? 

Ma qui prevedo un' obbiezione che fa d' uopo distruggere. Se 
Dante era risoluto a mostrarsi degno d' un vero convento, come 
poteva nudrir lusinga d' ottenerlo a Firenze, dove non esisteva 
uno Studio, e quindi mancava un consesso di dotti, cui tornasse 
lecito fare in suo prò quant' avevano fatto gli Artisti padovani 



— lOO — 

j 

per il Mussato e fecer poi i parigini e re Roberto per il Pe~ i 

trarca? Occorre ricordare a questo punto un fatto che nessuno, 
o m'inganno, ha finora rilevato. Pochi mesi prima che Dante 
esalasse V anima grande, Firenze aveva pubblicamente manife- 
stato il proposito di creare nel suo seno una completa istitu- 
zione di studi superiori. " Posto che nelle città regali debbonsi 
" insegnare le leggi ed ogni altra scienza — cosi comincia la prov- 
visione legalmente approvata dai Consigli il 14 maggio 1321 — 
" giusto è che in Firenze, città regale e di tutta eccellenza adorna, 
" fiorisca uno Studio generale „ (^^). Ma uno Studio generale non 
s' apre cosi all'improvviso, né basta a crearlo un decreto! Perché 
i Fiorentini nella primavera del 1321 giudicassero opportuno di 
bandire all'Italia tutta la grande novella, forza è credere che le 
trattative avviate col pontefice, col re di Napoli, con persone 
d' ogni grado e d' ogni fatta, fossero non solo da tempo iniziate, 
ma condotte anche a buon fine (^^). Nulla di più probabile per- 
tanto che Dante, prima ancora di ricevere l' invito del retore 
bolognese, fosse a cognizione di quello che dai concittadini suoi 
nel suo a bello ovile „ s'apparecchiava; sicché la speranza di 
prender ivi il cappello, soggiogando imperiosa il suo cuore, abbia 
avuto virtù di fargli parere men verde, men fresca, men bella la 
fronda che gli offeriva Bologna. 



NOTE 



(M Boccaccio, Vita di Dante, § 8, p. 47. 

(') Scritti su Dante, raccolti da B. Bressan, Vicenza, 1872, v. II, p. 315 segg., 

* Sulla retta intelligenza del terzo e del quarto ternario del canto XXV del Pa- 
" radiso „. Il concetto che Dante sperasse farsi coronar non solo come " poeta „ 
ma altresì come " teologo „, trovasi già di passaggio accennato da Philalethes, 
£>. A* s Gòtti. Contòdie, Leipzig, 1868, III Theil, p. 340; ed in nube si rinviene 
anche in una postilla del p. Lombardi, La D. C, di D. A., Roma. MDCCCXXI, 
to. Ili, p. 362. 

(') Fa eccezione lo Scartazzini, La D. C. di D. A., Leipzig, 1882, v. Ili, 
p. 669, il quale combatte bensì l' ipotesi del Todeschini, che dice " stiracchiata, 

* violente, contro natura „, ma, all' infuori d'un solo, non reca contro di essa 
verun valido argomento. 

{*) Neir università di Bologna lo studio della teologìa non ebbe ad iniziarsi 
che nel 1352, auspice Innocenzo VI. .Su questa peculiarità degli Studi italiani 
d* essersi mantenuti nei primi secoli della loro esistenza interamente estranei al 
movimento teologico, cf. Rashdall, op. cit., v. I, p. 251 sgg. 

(•') Cf. Bartoli, Storia della hit. ital., Firenze, 1884, v. V, p. 211 sgg.; Ga- 
SPARY, Storia della leti, ital., trad. Zingarelli, v. I, p. 244 sgg.; Kraus, op. cit., 
pag. 67 sgg. 

(*) Boccaccio, Vita di Dante, § 5, p. 29; Geneal. deor. gent., Basileae, 
MDXXXII, lib. XV, cap. VI, p. 389; Villani, op. cit., p. 9. 

C) Cf. Rashdall, op. cit., v. I, p. 462 sgg.; e v. anche P. Feret, Les origines 
de /' univers. de Paris et san organisat. au XII* et au XIII* siecles in Revue des 
quest. histor., to. LII, 1892, p. 361. 

C) Aristot. Metaphys. I, in, 5. 

{^) Max. Tvrii Dissertationes, ed. Reiske, Lipsiae, MDCCLXXIV, par. I, 
p. 167, Diss. X; Strabon. Geograph. I, ir, 3 sgg.; Plutarchi De Pythiae arac. 
XVUI, De aniniae procreat. in Timaeo XXXIII, 7; S. Augustin. De civit. Dei 
lib. XVUI, cap. XIV, xxiv; Firm. Lactantii Div. Insiiiut. libri, ed. Brandt, lib. V, 
cap. v; ecc. 

('") Boccaccio, Vita di Dante, § 10, p. 56. Gli argomenti stessi addotti qui 
e con maggiore larghezza sviluppati nel libro cit. delle Geneal. dal Boccaccio, 



— I02 

aveva già tratti fuori Albertino ne* vari componimenti da lui dedicati alla difesa 
della poesia (Ep. IV, ad Joann. gramm. profess.; Ep. VII, In laudem poetica^/ 
Ep. XVIII, Ad Fratr. Ioann, de Manina (v. A. Mussati Tragoediae etc, in 
Graevii Thes. atttiq. et histor. Itaiiae, Lugduni Batavor., MDCCXXII, to. VI 
par. II, e. 40 sgg.) Air ultimo di essi appunto, la replica cioè del Mussato a frate 
Giovannino da Mantova, perchè tale, a suo avviso, che dimostra vittoriosamente 
" nobilem artem poeticam fuisse et esse; et esse non modo ethicam sed theo- 

* logam „, rimanda i lettori del Commento da lui dettato sulV Ecerim'de, mae- 
stro Guicciardo. Ved. Mussato Ecermide, ed. L. Padrin, Bologna, 1900, p. 246. 

(") Par. I, 22-27. 

(") L' Ottimo Comm, della D. C, testo ined. d* un contempor. di Dante, Pisa, 
MDCCCXXIX, to. Ili, p. 543. 

(") Nulla forse può giovare a mettere meglio in luce 1* enorme diversità che 
intercedeva tra il modo di pensare de' teologi veri e de* poeti-teologi, ai giorni 
dell'Alighieri, delle parole colle quali il domenicano Giovannino da Mantova ini- 
zia la sua confutazione delle ragioni recate innanzi da Albertino per provare 
r origine * divina „ dell'arte poetica: " Circa quam quaestionem . . . dubia pro- 

* sai e e quam metrice potius movere disposui, ne, doctor, vidercr sacrae 
" theologiae iniuriam fa cere, me poeticis regulis obligando. „ Graevii 
Thes. cit., e. 51. 

(**) La D. C. dì D. A., 3 Milano, Hoepli, 1899, p. 949. 

(**) Tra i commentatori antichi taluni, come a dire Iacopo della Lana, l' Ano- 
nimo Fiorentino, ecc., evitano di pronunziarsi in proposito. Tra i moderni poi 
devesi ricordare S. R. Minich, Sulla sintesi della D. C, considerazioni, Padova^ 
1854, p. 28 sgg., il quale ha proposta di tutto il passo (e quind' anche della frase 

* prenderò *1 cappello „ ) un* interpretazione simbolica, di cui già il Todeschini, 
op. cit, to. II, p. 319 sgg.; ha fatto giustizia. 

(") Cf. Ecl. I, 33, 34-35, 40, 42, 43-44, 50; Ed. II, 36-37. 

(*■') Cf. loH. DE ViRG. Carm. 38; Ecl. resp. 66; Boccaccio, Vita di D., § 8, 
p. 47; § II, p. 59; Amor. Vis. cap. V; Geneal. loc. cit.; Carmen ad F. Petr. in 
CoRAZziNi, op. cit., p. 53 sgg. 

(") Come un " gallicismo „ dantesco, * cappello „ per * ghirlanda, corona » 
oltreché dai soliti commentatori, è registrato altresì dal Nannucci, Analisi crii, 
dei verbi ital. investig. nella loro prim. orig., Firenze, 1843, p. 351; dallo Zinca- 
RELLi, Par oh e forme della D. C. aliene dal dial. fior., in Studi di Filol. Rom., 
Roma, 1884, V. I, p. 120; e dal Parodi, La rima e i vocab. in rima nella D. C. 
in Bull, della Soc. Dani. It., N. S., 1896, v. Ili, p. 145. Ninno però di questi valorosi 
uomini adduce a conforto dell* asserzione tradizionale un fatto, un esempio nuovo. 

(**) Dicendo * Francia „ voglio, naturalmente accennare anche al territorio 
occitanico. Cf. Littré, Diction. de la langue franf. to. Ili, p. 555; Hatzfeld- 
Darmesteter, Dictionn. génér. de la langue franf,, s. v. ; Burguy, Gramm. de la 
langue d' oHl, v. Ili, p. 59; Diez, E. W. I, 86. 

(*°) Quelli, intendo, del Ghirardini, del Tommaseo, delllo Scarabelli, i quali 
tutti, forti del preteso esempio dantesco, introducono tra i significati di * cappello , 
quello pur di " ghirlanda „. Il Vocabolario della Crusca invece non lo registra; 



\ 



- 103 - 

ma ciò dipende da un'involontaria dimenticanza, giacché sotto la v. " incappel- 
" larsi „ vediamo i Compilatori prendersi cura di avvertirci che la parola vale 

* incoronarsi, inghirlandarsi . . . conforme al significato che aveva cappello per 
" Corona, Ghirlanda „. — Anche di questo significato attribuito ad " incappellarsi „, 
esaminati gli esempì che se ne adducono, ci pare più che lecito dubitare. 

Aggiungo poi qui, a confermare sempre più la mia opinione, che neppur 
nei dialetti nostri più ricchi di gallicismi, è avvenuto a me e ad altri di rinve- 
nire " cappello „ col significato di ** ghirlanda „. 

(**) Cf. le pagine che il Rashdall, op. cit., v. II, cap. xiv, p. 639 sgg., 
dedica alla descrizione delle vesti de' professori nonché degli scolari nel medio 
evo. Tra le altre particolarità si trova appunto additata questa che nelle fa- 
coltà di legge e di medicina alla " berretta „, riserbata ai teologi, era abitualmente 
sostituito un " pileum „ (quindi un " berrettino „), più o meno rassomigliante 
al berretto rotondo, ancora usato in speciali circostanze dai dottori delle stesse 
facoltà ad Oxford ed a Cambridge. (Op. cit., p. 642.). 

Intorno al significato simbolico del " birretum „ rinvengonsi in un documento 
padovano del 1393 queste dilucidazioni: "Hiis biretum addicitur, quod pil- 
" leolum b. pater Geronimus nominavit, testura breve, latissimum cantate 
(cf. S. HiERON. Ep. LXXXV, n. 6), quod iure capiti sopponitur, quoniam^ te- 
stante Apostolo (S. Paul. Ep. ad Eph. Ili, 19), " eminere scientiam scientie 
" caritatem „ (sici leggi: " eminere decet scientie caritatem „?) Cf. Gloria, 
/ ntoHum. padov.f 1318-1405 v. II, p. 267, n. 1838. In un diploma fiorentino, di al- 
quanti anni più tardo (1433), s'asserisce poi che il conferimento del " birretum „ 
avviene " in signum gloriae et coronae iustitiae „ ; Gherardi, Statuti, par. II, p. 439, 
n. CLXXXI. In un terzo perugino, del 1482, modellato però sovra un esemplare 
molto antico, il berretto, tolto dal sacro altare, dee ornar il capo del nuovo dot- 
tore * ad gloriam et laudem magni Dei „; M. Morici, Uh diplotna di laurea in 
medie, dell* Univ. di Perugia, Firenze, 1899, p. 11. 

(«») Farad. \, 28-33. 

(") " Hoc nempe poeticum decus aetate nostra, quod dolenter referimus, 
« ìncertum qua seu ingeniorum tarditate, seu temporum malitia usque adeo 
" oblitum esse videmus, ut etiam quid per ipsum poetae nomen importetur, 
" pene incognitum nostris hominibus habeatur Sane autem poetas egregios 

* in morem triumphantium accepimus in Capitolio coronari, usque adeo et in 
" desuetudinem nobis abiit illa solemnitas, ut iam a mille trecentis annis nullum 

* ibi legamus tali honore decoratum „. Di questo notabile documento, più volte 
messo a stampa (cf. Hortis, Scritti ined. di F. Petr., Trieste, 1874, P* 8 sgg.), 
non possediamo però un* edizione critica. Io mi son valso della riproduzione fat- 
tane dal Renazzi, op. cit, v. I, p. 263 sgg., n. XXVII, che non è né migliore 
né peggiore di quelle ricordate dal Hortis. 

(") Vita di D.f 1. cit. Anche Zanobi da Strada nell' orazione da lui composta 
in occasione della sua laurea, dice a Carlo IV lo stesso, per proprio conto : 
" Nam hoc tempore, cuni pene (in) totum lapsa huius studii a tot ^nte saeculis 
" cura esset, tu et in hoc homuncione praecipue decus poetici honoris exsu- 

* scitas „; Ved. A. Wesselofsky, Boccaccio, Pietroburgo, 1894, v. II, p. 659. 



/" 

^ 



— 104 — 

(^*) Menu ini. ai poeti laureati d'ogni tempo e d' ogni nazione, Milano, 1839. 

(^) Cf. Par. II, cap. I, Poeti laur. Dei sec. XIII e XIV, p. 8a sgg. 

<*') Scriptor. illustr. ntaior. Britanniae ... Catalog., Basileae, MDLVII, Cent. IV, 

P. 369- 

(*') Cf. Th. Warton, The hist. of English Poetry front the dose of the elev. 

to the conimene, of the eighieenth cent., London, 1824, v. II, p. 44 1 sgg. ( U edi- 
zione del 1840 non m'è stata accessibile). 

C) Per la vita e le opere del Baston, oltreché il libro testé citato del Baie 
e quello del Pits, Relation, historic. de rebus anglic, Parisiis, 1609: v. anche il 
Warton, op. cit., V. II, p. 64, al quale il Lancetti, op. cit., p. 89, muove, non 
so come, V infondata accusa d' averne del tutto taciuto. 

(**) Se il Baston, come affermasi, segui davvero Edoardo I in Scozia, col- 
r incarico di cantarne le gesta, egli ha qualche diritto d* essere considerato come 
un poeta di corte, e quindi di veniie riaccostato " idealmente „ a quegli uflSciali 
della casa reale d' Inghilterra, che, più tardi, assunsero il titolo di poeti laureati. 
Ma d' altro canto chiamare cosi il carmelitano non è lecito, giacché, prima di John 
Kay, fiorito ai giorni d'Edoardo IV (1472-1483), ninno tra i poeti di corte nella 
Gran Brettagna, ove diasi fede al Warton (op. e loc. cit., p. 440), assunse siffatta 
denominazione. Del resto, quand' anche si riuscisse a stabilire, contro 1* avviso 
dell* erudito or citato, che alla corte inglese i versificatori stipendiati dal sovrano 
anche prima del Kay furono detti " poeti laureati „, sapendo noi che questo 
titolo non altro indicava allora in Inghilterra che un " graduated rhetorician „ 
(Warton, op. e loc. cit., p. 443), non risulterebbe da ciò confermata la pre- 
tesa del Lancetti di annoverare tra i colleghi del Petrarca anche Roberto 
Baston. 

C^) Cf. Hist. littér. de la France, to. XX, p. 675 sgg. 

{^^) Per i Puìs in genere v. Paris, La littér. franf. au m. a.,* § 127. Sopra 
quello d' Arras, uno dei più celebri, e sulla poetica sovranità eh* esso conferiva 
ai trovieri, cf. adesso H. Guy, Essai sur la vie et les oeuvres littér, du trouvere 
Adan de le Halle, Paris, 1898, Introd., p. XXXII sgg., e specialmente L sgg. 

Per r istituzione analoga di Valenciennes veggasi poi il vecchio e raro libro 
di G. A. J. Hécart, Serventois et sottes Chans. couronnés à Valenc. tirés des 
fuss. de la Bibl. du Rai ^, Paris, Mercklein, 1834. 

(") B. ToMM. da Celano La vita seconda... di S. Fr. d* Assisi, ed. L. Amoni, 
Roma, 1880, p. 158, cap. XLIX. — Tiraboschi, Star, della leti, ital., Milano, 
.MDCCCXXIII, to. IV, lib. III, p. 577 sgg.; Ginguené, Hist. litt. d' Italie, Milan, 
MDCCCXX, to. I, p. 315. 

(^*) Citerò per tutti colui, al quale il Lancetti, op. cit., p. 84, dà il vanto d' avere 
chiarito cobi tutto quanto concerne a fra Pacifico, da '* togliere ogni avanzo di dubbio 
" alla più severa e incontentabile critica „, vale a dire G. Carbone Cantala- 
MESSA, autore delle Mem. ini. i Letter. e gli Artisti della città di Ascoli nel Piceno, 
Ascoli, MDCCCXXX, p. 23 sgg. In realtà invece lo scrittore ascolano s' è limi- 
tato a far proprie tutte le asserzioni gratuite e le strampalate ipotesi dal p. G. A. 
(la Mendrisio, dall' Appiani, dal Panelli accumulate intorno al compagno di 
S. Francesco ; l' origine, la famiglia, le vicende del quale, prima dèi suo ingresso 



— I05 — 

neir ordine minoritico^ rimangono tuttora ravvolte dal più fitto mistero. Nuli' altro 
che una falsificazione sono anche i versi volgari attribuitigli; cf. Gaspary, op. 
cit., V. I, p. 123 e 433. — Una copiosa bibliografia su Fra Pacifico in Sabatier, 
Speculutn perfeciionis, Paris, 1898, cap. 59, p. 108. 

(") Cf. quanto osserva in proposito il Tiraboschi, op. cit., loc. cit., p. 578, n. a. 

('*) Cf. Thomae Tusci, Gesta itnper, et ponti/, in Mon, Gernt. tìist.. Script., 
XXII, e. 492. 

C'') Questo era stato già ben veduto dall' antico volgarizzatore della Vita 
di S. Francesco scritta da S. Bonaventura, il quale chiama Fra Pacifico '^ uno 

* grande dicitore in rima^ el quale pello suo trovare bellissimo.... era chia- 

* mato re di versi e dicanzone „: cf. Misceli. Frane, v. II, 1887, e. 158. Ed 
altrettanto hanno ripetuto 1' Affò, Dizion. Prec. della poesia volg., Milano^ 1824, 
p. 65, ed il Tiraboschi, op. cit., loc. cit. Siccome però, se diamo retta alle pa- 
role degli scrittori francescani più antichi. Fra Pacifico fu eccellente nella musica 
(lo Specul. perfect. lo dice, non una sola volta, " nobilis et curialis doctor can- 
" torum „): cosi io non ho difficoltà a credere che, dopo la sua rinunzia alle va- 
nità mondane, abbia composti e musicati, come Fra Enrico da Pisa, canti ascetici, 
sequenze, laudi ecc., anche in latino. 

(") " Inter quos quidam saecularium cantionum curiosus inventor, qui ab 

* imperatore propter hoc fuerat coronatus et exinde rex versuum dictus. „ 
S. BoNAVENTURAE Vita b. Fr. in Ada SancL Octobris, Antverpiae, MDCCLXVIII, 
to. II, e. 752, § 50. 

('®) Chi obbiettasse che anche Federigo II amò poetare in volgare, mostre- 
rebbe di non sapere quale concetto s' avesse a quel tempo delle virtù caval- 
leresche, onde un principe doveva essere adorno. Colla musica e colle amorose 
canzoni s'acquistava grido d'uomo " cortese „, non si saliva al Parnaso! Ora 

* messere lo imperadore „, ch'era " loico e cherico grande „, come Dante il 
dice, sapeva questo meglio di chicchessia. 

(***) Cf. RocKiNGER, Brii'fstell. u. Formelbiich. des XI bis XIV jahrh., Mùn- 
chen, 1863, I, 174. Che nel 1226 lo stesso libro fosse di nuovo " letto ed appro- 

* vato „ nella cattedrale padovana, come afferma B. Colfi, Di un antichiss. comni. 
all' Ecer. di A. M. in Rassegna Emiliana, Modena, 1889, a. II, p. 625, non mi 
par lecito desumere dalle parole dell' A., il quale, distinguendo il tempo della 
lettura e della coronazione, " tempus recitacionis, „ cioè il 1215, da quello della 
pubblicazione, " tempus dacionis „, cioè il 1226, sembra voler alludere a due 
cerimonie del tutto diverse. Trattandosi del resto d'uno spirito cosi bizzarro 
come fu Boncompagno, rimane sempre il sospetto eh' egli ci voglia giocare 
qualche tiro. La corona d'alloro al proprio libro potrebb' averla imposta quindi 
ei medesimo, in conformità a quanto dice nel dialogo tra lui e l'opera stessa: 
" Demum ad conferendum perpetuum robur institucioni iam facte super caput 
" tuum laureatam pono coronam „. Op. cit., p. 131. Certa cosa è infatti che di 
libri solennemente approvati serbiamo molti ricordi, di libri " laureati „, questo 
solo. 

(**) Cf. Colfi, op. cit., p. 624 sgg., il quale, a proposito dell' approvazione 
pubblica data dal collegio degli Artisti di Padova al commento di Guicciardo e 



— io6 — 

Castellano, opportunamente rammenta come nel sec. XII tale onoranza, oltreché 
al BoncotnpagHus del dettatore da Signa, sia toccata paranco alle Croniche di 
Rolandino (13 Aprile 1262). A queste notizie, spettanti a Padova, si può ag- 
giungerne un' altra, da cui rilevasi come la consuetudine vigesse anche oltre- 
monti: nello Studio parigino infatti, tra il 1298 ed il 1302, la Rhetorica diciatninis 
di maestro Lorenzo d'Aquileia non solo meritò " solempnis recitationis gloria 
* decorari „, ma, come attesta il suo autore, venne poi anche * solempniter ap- 
" probata „. Cf. L* influsso del pens. lai., * ecc., p. 254. 

(**^) V. le Congetture di un Socio Etrusco (M. Maccioni) sopra una carta 
papir. dell' Arch. Diplom. di S. A. R. il Ser. Pietro Leop. Arcid. d' Austria Grand, 
di Tose, ecc., con la prefazione dell'Editore (Ferd. Fossi), Firenze, MDCCLXXXI, 
p. XXIII sgg. 

Di Niccolò di Giunta nulla sappiamo; ma vien fatto di pensare ch'egli possa 
aver avuto qualche rapporto col concittadino e coetaneo suo Tommaso di Giunta, 
mediocre rimatore, che uno de' suoi sonetti indirizza per l'appunto ad un Nic- 
colò. Cf. Renier, Sonetti ined. di Tomm. di Giunta e d' altri rimatori del sec. XIV, 
Ancona, 1883, Nozze Scipioni-Ferri, p. 15. 

(*") Cf. TiRABOSCHr, op. cit, to. V, par. II, p. 881, il quale non die prova 
tuttavia del suo consueto acume, quando propose d' identificare Bono con quel- 
1* amico e corrispondente di Lovato e d'Albertino, eh' ei chiama erroneamente 
" Bonatino „, mentre si tratta invece di Bovetino de' Bovetini da Mantova, pro- 
fessore di decreti e canonico della cattedrale di Padova: cf. L. P[adrin], Lu- 
pati de Lupatis, Bov. de Bovetìnis... Carmina quaed., Padova, 1887, p. 56. Il Padrin 
stesso, d' altronde, si è fuorviato completamente, tentando di far una sola persona 
di Bono e di quel Paolo de' Boni, cambista padovano, detto • poeta „, del quale 
il nome ricorre in documenti del tempo. Se qualcosa intorno a Bono si sa di 
sicuro è che fu per origine bergamasco!: 

Nunc quoniam numerare labor quot Cymbria nuper, 
Saecula Pergameum viderunt nostra poetam, 
Cui rigidos strinxit laurus Paduana capillos. 
Nomine reque bonus: 

cantò il Petrarca nell'epistola diretta forse a Bruzzo Visconti {Carm. lib. II, xi); 
e questi tre versi, come ognuno sa, sono l' unica testimonianza dell' esistenza 
d* un Bono, che ottenne a Padova 1' alloro di poeta. 

(**) Questa data è stata testé collocata fuor d' ogni incertezza dal Padrin, 
Ecerinide, Introd., p. X. 

(**) Cf. U. Marchesinf, Docum. ined. su A. M. in PropugncAore, N. S., v. I, 
par. II, 1888; p. 396 sgg. Intorno al Mussato in quest' ultimi quindici anni molto, 
fors' anche troppo, si è scritto e da molti; ma una biografia degna di lui manca 
tuttora, né prima eh' escano in luce tutte le opere sue, cosi edite che inedite, resti- 
tuite da una critica sagace all' integrità primitiva, sarà il caso di pensare a dettarla. 

(") Ma pochi si sono proposti il quesito che nel testo s* accenna ; tra gli 
altri G. Zanella, A. M. o delle guerre fra Padov. e Vicent. al tempo di Dante, 



— I07 — 

in Scritti varif Firenze, 1877» P* 39<4 sgg. )> il quale inclina a rispondere afTermati- 
vamente (op. cit, p. 412, 416 ) ; ed ora anche il Carducci, Della Ecerinìde e di A» M., 
in Padrin, op. cit, p. a8i, che in quella vece non si pronunzia. £ difatti proba- 
bile è che Dante si sia recato prima o poi a Padova; probabile pure ch'egli 
abbia in qualcheduna delle città surricordate venerata la maestà d'Arrigo; ma 
come darne le prove? Cf. Bartoli, op. cit., v. V, p. 332 sgg. ; Kraus, op. cit. 

P- 77- 

{*"') Cf. Epist. II, in laudem D. Henrici imp. in Op. cit, e. 36, dove tra altro 

ei scrive: 

Gratia multa tibi prò me, mitissime Caesar, 

Accedant animac praemia digna tuae, 
Quod tibi cis Alpes non me dilectior alter, 

Carior aut nostra sub regione fuit. 
Tu mihi munificus supra quaesita fuisti; 

Solus ab imperio prodiga dona tuli. 

Quali siano stati questi * doni eccessivi „ egli spiega poi largamente nel 
trattato inedito intitolato Liher de lite fortunae et naturae^ che si legge nel cod. 
ms. 5. I. 5. della Colombina di Siviglia, e. 31 a sgg. E cf. anche De gestis Italie, 
lib. IV, rubr. II, in Muratori, R. I. S. to. X, e. 618 sg. 

(*•; Dante, Conv. I, in, ed. Moore, p. 240. 

(*•) CoHv. ibid. 

(***) loH. DE VirG. Ecl. resp, 88. E cf. Giorn. stor. della lett, it,, XXII, 354 sgg. 

(**) loH. DE ViRG. Ecl. ad. A. M. in Bandini, op. e loc. cit., e. 11. 

(") E quella pubblicata come la IV in Op. cit. e. 40. 

(*') Non basta stare in guardia e porre in guardia i lettori contro " 1' amore 

* d'Albertino per le frasi eleganti ed i sonori emistichi, „ e contro le amplifi- 
cazioni di cui si sono compiaciuti i di lui biografi, come ha fatto il Golfi, op. 
cit, p. 627, al quale appunto alludiamo. Conviene altresì cercar d' intendere a 
dovere le parole del Mussato, e non già accontentarsi d* asserire, quand' appa- 
iano oscure o difficili, che il poeta giovasi di frasi fatte, anche quando non 

• esprimano esattamente il suo concetto. „ Se il Golfi sì fosse regolato in cotal 
modo, la ricostruzione da lui tentata della festa padovana del 13 15, la quale, in 
omaggio al vero, pur cosi coro' è, segna un notabile progresso sovra le antece- 
denti, sarebbe andata immune dai non pochi e non lievi errori, ond' è ora gua- 
stata. Il critico non avrebbe innanzi tutto persistito nella comune ma fallace 
opinione che le due epìstole del Mussato, numerate, a dispetto della cronologia, 
come I e IV, siano destinate a descrivere una sola e medesima cerimonia, a 
brev' intervallo di tempo ripetuta; ma sarebbesi facilmente avveduto come nel 
primo carme (il IV in Opera, e. 40) Albertino lumeggi in tutti i particolari che 
la distinsero, la propria laurea; nell'altro (il I) sì piaccia ragguagliarci intorno 
alle peculiarità, ond' andava caratterizzata la novella solennità, che, a perpetuo 
ricordo della laurea da lui conseguita, il comune di Padova aveva deliberato si 
celebrasse tutti gli anni ad epoca determinata. Ove poi egli si fosse dato briga 



— io8 - 

di ricercare come ai di del Mussato funzionassero le scuole superiori, e non 
avesse quindi ignorato che col titolo di Collegium Artistarum s'indicava unica- 
mente in Piidova sugli inizi del sec. XIV il collegio dei Dotton artisti, cioè 
medici, filosofi, e grammatici, dodici di numero e retti da un Priore (cf. Gloria, 
/ mon. cìi.f p. 375 sg. ), il Golfi si sarebbe certamente ben guardato dal definire 
quel corpo a cui il Mussato andò debitore della laurea, come il " collegio dei 
" letterati (!). di Padova, che contava fra i suoi membri più autorevoli i dottori 
" dello Studio „: op. cit., p. 623, 625, ecc. — Ancora: se delle consuetudini 
inerenti al convento avesse maggiori notizie posseduto, avvedendosi come dai 
novelli dottori si facesse sempre distribuzione di guanti di capretto ai dottori 
che li avevano esaminati e promossi, e ciò in obbedienza agli statuti universitari 
( cf. Gloria, op. cit, p. 434 ; Rashdall, op. cit., v. I, p. 231 ), non avrebbe più 
definito come un " particolare aggiunto dalla fantasia del poeta „ l' espresso 
accenno che Albertino fa all' obbligo incombente al Priore del collegio d' offe- 
rirgli annualmente un paio di guanti di capretto: Ornabitque manus nostras de 
tegmìne caprae. E se finalmente non si fosse messo in capo che il Mussato ado- 
perava frasi fatte " anche quando non esprimevano esattamente il suo concetto „, 
non sarebbesi indotto ad affermare che il distico: 

Doctorura series, Studii reverenda nostri, 
Signavit titulis singula gesta suis, 

significar voglia che, dopo la lettura dell' Ecerinidey " ì principali dottori dello 
" Studio apposero il loro nome alle opere di Albertino „ (op. cit. p. 626-27); 
ma non avrebbe esitato a rilevarne il vero senso: che i dottori presenti cioè 
sottoscrissero il diploma di laurea in cui per ordine era descritto tutto quanto 
aveva avuto luogo (singula gesta). 

Parecchie altre osservazioni potremmo muovere al Golfi. Ma basti quanto 
s' è detto a dimostrargli che per far della vera critica storica non basta intessere 
alquante paginette 

Di più, di poi, di ma, di se, di forsi. 
Di pur, di assai parole senza effetti. 

('*) Giò risulta nitidamente dalle parole di Giovanni da Naone: cf. Padrin, 
Ecerinide, p. XIV. 

(") Cf. Episi, cit., V. 18-21: 

Utque die sacra nulla sub lite vacavit, 

lustitiae tenuit curia nulla patres; 
Nec fora nostra dabant ullas venalia merces, 

Artifices operas destituere suas. 

Anche da questi versi il Golfi (op. cit., p. 627 sg.) cava argomento per accusare 
il Mussato d' aver voluto far credere che perfin la plebe comprendesse e gu- 



— I09 — ' 

stasse la sua tragedia! Ma che c'entra qui la tragedia? Il poeta narra semplice- 
mente che tutti, nobili ed ignobili, ricchi e poveri, dotti ed ignoranti, accorsero a 
vederlo coronare poeta! Che vi può essere di più naturale di ciò? 

e®) Che la festa siasi celebrata * in palazzo „, e non già nel pubblico Studio, 
come altri pensò, dimostra la deliberazione del collegio dei giudici d' intervenirvi, 
presa il di innanzi e fatta conoscere dal Padrin, op. cit., p. X. 

C) Alla parte presa dal vescovo all' incoronazion sua accenna il Mussato 
con due parole sole: Annuit anttstes. E di qui poco si può cavare davvero; sicché, 
ove altri inclinasse a credere che la corona, consenziente il prelato, fosse im- 
posta al poeta dal Priore del collegio degli Artisti forse sarebbe nel vero. 

(*'') L* intervento di Alberto di Sassonia, allora rettore dello Studio, è signi- 
ficato poi cosi dal Mussato: plausit praeconia Saxo. E se pensiamo al valore 
della frase facere o peragere praeconia, usata dai buoni scrittori latini, non po- 
trera intendere se non questo: che il Rettore pronunziò un panegirico del 
laureato. Egli avrebbe dunque fatto in tale occasione quanto nei conventi, nelle 
promozioni dottorali soleva far a Bologna T arcidiacono o il dottore che ne te- 
neva le veci: cf. Savigny, op. cit., v. Ili, p. 195. 

(*") Cf. Padrin, op. cit., p. XII. 

(*°) Cf. Lm civilisat. en Italie au temps de la Renaiss., trad. Schmidt, Paris, 
1885, to. I, p. 254 sgg. Mi duole non aver ancora alle mani la nuova edizione del 
testo tedesco curata dal Geiger. 

(®*) Taluno, il quale abbia notato come, se non in Italia, certo oltremonti 
siasi conferito durante l' età di mezzo il titolo d' Archipoeta a parecchi cultori 
della poesia, potrebbe per avventura concepir il sospetto che cotale denomina- 
zione fosse adoperata allora per distinguere i poeti " dotti „, forse i laureati, dai 
verseggiatori " volgari. „ Ora son qui ad avvertire più cose. Che al pari di 
quello di " re „, il nome d' Archipoeta abbia servito a denotare la supremazia 
conferita per volontà d* un principe ad un troviero sopra gli altri menestrelli e 
giullari non può parer dubbio, ove s' attenda a ciò che scrivono sul conto del 
versificatore normanno Enrico d'Avranches, vissuto alla corte d* Enrico III d* In- 
ghilterra (1207-1272), il Warton, op. cit., V. I, p. 50, ed il Michel, La Chans. de 
Rol. et le Rom. de Roncevaux, Paris, 1869, Préf., p. XXV sgg. In pari tempo però 
non è lecito negare che lo stesso titolo d' Archipoeta abbia servito altrove, prima 
e poi, a segnalare 1' eccezional valore artistico raggiunto da chi ne veniva insignito, 
e che, quindi, siasi attribuito anche a scrittori non volgari, ma latini, quali furono e 
r anonimo goliardo tedesco che celebrò in ritmi famosi le imprese del Barbarossa 
in Germania ed in Italia, dove scese in compagnia di Rinaldo di Dassel, arcive- 
scovo di Colonia e cancelliere imperiale (cf. Wattenbach, Deutschl. Geschichts- 
quellen ^, v. II, p. 474 sg. ), e l'altro " vagus clericus... " Nicolaus nomine, quem 
" vocant Archipoetam „, di cui "circa il 1220 parla Cesario di Heisterbach (cf. 
Reumont in Arch. Stor. Ital., Ser. I, 1849, App., to. VII, p. 509 sg.). A nessuno però 
sfuggirà il significato singolare di questo fatto: che il medesimo onorifico titolo 
sia stato in Germania tra il sec. XII ed il XIII concesso a due poeti, non appartenenti 
già alla classe autorevole dei dotti, bensì alla disgraziata casta de* " vaganti „; 
a due versificatori, che usavano si il latino, ma se n' avvalevano unicamente per 



— no — 

dettare componimenti d'un genere ibrido^ ignoto all'antichità, oscillante tra lo 
scolastico ed il giullaresco, e che nessuno considerava né molto nobile, né molto 
serio : in una parola, de' componimenti ritmici. Tant' è vero questo, che il go- 
liardo protetto dal cancelliere imperiale^ ove gli appartenga realmente la Gom- 
fessio notissima, avrebbe in codesto suo capolavoro additata nettamente egli 
stesso la distanza che separava lui, trutanno, che scriveva senza studio, secondo 
l'ispirazione del momento, dai chierici solenni, tutti intenti ad imitare i classici, 
per creare opere imperiture ( Carni. Bur., p. 69, str. 15,17): 

leiunant et abstinent Mihi nunquam spiritus 

poetarum chori: poetriae datur 

vitant rixas publicas nisi prius fuerit 

et tumultus fori: venter bene satur; 

et, ut opus faciant, cum in arce cerebri 

quod non possit mori, Bachus dominatur, 

moriuntur studio, in me Phoebus irruit 

subditi labori. et miranda fatur. 

Non mi par dunque di sbagliare affermando che al titolo d* Archipoeta siasi 
sempre nell' età medievale accoppiato un certo non so che di giocoso, di giulla- 
resco, che avrebbe trattenuto gli uomini d' allora dal servirsene . per esaltare 
{poniamo) Gualtiero di Chàtillon o Alano da Lilla. £ di qui si potrebbe cavare 
anche modo a meglio comprendere come il titolo stesso, quando fu risuscitato 
dal circolo di begli umori che faceano in Roma corona a Leone X, siasi usato 
per burla, non per davvero. 

{^'^) 11 veder che Dante designa poi con tanta precisione come luogo dove 
la sospirata festa dovrebbe effettuarsi, il " fonte del suo battesmo „ suggerisce 
al Burckhardt quest' altra osservazione : " Sembra che l' Alighieri abbia vagheg- 
" giato una festa per metà religiosa. „ Al che vien voglia di chiedere: E come 
avrebbe potuto fare diversamente? Quale cerimonia, rassomigliante a quella di 
cui egli bramava divenire protagonista, poteva non essere allora per metà reli- 
giosa? Lasciamo in disparte il Petrarca, che spezza con meditata violenza la 
tradizione medievale, e guardiamoci invece dattorno. Che vediam noi? Vediamo 
dal sec. XII al XVI le promozioni dottorali avvenire tutte e dovunque col con- 
senso e coir intervento delle più alte dignità ecclesiastiche cittadine; loro natu- 
rale sede stimarsi sempre e dapertutto le cattedrali; sicché, ove si contravvenga 
a tale consuetudine, si bandiscono a bella posta decreti per punire i contrav- 
ventori ( cf. Ghkrardi, Statuti, par. I, p. 172, doc. LXXIII); ove proprio s'esca 
dal recinto del tempio, la cerimonia ha luogo però nel palazzo del vescovo 
(v. Rashdali , op. cit., I, 473; Gherardi, op. cit., par. II, p. 439, doc. CLXXXH: 
le insegne della dignità magistrale, prima d' essere concesse al nuovo dottore, 
sono collocate sul sacro altare. Che più? Una cerimonia maggiormente vicina 
alla laurea che il convento non sia, l' approvazione solenne d' opere didattiche 
o storiche si compie pure nella chiesa; il Bottcouipagnus a Padova è pubblicato 
nella cattedrale, presenti il vescovo ed il legato apostolico; le Croniche di Ro- 



— Ili — 

landino sono approvate dai dottori dello Studio patavino nella chiesa di S. Ur- 
bano. Quale meraviglia che Dante si scorgesse nell'immaginazione sua già co- 
ronato d' alloro in quel tempio, eh* era V orgoglio di Firenze innanzi che S. Maria 
del Fiore fosse sorta; in quel tempio, dove egli stesso aveva chi sa quante 
volte veduto, secondoché V Ottimo attesta, onorarsi gli " scienziati „ , quando 
tornavano da Bologna? 

(**) Cf. Savigny, op. cit., V. Ili, p. 205 sg.; Rashdall, op. cit, v. I, p. 325 
sg-; 450; Gloria, Monutn. 1222-1318, p. 434. 

(**) Cf. Savigny, op. cit., v. Ili, p. 205 sgg., 267 sgg., 336; Rashdall, op. 
cit., V. I, 225, 229; 452, 473; Gloria, op. cit., p. 369. 

{^^) Ved. i più antichi diplomi dottorali raccolti dal Savigny, op. cit, v. III, 
app. VII, p. 626; e particolarmente quello dato ad un giudice bresciano nel 1277 
dal vescovo di Reggio, e l'altro conferito in Bologna nel 13 14 a Gino da Pistoia. 

(®*) Renazzi, op. cit. p. 265: e cf. Hortis, Scrini ined., p. 8. 

O Veggasi difatti quale stretta relazione, non sostanziale soltanto ma for- 
male, interceda tra codesta formola usata dal senator di Roma e quella, di cui 
valevasi in Parigi il cancelliere di S. Genovieffa per creare i dottori in arti 
{Rashdall, op. cit., v. I, p. 452): " Et ego auctoritate apostolorum Petri et 
^ Pauli in hac parte mihi commissa do vobis licentiam legendi, regendi, 
" disputandi et determinandi ceterosque actus scholasticos seu magi- 
" strales exercendi in facultate artium Parisiis et ubique ter- 

* rarum „. Cf. anche Gloria, op. cit., p. 436. 

{^^) Questo convincimento spira^ come si sa, profondissimo dalle epistole del 
Nelli (CocHiN, op. cit, ep. XVII, p. 234 sg.) e del Boccaccio ( Corazzini, op. 
cit., p. 189 sgg.). Cf. Burckhardt, op. cit, v. I, p. 255; Voigt, Die Wiederbel., 
V. \, p. 455: HoRTis, op. cit, p. 8 sgg. 

(•'*•>) Cf. F. Petrarcae Ep. ad poster, in F. P. Epistolae Fatnil., ed. Fracas- 
setti, V. I, p. 7 sg. 

C^®) Suir incoronazione di Zanobi v. Hortis, Studi sulle op. lat. del Bocc, 
p. 27S sgg.; Renier, Liriche ed. e ined, di Fazio d. Ub., Firenze, 1883, p. CCV 
sgg.; C. Frati, Un* epist. ined. di G, B. in Propugnatore, N. S., v. I, par. II, 1888, 
P- 31 sgg.; Wesselofsky, Boccaccio, v. II, p. 167 sg. 

Anche la cerimonia pisana, per quanto ne sappiamo, riprodusse con maggior 
pompa ma assai fedelmente neir insieme il tipo tradizionale del convento. Se 
non avvenne in chiesa, ebbe però luogo " super grados marmoreos circum 

* stringentes ecclesiam „ { il Duomo ), immediatamente dopo una solenne funzione 
religiosa. Il sovrano non solo baciò in bocca Zanobi, ma dopo avergli imposto 
la laurea in capo, gli infilò in dito un anello : 

semper 
Ante oculos mihi Caesar erit, procerumque corona 
Et quae caesareo venerunt oscula ab ore, 
Annulus ac digito iam desponsata poesis. 

Cosi cantava lo Stradino medesimo (Frati, op. cit., p. 50). Or chi ignora come 
il bacio al neo-dottore e 1* apposizione dell' anello al dito di lui, " in signum de- 



— 112 ~ 

" sponsationis scientie „, fossero " insignia doctoratus „, che non mancavano 
mai nei conventi? Ved. Rashdall, op. cit., v. I, p. 229 sg,; Gloria, op. cit., 
p. 436; Mon, 13 18- 1405, V. I, p. 107. 

r^) Non ci è giunto pur troppo né il testo del privilegio di laureare i poeti, 
che ai Fiorentini avrebbe largito Carlo IV, né alcun ragguaglio, dirò cosi, uf- 
ficiale ch'esso abbia un tempo esistito, giacché nel diploma imperiale del 2 gen- 
naio 1364 ( cf. Gherardi, op. cit., par. I, p. 139, doc. XXIX ) non se ne tocca, 
affatto. Tuttavia della reale esistenza sua non par lecito dubitare. Coluccio Sa- 
lutati già disteso sulla bara, * fu coronato poeta per deliberazione de* signiori 
* e collegi... per un'alturità che gran tempo fa ebbono e Fiorentini da Carlo 
" imperadore „ : dice sotto T a. 1406 il Priorista Panciatichiano 112 della Nazionale 
di Firenze, e. 106 b ; e grazie a codest' " alturità „, che altri fonti già noti ram- 
mentano, anche Leonardo e Carlo d'Arezzo conseguirono dopo morte la corona 
d' alloro. 

Come mai nel sec. XIV i Pratesi abbiano dal canto loro potuto insignir 
della laurea Convenevole, secondoché attesta il Petrarca, Ep, Sen. lib. XVI, i, 
confessiamo d' ignorare. 

C^) CocHiN, op. e loc. cit. 

("*) Cf. Burckhardt, op. cit., v. I, p. 255. 

(^*) Per r interesse, tutt' altro che tenue, che Carlo IV mostrò sempre verso 
gli studi storici e letterari, v. C. HOfi.er, Die Zeit der Luxemburgischen Kaiser, 
Wien, 18Ó7, p. 49 sgg. 

("^) Cf. intorno a ciò Bartoli, op. cit., v. VII, p. 38 sgg. ; Gaspary, op. cit., 
V. I, p. 353» ecc. 

(''*) I. FiCKER, Forschuttg. sur Reichs- u. Rechtsgesch. lialiens, Innsbruck, 1869, 
V. II, p. 107, § 263. 

(" ') Cf. Savtgny, op. cit., v. Ili, p. 304 ; Rashdall, op. cit, v. II, par. I, p. 25. 

("^) Ved. il caso di Iacopo da Belvisio, reputato dottore del sec. XIII, come 
ci vien narrato dal Savigny, op. cit., v. Ili, p. 305. 

("•') Quanto di schiettamente medievale nella sostanza non men che nella 
forma conserva ancora la cerimonia capitolina, malgrado i tentativi fatti dal 
Petrarca per ricondurla alle classiche tradizioni! Né egli né i suoi promotori 
seppero o ardirono in realtà allontanarsi dalle più tra le consuetudini, delle 
quali l'età loro soleva esigere l'osservanza; sicché tutto fini per passare nel 
modo consueto. Il Petrarca si sottopose prima, spontaneamente, ad esami al- 
trettanto severi quant' erano quelli " tremendi e rigorosi „, attraverso i quali 
giungevasi negli .Studi al magistero ; poscia munito del * regio testimonio „, 
chiese ai magistrati di Roma (chiese, si badi bene, giacché contro l'asserto che 
la corona gli fosse dai Romani stessi offerta parla chiaro il privilegio di laurea); 
di poter conseguire in Campidoglio l'onorificenza bramata. Fu esaudito; ma la 
cerimonia doveva essere presieduta da un rappresentante del re Roberto; e 
sol quando risultò manifesta l' impossibilità che codest' inviato giungesse in 
tempo, il Senatore di Roma deliberò d'incoronare di sua mano il poeta, dichia- 
rando tuttavia di farlo " auctoritate praefati domini Regis „ (significantissima 
per noi sitTatta precedenza assegnata a Roberto); e, quindi, del senato e del 



— 113 — 

popolo romano. Insiem colla laurea il Petrarca fu insignito della " potestas 
' ubique legendi „, già da noi dichiarata, e di tutti i privilegi, immunità ed 
onori, ' quibus hic vel ubique terrarum uti possunt vel posse sunt soliti libe- 
' ralium et bonestarum artium professores „. £ questa è, insomma, e 1' ha ve- 
duto anche Hortis, op. cit p. la, una ' promozione » magistrale in piena regola, 
un • convento „ beli* e buono. 

Dopo di che viene naturale il domandare se siano proprio nel vero tutti 
coloro i quali, sulle orme d' alcuni amici e contemporanei del Petrarca, hanno 
gareggiato fin qui nel descriverci la cerimonia del 9 aprile 1343 come un fatto 
di enorme importanza, un raggio di luce che rompe inattesa le tenebre d' un 
età oscurissima (Reumont), iniziatore d'una nuova èra di cultura (Gregorovius); 
tale insomma che la rinnovazione morale ed intellettiva di Roma ne fu avvan- 
taggiata assai più che dalla sommossa di Cola di Rienzi (Hortis). Certo chiunque 
pensi e scriva cosi, fa il giuoco del Petrarca, il quale si sforzò, dissimulando abil- 
mente i maneggi, mercé de' quali, forte dell'appoggio di pochi potenti, era 
riuscito a piegare ai propri disegni un volgo incapace di comprendere i moventi 
segreti della sua condotta; di far comparire la cerimonia, di cui fu il prota- 
gonista, come un avvenimento nuovo, inaudito. Ma fare il giuoco del Petrarca, 
non è giovare alla storia. 

(^) Zen. da Pistoia, La piti, fonte, ed. Zambrini, Bologna, 1874, cap. VII, 

terz. 39-40i P- 54- 

('') Coluccio stesso, che aveva ereditato dal Boccaccio il culto per l'Ali- 
ghieri, non sa però nascondere il rammarico che l'uso del volgare avesse im- 
pedito al cantore dell'oltretomba d'alzarsi al disopra d'Omero e di Virgilio: 

* Sentio taraen alium recte — scriveva a Leongiovanni Pierleoni —, nisi fallor, tam 

* latiali quam graeco praeferendum Homero, si latine potuisset sicut ma- 
' terni sermonis elegantia, cecinisse „ Epistolario lib. XII, ep. VII, v. Ili, p. 491. 

("') Cf. pag. 49 di questo volume. 

(^) Gherardi, op. cit., par. I, p. 107 sgg., doc. I. 

("^) Credo d' aver dimostrato fin dal 1883, contro 1' opinione del Morelli ( in 
Gherardi, op. cit., p. XXXIV sg.) che lo Studio nel 1321 era già aperto, e vi 
leggevano in diritto Osberto Foliati da Cremona ed Andrea Ciafferi ( Giorn. Stor. 
della letten ital., v. I, p. 103). Ora aggiungerò che fin dal principio del 1320 si 
trovava anche a Firenze ad insegnarvi " in arte grammatica et in aliis artibus 
" et scientiis „ (vale a dire logica e filosofia), quel Guicciardo da Bologna, cele- 
berrimo grammatico, al quale si deve il commento all' Ecerinide del Mussato, 
con cui ebbe cordiali rapporti d'amicizia. Guicciardo si trattenne a Firenze 
almeno tre anni: cf. Gherardi, op. cit., par. II, doc. I, 9*11 Ag. 1320; p. 378-79, 
doc. III, IV, 25-27 febbr. 1321, 28 febbr. — i marzo 1322. Questa interessante 
notizia rimase del tutto sconosciuta a quanti s' occuparono negli ultimi tempi 
del fratello di Bertoluzzo: cf. cosi Padrin, Lup, de Lup. Carm,^ p. 44; Golfi, op. 
cit, p. 425 sg. E chi sa se la presenza di lui, qui in partibus omnibus Lombar- 
diae quam Tusciae doctor doctorum in gramatica reputatur^ come scriveva un 
contemporaneo, fu senz'effetto sovra i disegni di Dante? 

NOVATI. 8 



IV. 



COME MANFREDI S' E SALVATO. 



La salvazione di Manfredi è tal problema che die sempre pa- 
recchio filo da torcere ai commentatori di Dante; agli ortodossi 
soprattutto, i quali non seppero mai troppo da che parte rifarsi 
per dimostrare non aver il poeta peccato d' irriverenza verso la 
Santa Chiesa, fìngendo che uno scomunicato avesse potuto ritro- 
vare presso Dio quella misericordia che dai ministri di lui eragli 
stata inesorabilmente diniegata (^); tanto più che dall'altro canto 
quanti non sono della Chiesa soverchiamente teneri si sono ralle- 
grati sempre nell' udir V Alighieri sentenziare con tant' austera 
fierezza, che per maledizione di sacerdoti 

si non si perde 
Che non possa tornar I* eterno amore, 
Mentre che la speranza ha fior del verde O; 

e ne hanno dedotto che Dante nel far grazia a Manfredi erasi 
proposto un elevatissimo fine politico e morale (^). Ma comunque 
sia di ciò, che non è del mio istituto d'impacciarmene, accanto 
a cotesto quesito ne rimane pur sempre oscuro un altro : su quali 
fondamenti cioè il poeta abbia poggiata V affermazione sua co- 
tanto franca ed aperta che lo Svevo non è dannato, anzi salvo, 
benché un alto " divieto „ lo costringa ad errare fuor de' gironi, 
in cui le anime purganti s' affinano, 

Per ogni tempo ch'egli è stato trenta 

In sua presunzion, se tal decreto 

Più corto per buon preghi non diventa {*), 



— 1x8 — 

Or alla soluzione di siffatto quesito vorrei io contribuire, ove mi 
torni possibile, colle brevi note che seguono. 

Per chi consideri le opinioni religiose e politiche dell' Alighieri 
e ripensi V inesorabil condanna da lui pronunziata contro il grande 
Federigo II, rinchiuso in eterno dentr* una delle infocate arche 
che fanno ** varo „ il luogo della città, " che ha nome Dite „, 
la salvazion di Manfredi si deve presentare certo a tutta prima 
quasi inesplicabile. Della Chiesa anche il figlio era stato innanzi 
tutto nemico ; men acerbo del padre, quest' è vero O, ma nemico 
insomma, e tale nemico che mori scomunicato. Pure la ribellion 
contro Roma non è il più grave de' suoi peccati. Ei n' ha com- 
messo di maggiori; ed anche senza tener calcolo delle assurde 
accuse, onde V odio guelfo tentò insozzarne la fama; — accuse alle 
quali l'animo generoso di Dante sdegnò per fermo di prestar 
fede — d' " orribili „ addirittura. Non ebbe egli grido, ahimé 
troppo ben fondato, di miscredente (^)? Non condusse vita, come 
il Villani direbbe, " epicurea „, sicché, ove fortuna gli avesse 
più lungamente sorriso, Italia tutta sarebbe per opera sua tornata 
in " fonte di libidine ? „ ('). Non corse voce eh' egli con arti ne- 
fande fosse solito sollecitare l'aiuto di potenze infernali? (*) 
Certo in tutto questo cumulo d' accuse lanciate contro il principe 
svevo, l'Alighieri avrebbe ritrovata la più ampia giustificazione 
dell'operato suo, quando nel " caldo „ monumento, dove aveva 
gittato il magnanimo Federigo, si fosse deciso a precipitare pur 
esso Manfredi. 

Il poeta volle invece, quest' è fuori di dubbio, sottrarre uno 
almeno di quegli " illustri eroi „, intorno al capo de' quali aveva 
nel De vulgari eloquentia intrecciato si fulgido serto di gloria O, 
agli orrori d' averno. E Manfredi fu il prescelto ; mezzo a ciò la 
sua conversione in fin di vita. Or di cotesto ritorno a Dio, che 
il " nipote di Costanza imperatrice „ avrebbe compiuto dopo che 
gli fu " rotta la persona di due punte mortali „, onde derivò 
contezza il poeta? Volle egli^ com' è stato argutamente affermato, 
valersi ancora una volta di quel " diritto di grazia „, che s'era 
come a dir riserbato per salvare alcuni celebri peccatori ('•); o 



— 119 — 

fu in quella vece guidato e direi quasi sforzato a mostrarsi be- 
nigno verso Manfredi da voci che corressero ai suoi giorni in- 
torno alla morte del principe biondo ed infelice, e lo volessero 
redento ad onta de' papali divieti? 

Questi dubbi s' erano affacciati già alla mente de' più antichi 
commentatori della Comedia; e tra gli altri udiamo esprimerli 
con maggiore vivezza que' due che godettero d' una particolare 
estimazione a' tempi loro, perché gravi e reputati dottori*: Fran- 
cesco da Buti cioè e Benvenuto da Imola. Intento a sciogliere 
l'ingarbugliato nodo della scomunica, che pareva dichiarata dal 
poeta inefficace, il maestro pisano scrive: " Et avendo proposito 
* (lo scomunicato) di ritornare (all'obbedienza) e volendo; ma 
" non potendo, sopravvenendo la morte, anco è tanta la miseri- 
^ cordia di Dio che lo riceve nella sua grazia; e se questo pro- 
" posito e questa volontà fusse nota ai pastori, ancora elli lo ri- 
** metterebbeno .... L' autore nostro finge che questo pentimento 
** fusse nel re Manfredi quando venne a la morte, per mostrare 
"' questa sentenzia e dìchiaragione sopra questo dubbio, la quale 
" è verissima; ma se lo re Manfredi ebbe questa contrizióne a 
** la fine, questo non sa se non Dio „ (^^). Ed il Rambaldi a sua 
volta: Et hic nota quod aliqui dicunt quod Manfredus in extremo 
redivit ad Deum; sed certe istud scire non potuit poeta, quia Man- 
fredus incognitus mortuus est in medio ardore belli. . . . (^*). 

Or s' avvertano qui le parole di Benvenuto : " taluni dicono 
** che Manfredi sul punto di morte tornasse a Dio „; le quali, o 
m'inganno, concedono legittimo appiglio a congetturare che ai 
tempi del grammatico imolese vigesse ancora una tradizione, in 
base alla quale si narrava che lo Svevo, prima di spirare 1' anima 
invitta, si fosse rivolto, proprio come Dante vuole, a queir infi- 
nita Giustizia che è insieme infinita Clemenza. Posto quindi che 
sifFatt' opinione corresse per la penisola, già vivo V Alighieri, dif- 
ficilmente si potrebbe negare eh' ei l' avesse conosciuta e se ne 
fosse fatto 1' eco nel poema immortale. 

Però taluno osserverà forse che le parole di Benvenuto sono 
in fin de' conti troppo vaghe, perché lecito divenga cavarne ap- 



— lao — : 

poggio per un' ipotesi di tal fatta. Chi ci assicura invero che la 
diceria da lui raccolta sia proprio anteriore all'apparizione della 
Comedia? E se invece di riconoscere in essa il fonte, dond'è 
scaturito V episodio dantesco, si dovesse semplicemente vedervi 
una derivazione di questo? In mezzo secolo e piò il tempo non 
sarebbe davvero mancato, perché una credenza che la lettura 
della Comedia aveva fatto germogliar nella mente di molti, si 
fosse radicata cosi da parer sorta indipendentemente da quella. 
In tal caso si correrebbe il rischio di scambiare colla causa 
r effetto. 

Non manca però, e conviene ascriverlo a nostra buona ven- 
tura, il modo d' approfondire alcun poco l' indagine e di metter 
in sodo che le voci, cui allude il Rambaldi, dovettero realmente 
propalarsi tra le genti italiane prima ancora che Dante ponesse 
mano al sacrato poema. Un racconto, al quale coteste voci hanno 
pòrto argomento, ci è difatti pervenuto in due redazioni, diverse 
per età, per indole, per provenienza; e poiché fin qui nessuna 
di esse è stata presa in seria considerazione, cosi penso non 
riuscirà superfluo sottoporle ad accurata disamina (^^). 

Dacché niun uomo vivente poteva, secondo la comune sen- 
tenza, farsi testimone della conversion di Manfredi e malleva- 
dore quindi della salvezza sua, fu giuocoforza ricorrere, per con- 
seguire d' entrambe notizia, a mezzi soprannaturali. Ed ecco 
quanto a tal proposito ci sa narrare l' Anonimo commentator 
fiorentino, tratto alla luce dal Fanfani: " A la cagione per che 
" r Auttore mette qui il re Manfredi fra gli eletti, si risponde che 
" due furono le cagioni ; V una che l' Auttore vuole dimostrare, 
^ per confortare altrui, acciò che niuno si disperi, che Iddio, 
** quantunque 1* uomo sia peccatore, se nello estremo della vita 

* si pente, il riceve a misericordia La seconda cagione fu 

** però che si truova che Gonstanzia fu giustissima et buona 
*^ donna; onde, sappiendo ella la vita del padre suo, eh' era stata 
*^ disonesta, et nimico di Santa Chiesa, essendo uno santissimo 
^ romito in Cicilia a quello tempo, in una montagna presso a 
** Mongibello, questa Gostanza andò a lui, et pregoUo che pre- 



— 121 — 

" gasse Iddio che gli rivelasse se il re Manfredi era perduto o 
" no. Il romito, fatta V oratione et il prego a Dio, gli disse 
** comme Iddio gli rivelò che Manfredi era fra gli eletti in Pur- 
** gatorio „ i^*). 

Ma questa divina rivelazione, ond'è, senza accennarla, pre- 
supposta la conversione del moribondo sovrano, non fu la sola 
che soddisfacesse la bramosia di conoscerne le sorti oltremon- 
dane, viva certo tra i contemporanei suoi. Al cielo infatti viene 
a contrapporsi 1* inferno, e della salvezza di Manfredi, curioso a 
dirsi!, sorge mallevadore quello spirito maligno con cui, a dar 
retta alla guelfa leggenda, il figlio di Federigo II aveva stretti 
vivendo patti abbominevoli (^^). Codesta nuòva versione del rac- 
conto, nella quale un ossesso pugliese prende il posto dell' eremita 
siciliano, cosi come il demonio quello di Dio, ci è offerta dal ca- 
pitoletto seguente dell' Imago mundi di fra Jacopo da Acqui: 

Quid factum est de anima regis Manfredi 

Posi hec fuit in Apulia quidam obsessus a dyabolo et loque- 
batur de diversis, quem quidam interrogavit dicens: " die mihi 
** si salvus est rex Manfredus „. cui respondit dyabolus: " quinque 
" verba salvarunt eum^ sicut tibi dicet comes Henricus de illis quin- 
** que ver bis „, qui respondit dicens: " quando rex Manfredus ce- 
cidit in morte f ultima verba sua fuerunt ista: Deus propitius esto 
mihi peccatori. „ ('^). 

Siamo cosi di fronte a due narrazioni, le quali, sebbene a 
tutta prima, perché mirano a mettere in chiaro lo stesso fatto 
— la salvazione di Manfredi — e si valgono per riuscirvi del 
medesimo espediente, — la rivelazione soprannaturale — sem- 
brino aver molto di comune, in realtà poi, più minutamente esa- 
minate, finiscono per apparirci V una indipendente dall' altra. Nella 
prima infatti è la figlia stessa dell' estinto che, incerta sulla sorte 
toccatagli, si rivolge ad un pio solitario, e ne consegue un ora- 
colo atto a dissipare i suoi timori; nella seconda invece un ignoto 
purchessia, spronato dalla curiosità, sollecita il diavolo, entrato 



-*- 122 — 

in corpo ad un ossesso, perché voglia fargli palese che sia se^ 
gulto del re svevo dopo la morte. Ed il demonio lo compiace 
bensi, ma solo in parte ; che dopo aver affermato essere V anima 
di Manfredi in luogo di salute, lascia la cura di spiegare come e 
perché ciò sia avvenuto ad un nuovo personaggio, un uomo, 
cioè, che è chiamato il " conte Enrico „. Come si vede, quanto 
compiuto, coerente nella semplicità sua risulta il primo racconto, 
tanto incompleto, sconnesso, oscuro s' appalesa invece il secondo. 

Ad onta di ciò, se taluno domandasse quale de' due ci sembri 
degno di maggiore considerazione, io non esiterei un momento 
ad asserire che la palma spetta a quello tramandatoci dal cronista 
piemontese. E la ragione dì siffatta preferenza risulterà manifesta 
da quanto or vengo a dire. 

Certo neppure la novelletta, di cui V Anonimo commentator 
fiorentino, vissuto, com' è noto, sul cader del Trecento, s' è fatto 
l'espositore, non deesi disdegnare. Sgombrato dopo un po' d* esi- 
tazione il sospetto che a farla nascere abbia cooperato l' influsso 
dell' episodio dantesco, io non vedrei motivo di negare eh' essa 
trovi il suo fondamento in una tradizione popolare. Era ben na- 
turale che il pensiero di far intervenire Costanza, buona e pia 
principessa, in prò dell' anima paterna, germogliasse spontaneo 
nella commossa fantasia di quanti erano stati sudditi di Manfredi 
e sotto la " mala signoria „ del lupo angioino non avevano tar- 
dato a rimpiangere, accorati, il saggio e benefico governo del- 
l' " agnello „ svevo. Dirò di più. Non sarebbe nemmeno impro- 
babile che r aneddoto conservato dal tardo glossatore avesse 
una base nella realtà; che, cioè, l'andata di Costanza ad un ere- 
mita siciliano in fama di santità fosse veramente avvenuta. D'ana- 
coreti, basiliani o no, poco monta, che godesser nome di profeti 
e di santi, nell' isola del fuoco dovevano trovarsene ancora non 
pochi sullo scorcio del Dugento (*^); né io vorrei respingere come 
assurda l'ipotesi che la " genitrice dell' onor di Cicilia e d'Ara- 
" gona „ avesse affrontati i disagi d' un' aspra salita per sollecitar 
da uno di loro il responso atto a ridonarle la calma ed a ravvi- 
vare, confortandolo di speranza, il suo zelo per il bene. 



_ 123 - 

Pure la narrazione cosi scucita di fra Jacopo d'Acqui eccita 
in noi curiosità più intensa, perché ci presenta de' problemi ai 
quali non riesce facile il porgere adeguata risposta. Ed innanzi 
tutto avvertiamo che su di essa il poema sacro non ha davvero 
esercitato alcun influsso. Né dico questo, perché io tenga per 
fermo che tra il 1330 ed il 1340, gli anni cioè ne' quali il Bellin- 
geri compilò l'opera sua ('*), la Comedia fosse ancora scono- 
sciuta in Piemonte; anche se le cose stessero difatti cosi, niun 
conforto ne deriverebbe all' opinione nostra, giacché Jacopo 
d'Acqui, da buon domenicano qual fu, non rimase certo rin- 
chiuso tutta la vita nell' angusta cerchia della città nativa, ma di 
mondo ebbe a vederne parecchio; sicché non potè mancargli, o 
prima o poi, il destro di gettare gli occhi sul sacro volume. Ma, 
dato pure eh' egli abbia tenuto tra mani la Comediay certo è 
eh' essa in nessun luogo del suo libro ha lasciato traccia. E il 
fatto riesce tanto più degno di nota, in quanto che la cronaca di fra 
Jacopo altro non è se non un centone messo insieme senza cri- 
tica, ma in pari tempo (vantaggio non lieve per noi) senza ri- 
tocchi ('^). Or tutto quel che concerne alle vicende della casa di 
Svevia vi apparisce esposto in cotal maniera da poterlo ragione- 
volmente supporre scaturito da fonti che, se non saranno a dir 
schiettamente popolari, possono però e debbono giudicarsi tali, 
in cui elementi popolareschi assai nitidamente si rispecchiassero. 
E questo, che risulta chiaro per Federigo II, per Pier della Vigna, 
ma sopra tutto per Corradino (*^), ci sembra essersi verificato 
anche per Manfredi. 

Se dopo queste premesse ci faremo a studiare con maggior 
attenzione la novelletta dell' Imago mundiy non tarderemo ad 
accorgerci com' essa abbia a considerarsi quasi il sunto molto 
sommario ed imperfetto d' una più ampia narrazione anteriore ('^). 
Che Manfredi sia in luogo di salute v' è dichiarato dalle asser- 
zioni di due testimoni: quella dell'indemoniato e l'altra, che 
giunge proprio inattesa, d' un personaggio qualificato come il 
** conte Enrico „. Or chi è costui, del quale si parla come d' in- 
dividuo ben conosciuto, mentre nessuna notizia ne è stata per 



— 134 — 

r innanzi arrecata? Che ha egli a vedere nel racconto del Bel- 
lingeri? E perché a lui è noto quanto tutti gli altri ignorano, le 
parole cioè pronunziate da Manfredi agonizzante? A coteste in- 
terrogazioni fra Jacopo, se potesse udirle, non saprebbe davvero 
che cosa rispondere; ma esse avrebbero certamente trovata una 
piena soddisfazione, ove a noi fosse giunto il testo, eh' egli ha 
cosi malamente riepilogato. Quel testo, a mio avviso, dovett' es- 
sere insomma un' esposizione più o meno poetica e romanzesca 
delle vicende ultime di Manfredi, in cui sulla morte sua eran dati 
ragguagli che niun' altra delle fonti oggi conosciute ci ha conser- 
vati. £ tra essi probabilmente notavasi anche questo: che Man- 
fredi non cadde già, inosservato ed ignoto, quando più ferveva 
la battaglia, ma fu assistito, moribondo, da un fedele, il quale non 
erasi mai scostato dal suo fianco, al pari dell' eroico Teobaldo 
degli Annibaldi, ma che, più fortunato di lui, aveva potuto sot- 
trarsi vivo al brutale furore de' " ribaldi „ francesi (**). 

Or codesto " conte Enrico „ che raccolse, secondo la tradi- 
zione imperfettamente riferita dallo scrittore dell' Imago mundio 
le parole supreme dello Svevo, sarà desso da identificare con 
qualche personaggio realmente vissuto? Per verità le narrazioni 
storiche della rotta famosa non serbano memoria che tra i Conti 
i quali nel febbraio del 1266 facevano scorta a Manfredi, uno ve 
ne fosse cosi nominato; ma, come ben si comprende, questo si- 
lenzio non può essere giu4icato tanto grave da obbligarci ad 
escludere la probabilità che nell' esercito svevo militasse in al- 
lora un conte Enrico. Tanto più che se noi ci volgiamo a ri- 
cercare nei documenti contemporanei qualche notizia sopra co- 
loro i quali più efficacemente colla spada e col senno aiutarono 
il principe di Taranto a ricuperare dopo la morte di Corrado 
r eredità paterna, non tarderemo a mettere in sodo come in 
mezzo ad essi abbia primeggiato più d'un Enrico. Passiamo or 
dunque brevemente in rassegna questi gagliardi sostenitori della 
causa sveva, per tentar di rintracciare colui, al quale il racconto 
deir Acquense vuol essere riferito. 

Primo tra loro ci si affaccia Enrico conte di Sparvara, illustre 



- 125 — 

rampollo di queir antico e nobilissimo ceppo de' conti palatini dì 
Lomello, il quale sugli inizi del secolo tredicesimo s' era già in 
pili rami partito {^). Nato da una stirpe che, dopo aver domi- 
nato per secoli, quasi sovrana, in Pavia, era stata costretta ad 
uscirne dall' indomabile energia di quel volgo che assorgeva a 
dignità di popolo nel nascente comune ; e rifugiatasi nel contado, 
aveva dovuto poi ritornare umiliata e vinta a vivere dentro la 
cerchia delle mura cittadine, posciaché i Pavesi a furia ebbero 
smantellata e distrutta la superba sua rocca (") ; Enrico di Sparvara 
nutriva naturalmente in cuore sentimenti ghibellini. Le più antiche 
notizie che noi possediamo intorno a lui ce lo mostrano infatti 
già entrato nelle buone grazie dell' imperator Federigo, il quale nel 
febbraio 1219, con suo diploma dato dai dintorni di Spira, confer- 
mava ad Enrico di Guido ed a Roffino di Roffino di lui cugino tutti 
i privilegi che la casa di Lomello vantava ab antico ('^). Ma colla 
Chiesa invece il conte di Sparvara non sembra si curasse troppo 
di mantenere buoni rapporti, se ne giudichiamo dal fatto che, mol- 
t' anni dopo, e cioè nel 1237, il vescovo di Pavia era costretto a 
fulminare contro di lui, colpevole di violenze a danno di certe 
monache d'Acqui, la scomunica ('^). A questi contrasti colle 
autorità ecclesiastiche dovettero probabilmente accoppiarsene altri 
non meno fieri coi comuni di Pavia e di Vercelli, i quali tutti 
ebbero 1' effetto di rendere il feudatario di Lomello sempre più 
propenso alla parte dell' impero, da cui soltanto poteva sperare 
soccorso; né s'ingannava, giacché quando nel 1248 Federigo II 
si recò a Vercelli e vi si trattenne più mesi, egli impose a quel 
comune, che appunto a lui s' era rivolto per ottenere giustizia 
pe' canonici della cattedrale contro i soprusi de* conti di Lomello, 
quale podestà Enrico di Sparvara ("). La sparizione del sovrano 
illustre, avvenuta di li a poco, non scemò nel nostro l'attacca- 
mento alla dinastia sveva; anzi i rapporti suoi coi figli di Fede- 
rigo divennero più stretti. Ed infatti nel 1253 noi lo vediamo,, 
disceso neir Italia meridionale ed insignito del titolo di conte di 
Marsico, reggere in qualità di regio capitano e giustiziere la terra 
di Lavoro ed il contado di Molise (**). 



-*- 126 — 

Alla mòrte di Corrado, mentre Roma fa ogni suo sforzo per 
strappare al principe di Taranto il retaggio paterno, Enrico da 
Sparvara figura tra i più strenui campioni di Manfredi. Né sono 
soltanto documenti cancellereschi che ci parlano allora di lui; ma 
delle sue gesta si fanno banditori anche gli storici. L'espugna- 
zione di Foggia (2 die. 1254) cosi, il primo notabile fatto d'armi 
di quella campagna, che doveva condurre Manfredi all'acquisto 
dell' agognata corona, fu dovuta in gran parte all' audace sua 
iniziativa (*^). Più tardi, quando l' esercito papale s' era raccolto a 
Guardia de' Lombardi, egli assunse di nuovo una pericolosa mis- 
sióne, che, grazie all' avvedutezza di cui die prova, riusci a buon 
fine p^). Sicché nel febbraio del 1256, nella corte tenuta a Bar- 
letta, poiché la vittoria gli aveva arriso, il nuovo sovrano ricon- 
fermava al barone lombardo, meritato premio di tanti servigi, 
la contea di Marsico nuovo, già concedutagli da Federigo o da 
Corrado (^^). 

Che in questo prode, il quale fu cosi cordialmente devoto ai 
tre ultimi principi svevi, fosse da riconoscere il " conte Enrico „ 
invocato da fra Jacopo d'Acqui in testimone del suo racconto, 
io credetti tempo addietro probabile, soprattutto perché stimavo 
che nella patria del cronista il nome di quell' illustre personaggio 
dovesse aver suonato, anche mezzo secolo dopo la sua scom- 
parsa, famigliare ancora o almen noto a moltissimi. Ma cosi con- 
getturando, non avevo posto mente ad un fatto, che tuttavia più 
d'uno tra i recenti storici dell'età sveva erasi curato di porre 
in rilievo: quello cioè, che un documento spettante ai primissimi 
tempi del reggimento angioino rende invece molto legittima 
r ipotesi che il conte di Sparvara si fosse spento qualche anno 
innanzi alla rotta famosa, dove il fiore della baronia sveva trovò 
si triste fine. In un' inquisizione sui feudi, che re Carlo fece di- 
fatti eseguire all' intento di ridonare a coloro, i quali n* erano stati 
spogliati dagli Svevi, le terre eh' avevano per l' addietro posse- 
dute, è ricordato come Ruggeri de' conti di Sanseverino recupe- 
rasse la contea di Marsico che, tolta a lui, era stata concessa 
prima ad Enrico di Sparvara e poi a Riccardo Filangeri. Or 



— 127 •*" 

come ben s' intende, Manfredi non avrebbe certo potuto con sif- 
fatto dono beneficare il suo favorito, ove il feudo di Marsico non 
fosse per la morte del conte Enrico divenuto vacante (^*). 

Tale era già V opinione di Giuseppe di Cesare (^), che il pro- 
fessor Pasquale Del Giudice coir autorità sua conferma, aggiun- 
gendo insieme come il nome d' Enrico da Sparvara dopo il 1256 
non s' incontri più nelle storie (^*), Ed io non veggo maniera di 
dissentire da critici tanto competenti. Mi sembra tuttavolta non 
inutile osservare come non sia del tutto esatta la seconda asser- 
zione, che d* Enrico si taccia interamente il nome dai cronisti a 
partire dall' a. 1256. In realtà noi lo rinveniamo ancora molto 
tempo appresso. Giunti infatti col racconto loro al 1271, gli An- 
nali piacentini ghibellini espongono come in queir anno il conte 
Enrichetto di Sparvara, cittadino pavese, si portasse oltremonti 
per sollecitare Federigo III, re di Sicilia e di Germania, in nome 
del proprio comune e d' altri collegati, ad affrettare la sua discesa 
nella penisola f ^). Ora se noi dessimo retta a chi compilò gli 
indici del tomo decimottavo de' Monumenta Germantae histo- 
rica (^^), cotest' Enrichetto dovrebbe essere identificato coli' altro, 
del quale siamo sin qui andati esponendo succintamente le 
vicende. 

E questo credibile? No davvero. Enrichetto, conte di Spar- 
vara, di cui ragiona l' Annalista piacentino, è certamente il mede- 
simo che, dieci anni dopo, nel 1281-82, si rinviene a Vercelli in 
qualità di podestà del comune ^'^), Si tratta quindi, come chiaro 
risulta, d' un nipote oppur d' un cugino del conte di Marsico, na- 
turalmente molto più giovine di lui ed a lui sopravvissuto. Però 
anche quest* Enrico, chiamato, second' io penso, Enrichetto, per 
distinguerlo dal valoroso espugnatore di Foggia, fu tra coloro i 
quali condivisero le sorti di Manfredi. Il suo nome figura infatti 
in mezzo a quelli de' baroni, che circondavano il principe di Ta- 
ranto, prestantes et consiliuntf auxilium et favorem^ in quella let- 
tera del 25 marzo 1255, colla quale papa Alessandro IV, rendendo 
conto al mondo intero del " colloquio „ da lui tenuto in Napoli 
coi fedeli suoi, dichiara il ribelle figliuolo di Federigo II decaduto 



— 128 — 

da ogni suo titolo ed onore C*). Nulla di più probabile che En- 
richetto da Sparvara abbia, come le folgori papali, sfidati pure 
a Benevento i brandi angioini. 

Nel conte di Lomello che, a differenza dell' altro più anziano, 
Jacopo da Acqui, potrebbe avere conosciuto di persona (^), a noi 
riescirebbe lecito per siffatta guisa riconoscere il misterioso te- 
stimone deir agonia di Manfredi, di cui andiamo in traccia, se un 
terzo personaggio non si facesse innanzi a vantar ancor esso 
qualche diritto alla nostra attenzione. È questi Enrico di Filippo 
conte di Ventimiglia, chiamato talvolta anch' egli ne' documenti 
contemporanei col diminutivo d' Enrichetto, il quale trapiantò nel- 
r isola di Sicilia l' antica sua stirpe. Marito d' Isabella contessa 
di Gerace, investito da Manfredi, che lo diceva suo fedele e con- 
sanguineo, di molti feudi e tra gli altri del contado d'Ischia 
maggiore, mandato verso il 1260 dal sovrano svevo a reggere in 
qualità di suo vicario la Marca Anconitana (*^); il valoroso ba- 
rone fu, come ben si comprende, compagno a Manfredi negli 
ultimi casi di sua vita; prese parte alla battaglia fatale e, seb- 
bene vi corresse grave pericolo, giunse ad uscirne incolume, ri- 
parando, secondoché scrive Saba Malaspina, in Sicilia (^*). E due 
anni appresso tra i partigiani di Corradino, che nell' agosto si rac- 
colsero a convegno presso d'Ischia, egli pure ricompare (^*). 

Non a torto pertanto potrebbe qualcuno vedere nel consan- 
guineo di Manfredi, la vita del quale si prolungò fino quasi al- 
l' ultimo decennio del secolo tredicesimo (*^), colui che ne raccolse 
le parole novissime. Ma le mie preferenze sarebbero pur sempre, 
debbo confessarlo, per il barone pavese, per Enrico di Sparvara, 
che non solo, come s'ebbe già occasione di accennare, fu ancor 
egli coetaneo o quasi dell' autore dell' Imago mundi, ma nel corso 
della sua esistenza si trovò probabilmente ad avere, al pari del 
suo congiunto ed omonimo, il conte di Marsico, come possessore 
di feudali diritti, frequenti relazioni con istituti e persone spet- 
tanti a quella città per l'appunto, donde il cronista aveva tratto 
i natali (**). 

Ma, dacché siamo in cammino, non potremmo noi far ancora 



— 129 — 

un passo innanzi e cercar di stabilire qual fosse cotesta narra- 
zione della battaglia di Benevento, in cui tanto notabil parte era 
stata concessa al valoroso conte di Sparvara? Il racconto del- 
l' Imago mundi, può forse, cosi mutilo com* è, recare qualche lume 
anche sopra questo punto. Le parole che, per quanto si raccoglie 
da esso, Manfredi avrebbe pronunciato innanzi di morire, sareb- 
bero state le seguenti : Deus propitius esto mihi peccatori. Ora io 
non credo d'andare lungi dal vero riconoscendo in queste 
cinque parole, che si pretendono uscite di bocca allo Svevo 
spirante, un verso ritmico di quattordici sillabe; un verso, il 
quale, singolare combinazione! è quasi identico ad altro che 
forma parte d' un componimento goliardico, venuto alla luce nel 
secolo dodicesimo ed in Francia, ma divulgatosi rapidamente per 
tutt* Europa, e cosi popolare ancora tra noi quasi cent' anni dopo, 
che fra Salimbene non disdegnò di trascriverlo intero nella Cro- 
naca sua, la Confessio Primatis: 

Tunc occurrent citius angelorum chori: 

Sit Deus propitius mihi peccatori (^^). 

Ma se la suprèma prece di Manfredi era nel documento di cui 
Jacopo da Acqui ci ha conservato comecchessia un compendio, 
racchiusa dentro V ambito d' un verso, non sarà lecito congettu- 
rare che il documento stesso fosse per intiero versificato? Ove 
s' accogliesse codest' ipotesi, noi potremmo concludere che a com- 
pilare il suo capitoletto V autore dell' Imago mundi siasi giovato 
d'un ritmico componimento latino, nel quale coi modi stessi che 
furono tra di noi a mezzo il Dugento tanto graditi ai dettatori 
di poesie bellicose e politiche, ma con sentimenti ghibellini, erasi 
cantata la pugna presso Benevento e pianta la morte di Man- 
fredi O' 

Che l'Alighieri poi abbia conosciuto 1' una o l'altra delle due 
tradizioni fin qui analizzate, le quali tendevano per diversa via al 
fine medesimo, io non oserei affermare; ma la cosa in ogni modo 
avrebbe scarsa importanza. Giacché questo premeva a noi di met- 

NOVATI. 9 



— I30 — 

tere in chiaro : che il pensiero di collocare Manfredi tra gli eletti, 
prima ancora che T Alighieri lo concepisse, era già sorto spon- 
taneo nella coscienza di una parte almeno degli Italiani, i quali 
r aveano in pili e varie guise manifestato, opponendo cosi una 
magnanima resistenza al furor cieco d' accusatori che non teme- 
vano di profanare la santità della morte (*'). E poiché quest' in- 
tento si è raggiunto, mi sembra lecito affermare che la salvazione 
di Manfredi non germinò nella fantasia del poeta, ma gli fu sug- 
gerita dalla tradizione (*^). Studioso, quale ei fu, di leggende e 
di popolari racconti. Dante dovette, giovine ancora, porger avido 
orecchio a quanto gli venivan narrando i rappresentanti di quella 
generazione, che ne aveva veduti i trionfi e la caduta, intorno 
air illustre figliuolo di Federigo IL E V asserzione con insistenza 
ripetuta che Manfredi non fosse morto impenitente, ma avesse 
finito la parola nel nome divino, sicché crudele ed ingiusto era 
stato il rifiuto di comporne la salma in terra consacrata, egli ac- 
colse neir altissima mente per trarne più tardi inspirazione ad un 
episodio sublime come poesia, solenne come ammaestramento. 



NOTE 



0) Cfr. ad es. G. Poletto, Dizionario Dantesco, Siena, 1886, v. IV, p. 219 e 
V. anche T edizione da lui curata della Comedia^ Roma, 1894, v. 11^ p. 62. 

(2) Purg. Ili, 133 sgg. 

(3) Cfr. F. D* Ovidio, E. Littré, L' Enfer de Dante in Nuova Antologia, se- 
rie li, V. XV, 1879, p. 756 sgg. 

(^) Purg. Ili, 139 sgg. 

(5) Fuit infestus ecclesiae, dice il Rambaldi, licet pater plus .... Cfr. Benven. 
i>E Rambaldis de Imola Coment, sup. D. A. Comoediam, ed. Lacaita, Florentiae, 
MDCCCLXXXVII, tom. Ili, p. 109. 

(«) Cfr. G. Villani, Istorie fiorentine, lib. VI, cap. XLVI, LXXXVIII, ecc. 

(') Unde si magno tempore vixisset, posuisset totam Ytaliam in fontem 
Ubidinis (1. ita?) quod Ecclesia ad minimum devenisset. Cosi Fra Jacopo da 
Acqui, Chronicon Imaginis mundi in Monum. Hist. Patriae, Script, tom. III, 
e. 1592, in quel capitolo De vanitatibus regis Manfredi, che è la descrizione della 
corte di Puglia qual poteva farla un giullare, ma riprodurla un frate. 

(8) Nel Rhythmus de Victoria Caroli, che è stato pubblicato da A. Busson, 
Die Schlacht bei Alba zwisch. Konradin u. Karl von Anj'ou, 1268 in Deutsche 
Tleitschr. fUr Geschichtswissenschaft, v. IV, 1890, p. 275 sgg., si leggono questi 
versi : 

Matfredus, qui magice nitebatur carte, 
Novit de qua Carolus serviebat arte. 

Cfr. anche Cian, Sulle orme del Veltro, Messina, 1897, P- 28. 

(5) Cfr. De vulg. eloq, I, xii. 

(*<>) Cfr. F. d' Ovidio, Guido da Montefeltro nella D. C. in Nuova Antologia, 
serie III, V. XXXIX, 1892, p. 236 sgg. 

(1*) Frano, da Buti, Comm. sopra la D. C. di D. A., ed. Giannini, Pisa, 
1858, tom. II, p. 71. 

(1*) Op. e loc. cit. Degli altri commentatori antichi nessuno reca intorno 
alla morte ed alla salvazione di Manfredi ragguagli che valgano la pena d' essere 
citati da noi. 

{P) Al racconto di Iacopo da Acqui ha fatto una fuggevole allusione il Ne- 
ORONi, La tomba di re Manfredi, in L'Alighieri, a. I, 1890, p. 105, e le sue parole 
sono state riprodotte letteralmente dal Poletto, La D. C, v. II, p. 69. Un' altra 



— 132 — 

allusione si può rinvenire presso il Torraca, La scuola poet. sic, in N. Ant.^ 
Serie III, v. I.IV, 1894, P* 4^* Della narrazione dell' Anonimo Fiorentino niuno 
invece^ eh' io sappia, prima d' ora ha discorso. 

(*<) Commento alla D. C. d' Anonimo Fiorentino del sec. XIV ora per 
la prima volta stamp. a cura di P. F anfani, Bologna, 1868, tom. 11^ p. 54 sgg*. 

(^3) Alle profezie in odio di Manfredi, che furon edite dal Lami e dal Bozzo^ 
ed altresì dal Winkelmann, Verse auf Kònig Manfred u. Karl von Anjou in 
Forschungen zur Deutsch. Gesch., XVIII, 1878, p. 477 sgg., e ricordate testé dal 
CiAN, op. cit., p. 26 sgg., devesi aggiungere pur quella che sta nel cod. Laur. 
Santa Croce PI. XX sin., 9, in calce alla trascrizione dell' opera di Valerio Mas-^ 
simo. Essa ha questo di curioso che vien attribuita cosi qui, come in un ms.. 
Muoni, al diavolo : Versus diaboli contra Manfredum, Cfr. Bandini, Cat. Codd^ 
Lat. Bibl. Med, Laur., tom. I\', e. 150 sg. 

(^6) Chronic. cit., e. 1505. 

(*') Cfr. P. P. Rodotà, Dell* orig., progresso e stato presente del rito greco in 
Italia, Roma, MDCCLVIII-LX, lom. II, lib. II, cap. VII, p. 131. 

(18) Per il tempo in cui il Bellingeri dettò la cronaca v. la prefazione pre* 
messa da G. Avogadro, all' edizione eh' ei ne curò, op. cit, p. 7. 

[y^) Un lavoro accurato d* indagine sui fonti dell' Imago mundi rìmsinc ancora a 
fare; per taluni recenti studi su di essa v. però Potthast, Bibl. hist. nt, aevi^, I, 631^ 

('•*) E noto come della morte di Corradino Fra Jacopo dia particolari eh* ei 
dice tolti dal racconto d' un testimonio oculare : Et qui fuit omnibus hiis prae* 
sens scripto mandavit .... Chron. cit., e. 1598. 

("1) Anche il racconto della calata di Corradino in Italia si rivela a chi lo 
legga con attenzione come uno stringatissimo sunto di più diffusa esposizione. 

(?*) Cfr. Sabae Malaspinae, Rer. Sicular. lib. III, cap. XIII in Muratori^ 
Rer. It. Scr. Vili, e. 829-30: luxta cadaver Manfredi compertum est corpus Theo- 
baldi de Am'balliSf qui semper in pugna Manfredum e vestigio sequebatur, 

(?•')) Questi rami, che nella seconda metà del sec. XII erano tre, salirono in 
due secoli circa, a dodici, per quanto assevera il Dionisotti, Lomello ed i conti 
palatini in Illustrazioni stor. corograf. della reg. subalpina, Torino, 1898, p. 15 ; 
ma i principali rimasero però sempre quelli di Langosco e di Sparvara, il primo 
de' quali vive tuttora, mentre il secondo s' estinse sulla fine del secolo XVIII 
< cf. Dionisotti, op. cit., p. 15, n. 3) in Teodoro figlio di Francesco..! signori di 
Sparvara aveano tolto il nome da una terra della Lomellina, situata presso Gam^ 
barana ed oggi scomparsa ( da Sparvara si nomina tuttavia anche adesso una 
fraz. del comune di Gagliavola, Prov. di Pavia); la quale appare già ricordata 
sotto la forma Sparoaria in un documento nonantolano del 993; cf. Roboltni, 
Notizie apparten. alla storia della sua patria, Pavia, 1826, voi. II, p. 280. £ Spar^ 
varia dicevasi pur sempre nel sec. XIII ; ma nelle storie, per colpa de* copisti^ 
questo nome soffri alterazioni non lievi, talché il conte Enrico vedesi da più 
scrittori, anche recenti, ricordato erroneamente quale signore di Sparnaria, Sper^ 
naria, Spreverìa, ecc. 

(*^) Da Pavia i conti di Lomello furono cacciati nel 1024; la distruzione del 
loro borgo e castello, perpetrata dai Pavesi, segui poi nel 1 155. Per la stona 



— 133 — 

antichissima di questa famiglia, della quale le origini rimangono oscure, oltreché 
il GiULiNi, Ment. speti, alla storia .... di Milano, Milano, 1854, v. II, p. 107, III, 
439, ed il RoBOLiNi, op. cit, voi. IV, parte I, p. 372 segg., v. anche G. Casalis, 
Dizion. geogr, stor, sialist commerc. degli Siati di S, M. il Re di Sardegna, To- 
rino, 1841, V. IX, p. 931 sgg. Il lavoro testé citato del Dionisotti offre altresì 
parecchie notizie; ma, come succede quasi sempre degli scritti di quel!* erudito, 
è faragginoso ed inesatto. 

(*5) Come risulta da tal documento, dato alla luce dal Robolini, op. cit., 

V. IV, par. I, p. 375 sg., Enrico era figlio di Guido d* Aicardo. V. anche Dionisotti, 
op. cit. p. 15. 

(**) I documenti, che concernono alle contese insorte tra il conte di Lomello 
ed il monastero di S. Maria d'Acqui^ a cagione del convento detto " delle 
Donne „, edificato sotto il titolo di S. Michele del Bosco su quel di Zibido 
< picchè dice vasi ecclesia S. Michaelis de Zebede), nella terra di Marza, sono stati 
pubblicati da G. A. Moriondo, Monumenta Aquensia^ Taurini, MDCCLXXXIX, 
Pars I, e. 493 sg., n. 59, 60; Par. II, e. 854. E cfr. pure Robolini, op. cit., v. IV, 
par. I, p. 435. 

(S7) Ved. V. Mandelli, // comune di Vercelli nel m, evo, Vercelli, 1858, to. I, 
p. 308 sgg. Dai documenti consultati da quest' egregio erudito rilevasi che Enrico 
durò in carica per un anno, a cominciare dal 1269. Egli intitolavasi Enricus pa- 
iatinus Comes Laumelli imperiali mandato potestas Vercellarum, Nel giugno del 1250 
^li vediamo sostituito un suo congiunto, Goffredo di Langosco (Mandelli, op. 
cit, to. III, App. II, p. 376 sg.). 

('*) Tanto risulta da un diploma di Corrado IV in data 17 nov. 1353, che fu 
ripubblicato da E. Winkelmann, Ada Imperii inedita saec, XIII et XIV, Inn- 
sbruck, 1880^ V. I, p. 409 sg., n. 491, e che merita considerazione anche per 
il fatto che vi appaiono fuse insieme in un solo ufficiale le funzioni del Capitano 
e quelle del Giustiziere: cf. Ficker, Forschung. zur Reichs-und Rechisgesch, Ita- 
liens, Innsbruck, 1868, v. I, § 203^ 14; Capasso, Hist. eUplom, regni Siciliae inde 
ab a, I2JO ad a, 1266, in Atti della R. Accad. di Archeol., ecc.^ Napoli, 1874, v. 

VI, par. II, p. 56, n. ' 104 : Boehmer, Regesta Imperli, V, Die Regesten des Kaiser- 
reichs, 1198-1272, ed. Ficker, Innsbruck, 1882, p. 843, n. 4615. 

(W) Cf. Nicolai de Iamsilla ( o chi altri egli sia ) Hist, in Muratori Rer, li. 
Scr.to. Vili, e. 536; e cf. pure gli altri fonti contemporanei additati dal Capasso 
op. cit., p. 87, n. 179, e dal Boehmer, op. cit., p. 856. 

(30) Iamsilla, op. cit., e. 562 sgg. Il conte Enrico si parti da Montesano il 
I giugno 1255 per esplorare le mosse de* papalini eh' erano a Bulfida. Allonta- 
natosi dai suoi, cadde nelle mani de' nemici, ma, non avendo costoro indovinato 
chi egli si fosse, potè svignarsela, grazie alla scaltrezza propria, ed all' aiuto d* un 
manipolo d'arcieri saraceni che sovraggiunse opportuno. 

Nel giugno del 1256 poi, lasciato da Manfredi nella terra di Lavoro come suo 
capitano generale, espugnò i castelli di Sona e di Rocca d' Arce, che ancor op- 
ponevano resistenza, talché ridusse tutt' intera quella provincia all' ubbidienza 
verso il novello sovrano: cf. Iamsilla, op. cit, e. 581; Capasso, op. cit, p. 121, 
n. 242; Boehmer, op. cit., p. 860. 



— 134 — 

(31) Cf. Iamsilla, op. cit, e. 578 sg.; Capasso, op. cit, p. 115, n. 233; Boehmer, 
op. cit., p. 859 sg., n. 4654: Del Giudice, Rice. Filangieri al tempo di Feder, 11^ 
di Corrado e di Man/redi in Arch. Stor. per le Prov, Napoletane, a. XVII, 1893, 
P> 537i 542* Il I^cl Giudice, a proposito di questa investitura, notava essere 
" dubbio 9 se la prima concessione del feudo di Marsico novo al conte Enrico 
fosse stata fatta da Federigo o da Manfredi; ma il documento del 1253, già da 
noi citato, non lascia adito a dubbiezza di sorta: il da Sparvara non potè otte- 
nere Marsico che da Federigo o da Corrado, se già nel 1253 ne risulta in- 
vestito. 

(3?) Il testo originale dell'Inquisizione è andato smarrito (cf. Del Giudice 
op. cit, XVII^ 542)1 talché oggi non se ne ha che un magro sunto, inserito dal 
De Lellis ne'" Notamenti „ suoi sui fascicoli Angioini dell'Archivio di Napoli» 
fatto conoscere dal Minieri-Riccio, / notamenti di M. Spinelli difesi ed illustrati, 
p. 253. Cf. Capasso, op. cit., p. 349. 

(33) G. di Cesare^ Storia di Manfredi re di Sicilia e di Puglia^ Napoli, 1837, 
V. I, p. 185. 

(3<) Op. cit., XVII, p. 542, nota. 

(35) Ann. Plac. Gibell. in Mon. Qerm. Hist, Script, to. XVIII, p. 553: " Eodem 
" tempore comes Anrigetus de Sparroeria, civis Papié, prò comuni Papié 

* ivit in Alamaniam ad ortandum et adcellerandum adventum domni Frederici 
" tertii regis Scicilie et theutonicorura, qui cotidie prestollantur. Et predicta 
-" omnia acta sunt et tractata per marchionem Montisferati de voluntate domini 

* Ricardi de Onibalibus et domni Octaviani et Oberti de Cotonaria et aliorum 
" cardinalium ecclesie Romane, ad quorum curiam dictus Marchio de mense 

■" madii perrexit, etc. „. Cf. Robolini, op. cit., v. IV, part. I, p. 170 sgg., 181, il 
quale, oltre questo, ricorda altri fatti, che valgono a provare come, ad onta della 
sciagurata fine di Corradino (23 ap. 1268), non avesse cessato di prevalere in 
Pavia la fazione ghibellina, di cui i conti di Langosco, Sparvara, Gambarana, i 
signori di Sannazzaro, Pescarolo, ecc., erano i capi. 

(36) Ved. p. 841. 

(37) Mandelli, op. cit, to. HI, p, 278: " 1281. Podestà * Comes Enricus de 

* Sparvaria „; p. 279: * 1282. Podestà * Enricus de Sparvaria Comes Palatinus 

* de Lomello „. 

(3*) " In eodem quoque colloquio, presente ibi multitudine fidelium copiosa, 

" comitem Henriketum de Sperveria et omnes alios familiares et 

" fautores predicti Manfredi manifeste monuimus eisque stricte precepimus» 

* ut ... . a prefato Manfredo omnino discederent „. Lett di papa Alessandro IV 
in Winkelmann, op. cit., v. II, p. 726 sg., n. 1044. 

(39) Ove si supponga che Enrichetto fosse nato nel 1235, egli avrebbe toccato 
i vent' anni al momento del colloquio di Napoli ed i trenta allorché prese parte 
alla battaglia di Benevento. Talché quando si concedesse eh' egli sia vissuto an- 
cora quarant' anni, la sua morte potrebbe reputarsi seguita verso il 1315. Ma 
ne' primi lustri del sec. XIV era già uomo fatto per fermo anche I' autore del- 
l' /ma^o mundi, 

(40) Parecchie buone notizie intorno a lui raccolse già illustrando la genea- 



— 135 — 

logia de' conti dì Ventini iglia, da documenti sincroni P. Gioffredo, Storia delle 
Alpi ntarittinte in Mon, Hist Patriae, Script., II, e. 598 sgg. Altre ne aggiunsero 
poscia G. Capasso nella sua già citata Histf p. 201, n. 338, 338; p. 205, n. 343, 
p. 213, n. 358: p. 313, n. 516, ecc.; e quindi, in tempi recentissimi, F. Savio, 
/ conti di Ventimiglia nei sec. XI f XII e XIII in Giom. Ligustico ^ XX, 1893, 
p. 456, ^6i sg. Della parentela ond'era legato il conte d'Ischia a Manfredi è 
resa testimonianza in un diploma di costui, che si può leggere in WinkelmanN/ 
op. cit., V. 1/ p. 416 sg., n. 501. 

(^1) S. Malaspina Rer. Sicular, Historia lib. Ili, cap. XII, in Muratori, Rer, 
It. Scr. to. VIII, e. 829: " Galvanus, inquam, et Fredericus, . . . . Enricus etiam, 
" qui Gallicorum faciem expavescens, in Siciliam profugus applicat, .... de Man- 

* fredino exercitu tot supersunt „. 

(**) Cf. Capasso, op. cit., p. 205, n. 343. 

(^) I documenti più recenti per data che lo ricordino, spettano al 1285; cf. 
Savio, op. cit., p. 461. 

(44) Fratr. Salimbenis Chronicon, Parmae MDCCCLVII, p. 44. Un'illustra- 
zione critica e storica insieme della Confessio si può vedere in Hauréau, Notice 
sur un MS. de la reine Christine etc, in Notic. et Extr. des Mss. de la Bibl. Nat., 
to. XXIX, par. II, p. 253 sgg. Nel verso che ci interessa^ a tacer d' altre varianti/ 
alcuni codd. in luogo di mihi, dato da Salimbene, recano tanto oppure huic. 

(^5) Non vogliamo però passar sotto silenzio come la prece che Manfredi 
avrebbe mormorata morendo, risonasse spesse volte nell' identic a forma, sulla 
bocca del Serafico d' Assisi, quando più era assorto nelle mistiche sue contem- 
plazioni. Ecco invero quanto scrive colui, eh* io persisto a ritenere il più antico 
e più autorevole biografo di S. Francesco, fra Tommaso da Celano: " Quadam 

* vero die .... locum orationis petit, sicut et saepissìme faciebat, ubi, cum diu 
" perseverare! . . . frequenter replicans verbum illud: Deus, propitius esto 

* mihi peccatori, quaedam laetitia indicibilis . . . . sensim coepit cordis eius 
■ intima superinfundere, etc. „: B. Tomm. da Celano Vita prima di S. F. d* A., 
ed. Amoni, Roma, 1880, cap. XI, p. 52. Or questo curioso riscontro è tale da 
far nascere in noi il sospetto che la preghiera di Manfredi fosse una vera e 
propria giaculatoria sorta forse in tempi ben anteriori al secolo XIII ed in questo 
poi divulgatissima; talché l'ipotesi nostra che la forma ritmica, della quale nella 
cronaca di fra Iacopo da Acqui appare vestita, potesse rinvenire la sua ragione 
d* essere nel fatto eh' era stata dedotta da un componimento in versi ; ne ver- 
rebbe scossa. E tornerebbe allora forse più conveniente il congetturare che la 
pia orazione si stimasse possedere qualche arcana efficacia; il che, come a tutti 
è noto, credevasi, nell' età di mezzo, d' assai preci e formulette e scongiuri. Co- 
munque sia di ciò, noi ricaveremo ad ogni modo anche da questo fatto, che ci 
è sembrato necessario additare agli studiosi, un incitamento a procedere sempre 
guardinghi (e non già " timidi „, come s'è lasciato un po' a torto sfuggire dalla 
penna a proposito delle presenti indagini nostre, un egregio collega ) sul terreno 
tanto lubrico delle ipotesi. Le affermazioni " recise „ stanno bene, allorché pos- 
sono recarsi innanzi a risolvere controversie storiche o letterarie de' fatti certi. 



— 136 — 

de' dati positivi; non già quando ci si trovi costretti a ricercare pazientemente, 
e solo per via di congetture, quello che si stima dover essere il vero. 

(^^) Cf. F. Lenormant, a ìravers V ApuHe et la Lìicanief Paris, 1883, v. I, 
p. 106 sgg. 



V. 



LA « SQUILLA DI LONTANO » E QUELLA 

DELV AVE MARIA? 



Era già l'ora, che volge *\ disio 

A* naviganti, e intenerisce il core. 

Lo di eh' han detto ai dolci amici : a Dio ; 

E che lo novo peregrin d* amore 

Punge, se ode squilla di lontano. 

Che paia '1 giorno pianger che si muore. 

Purg., Vili, 1-6. 

Se noi diamo un' occhiata a tutti i commentatori moderni, in 
mezzo alle manifestazioni pressoché identiche d' un' ammirazione 
sincera per quanto tradizionale, noi scorgeremo far sempre capo 
lino una medesima asserzione: La squilla di lontano, che, udita 
dal novo peregrino, gli punge si forte il core, è quella che suona 
r Ave Marta. " Squilla — dice il padre Lombardi ( e cito qui di 
preferenza, come ben s'intende, tra gli interpreti danteschi ta- 
luni pitì soliti a lavorare di testa che dì forbici ) — campana, che 
" con mesto suono e quasi da morto, come tra cattolici si pra- 
** tica nel suonare su V imbrunir dell' aria 1' Ave Maria ed in al- 
" cuni paesi anche il De profundis, sembri piangere il terminare 
" del giorno „ (^). Ed un altro padre, il Cesari, colla consueta 
sua vivacità: " Non vi par sentire quel fioco tintin dell* Avem- 
" maria che suoni in qualche villa a due o tre miglia? Il quale, 
" per cagione della luce, che è quasi morta tutta, e di quel si- 
^ lenzio, vi par proprio un sonare a morto? „ (*). E Brunone 
Bianchi: " La campana a cui si vuole accennare é quella che 
" invita all' Ave Maria della sera, e che veramente udita in qual- 



— 140 — 

" che distanza quando ogni cosa si tace e V ombra s' avanza^ 
" pare che pianga il giorno che finisce .... E qui si noti come 
" r Alighieri non solo rispetta religiosamente i dommi della Santa 
" Chiesa, ma anche le pie credenze e le divote osservanze, onde 
" a tempo sa trar partito per toccare il cuòre dei suoi leggi- 
" tori „ (% E la stessa canzone ripetono concordi il Venturi, il 
Biagioli, il Fraticelli, il Bennassuti, il Poletto, ed altri ancora. 

Semplici e queti, e lo 'mperché non sanno {*), 

Se dai moderni, trascurando quelli del quattro e tlel cinque- 
cento (*), noi discendiamo agli espositori più antichi del poema 
divino, r affermazione che la squilla dantesca sia quella dell' Ave 
Maria, non ci si presenta all'opposto se non presso un solo, 
Benvenuto da Imola, il quale cosi dichiara il verso quinto: " se 
^ ode squilla di lontano „ : Idesi si audii campanam pulsantem a 
longe ad Ave Maria (®). Gli altri trecentisti o parafrasano vaga- 
mente le parole dell' Alighieri, senz' identificare però la " squilla „ 
con un bronzo sacro che dia il segnale d' una determinata ora- 
zione, quali Francesco da Buti e l'Anonimo Fiorentino O, o, 
come r Ottimo, il Della Lana, l' Anonimo Cassinese e fra Gio- 
vanni da Serravalle, mettono innanzi altre spiegazioni su cui ri- 
tornerò tra poco. 

Or la questione ch'io mi propongo di svolgere nella presente 
postilla sta tutta qui : Allorché Dante scriveva, 1' uso di salutare 
la Vergine col suono de' bronzi sacri e non sacri, " quando cade 
" il die „, neir ora appunto in cui secondo la comune credenza 
Gabriele le disse: ave; era veramente diffuso in Italia? 

Come di tant' altre pie consuetudini, cosi anche di questa la 
storia è stata già da tempo e più e più volte indagata, ma non 
senza intorbidarla e falsarla spesso con inesatte ed infondate 
asserzioni. Parecchi tra i men recenti scrittori s' accordarono cosi 
nel diffondere la credenza che l'uso di salutare con rintocchi di 
campana la Vergine, dopo il tramonto, fosse stato stabilito da 
Urbano II (1088-1099) in occasione della Crociata ch'egli aveva 
bandita; e che, caduto poscia in abbandono, avesse rinvenuto in 



— 141 — 

Gregorio IX (1227-1241) un nuovo ed efficace promotore (•). Altri 
ancora, sulla fede d* un quattrocentista, ufficiale encomiatore di 
san Bonaventura, s' è affrettato ad attribuire al pio francescano 
l'introduzione della devota osservanza 0; " grazie a lui V An- 
" gelus, poetico appello, partito dall' umile campanile de' Minori, 
** volò — dice r Ozanam — di torre in torre ad allietare il con- 
" tadino sul solco, il viandante sul cammino „ ("). Ma coteste 
disparate opinioni non hanno verun fondamento storico, non reg- 
gono alla critica, né possono reputarsi degne di fede, come a 
tempo loro provarono il Mabillon, il Lambertini, il Trombelli (^^), 
e conferman oggi pienamente i più competenti trattatisti di scienze 
ecclesiastiche ("), Anzi il dotto autore degli Annali di s. Bene- 
detto ed il futuro papa Benedetto XIV son andati tant' oltre da 
sentenziare che la pia costumanza di render omaggio col suono 
dell' Angelus a Maria Vergine non ebbe inizio innanzi al secolo 
sedicesimo; ed in questo s'ingannarono a partito. 

Per verità al devoto costume, già adottato prima d' allora in 
una chiesa francese, quella di Saintes Q^), ricordata per l'ap- 
punto a titolo d' onore dal pontefice, diede solenne principio Gio- 
vanni XXII, il quale nel 1318, terz' anno del suo pontificato, 
emanò a tal intento una bolla solo parzialmente pubblicata dal 
Rinaldi (^*), Stabilivasi con essa che tn quolibet noctis crepusculo 
campana pulsetur et (leggi ut?) ad sonum eiusdem ipsi fideles 
praemissae salutationis verbum dicerent (^^). A stimolar poi meglio 
lo zelo de' fedeli stessi il papa concedette dieci giorni d' indul- 
genza a chiunque ciò volesse osservare; ed altri ancora ne ag- 
giunse nel 1327, anno dodicesimo del suo regno, con nuova bolla 
in data 7 maggio, che fu pur essa dal Rinaldi messa alla luce ('^). 
E verso il medesimo tempo, forse uno o due anni dopo, alla pre- 
scrizione della sera un' altra par ne facesse seguire, cosa fin qui 
non avvertita, concernente al mattino (^'). Così l' Ave Maria volò 
davvero d' allora in poi di torre in torre due volte al giorno. 
Quando ai rintocchi dell' aurora e del vespro venissero poscia 
ad aggiungersi quelli del mezzogiorno, a noi non importa adesso 
chiarire (^*). 



— 142 — 

Il non spregevole dono d' indulgenze, di cui papa Giovanni XXII 
aveva voluto largheggiare con quanti si piegassero ad assecon- 
dare il suo divoto instituto, contribuì certo efficacemente a pro- 
muovere nella cristianità tutta quanta V usanza di salutare al tra- 
monto la Vergine col suono delle squille non meno sacre che 
profane. Le città nostre andarono a gara neir adottarla; e che 
in Pavia nel 1330 vigesse già da un bel pezzo ce ne reca testi- 
monianza autorevole quel canonico Giovanni da Mangano, che 
scrisse il It'ber de laudibus civitaiis Ticinensis, edito come ade- 
spoto dal Muratori (*^). Lo stesso è a ripetere per Piacenza; in 
quanto a Milano V introduzione della religiosa osservanza si col- 
lega strettamente ad un problema ch'io non posso per il mo- 
mento risolvere : quello cioè della data emortuale di fra Bonvesin 
della Riva, a cui V iscrizione, collocata già sul suo sepolcro in 
San Francesco, dà il vanto d' aver primo fatto risuonare V Ave 
Maria in città non men che in contado: qui primo fecit pulsari 
campanas ad Ave Maria Mediolani et in comitatu ('^). Ma poiché 
in tutti i modi la vita del dabbene Umiliato non può essersi pro- 
lungata molto al di là del quarto lustro del secolo quattordice- 
simo, lecito è conchiudere che tra le repubbliche lombarde Mi- 
lano dovett* esser delle prime a far propria la novella osservanza. 

Or se non è quella dell* Ave Maria, non ancor suonata tra 
noi quando V Alighieri poetava, la " squilla di lontano „ che sarà 
dessa mai? Qui ci troviamo in presenza di due soluzioni entrambe 
probabili e confortate di prove; esaminiamole dunque e vediamo 
poi quale sia da preferire. 

Durante tutta V età medievale come al di là de' monti cosi 
anche al di qua vigoreggiò il costume di segnalare con rintocchi 
di campana lo spirare del giorno. Primo effetto di questo suono, 
che spesso dal bronzo stesso, onde si sprigionava, assunse il 
nome di " squilla „ (^^), era che i tavernieri cessassero di vender 
vino e chiudessero gli ospizi loro; tantoché, sebbene a seconda 
de' luoghi, come il Rezasco ce ne assicura, portasse nomi di- 
versi (-'), la campana serale potè in taluni paesi esser chiamata 
la " campana de' bevitori „ (*^). 



— 143 — 

Quant' all' ora in cui la squilla facevasi udire non possediamo 
gran copia di notizie; ma quelle che ci son giunte concedono di 
stabilire che per lo più sonava quando il giorno stava per ter- 
minare. Generalmente è detto infatti che sonava de sero; a Pisa 
all'ora solita (Torà cioè stabilita dai magistrati, variabile proba- 
bilmente a seconda delle stagioni), ex quo obscurum est; a Pia- 
cenza — ma siamo già dopo il 1336 — si disthigue la campana 
che suona circa horant completoriiy in omaggio alla Vergine, dalla 
serale che squilla in prima hora noctis hora consueta: a Pavia 
altresì la skilla ad horant constitutam dalla campana del comune 
che suona pur V Ave Maria ('^). Come si vede, dapertutto i rin- 
tocchi della campana si facevano insomma sentire, quando " Taer 
s' annerava „, dapertutto davano principio alla notte legale, to- 
gliendo modo a chicchessia d' uscire dalle città o dai borghi e, 
quel eh' era peggio, d' entrarvi. 

Or sori questi i suoni che pungono il pellegrino dantesco? 
Tale è 1' opinione d' un antico commentatore della Comedia, fra 
Giovanni da Serravalle, reputatissimo teologo, oratore, professore 
ed anche diplomatico (*^), del quale Y opera poderosa solo da 
pochi anni, come i lettori nostri non ignorano, è stata fatta di 
pubblica ragione : Quando fii sero, scriv' egli, si peregrini audiunt 
pulsare unam campanam, que vocatur in Ytalia squilla, quae si- 
gnificat finem dici, pungunt se, idest conantur velocius ire, propter 
applicare ad portam ankquam claudatur (^^). 

La spiegazione che il buon Francescano dà qui della " squilla 
** di lontano „ si fonda dunque in parte sopra un' interpretazione 
del testo di Dante, che noi non possiam davvero approvare. Tra- 
durre infatti, com' egli fa, i versi : 

E che lo novo peregrin d' amore 
Punge, se ode squilla di lontano, 
Che paia '1 giorno pianger che si muore; 

in questa maniera: 

Et quod novus peregrinus amoris 

Pungit se, si audii squillam a longe, 

Que appareat dietn plorare qui moritur ; (-') 



— 144 — 

è non solo falsare il pensiero di Dante, ma far troppo buon mer- 
cato della grammatica. Sicché, sebbene anche' ad altri glossatori 
della Comedia, contemporanei di fra Giovanni, quali il Rambaldi ed il 
Della Lana, sia parso di discemere in mezzo a quel miscuglio d' af- 
fetti che al viandante suscitano in petto i rintocchi della notturna 
campana, anche il timore di non giungere in tempo a procac- 
ciarsi un sicuro asilo per la notte, la prima notte eh' ei passerà 
in paese straniero, tra gente ignota (**); noi staremo contenti a 
pensare che la mestizia, ond'è ingombra la mente del " novo 
" peregrino „, non tragga origine da preoccupazioni cosi medio- 
cremente poetiche, ma sgorghi tutta dall'amoroso desiderio 
de' cari lontani. 

Ma, pur ammesso ciò, nulla ci vieterebbe di consentire Del- 
l' opinione di fra Giovanni che la squilla dantesca sia semplice- 
mente la campana serale, la squilla del coprifuoco, se non ci ve- 
nisse innanzi un'altra esplicazione, la quale, oltre ad avere per 
sé r autorità d' interpreti non meno stimati, s' avvantaggia sulla 
precedente in ciò che essa meglio giova a farci gustare nella 
squisita armonia che ne governa i piò piccoli particolari il quadro 
mirabile colorito dal poeta. 

Come dicemmo incominciando, tanto l'Ottimo quanto Iacopo 
della Lana e l' Anonimo Cassinese s* accordano nel porgere una 
medesima interpretazione delle parole " se ode squilla dì lon- 
" tano „. Scrive il primo: " E dice che'l nuovo pellegrino, cioè 
" eh' é nuovamente entrato nella peregrinazione, al quale pare avere 
" poco camminato il di, ed avere a fare lungo viaggio, e ode di 
" lunge sonare alcuna campana a compieta fino all'ora 
" del finente di, è punto di cura e di sollecitudine „ C). Ed il 
secondo : " Quando elli ode squilla, cioè campana che li notifichi 
" la morte del giorno, cioè le compiete, che hanno a signifi- 
" care eh' elle suonano nel compimento del giorno „ (*"). Il terzo 
infine: Nam quando pulsatur ad contpletorium videtur 
quod campana ploret diem, eo quod ntoritur, idest finitur (''). 

Ecco dunque quella eh' io reputo la vera spiegazione de' versi 
sin qui discussi. La squilla che il pellegrino ode da lungi é la 



— 145 — 

stessa che al tramontar del sole chiama i religiosi a cantare 
compieta, V ultima delle ore canoniche, la quale^ come il nome suo 
dichiara, compie e chiude tutti gli uffizi diurni (^'). Di essa ve- 
ramente si può asserire " che par che pianga il giorno che si 
** muore. „ 

E che Dante avesse proprio neir ora di compieta fermo il pen- 
siero, noi sempre meglio ce ne renderem persuasi, se prenderemo 
rapidamente in esame la maniera con cui ne* canti VII ed Vili è 
dal poeta descritto il momento nel quale la scena si svolge. Che 
fanno invero le anime elette, sedenti " in sul verde e 'n su fiori „. 
della valletta ridente, " prima che '1 poco sole s* annidi „ ? Esse 
cantano la Salve regina: l'orazione che la Chiesa recita a com- 
pieta (^'). E non appena V astro radioso è disceso sotto V oriz- 
zonte, una tra esse, surta in piedi, chiede " con mano V ascol- 
" tare „, e poscia: 

Te lucis ante si devotamente 

Le usci di bocca e con sì dolci note 
Che fece me a me uscir di mente. 

Ma l'inno ch'ella intuona e gli altri spiriti bennati ripetono si 
dolcemente in coro. 

Avendo gli occhi alle superne rote, 

è appunto quello che la Chiesa medesima suole cantare a com- 
pieta per implorare da Dio aiuto e custodia contro le tentazioni 
notturne : 

Te lucis ante (ertninum, 

Rerum creator, poscimus 

Ut prò tua clementia 

Sis praesul et custodia (3^). 

In conclusione. Che Dante abbia potuto curvare la fronte, 
quando correva per l' aria Y umile saluto a Maria, com' è stato 
testé poeticamente affermato, non vorrò negar io adesso, benché 
sarebbe innanzi tutto a vedere se negli anni che precedettero la 
morte sua, e cioè tra il 1318 ed il 1321, la consuetudine pia, cal- 

NOVATI. IO 



— 146 — 

deggiata da papa Giovanni XXII, avesse già preso radice in Ve- 
rona o in Ravenna. Ma che nella meravigliosa pittura con cui 
l'ottavo del Purgatorio s'inizia entri come elemento un accenno 
2i\V Ave Maritty ci par da negare recisamente. Al poeta divino 
non sarebbe certo sembrato opportuno né riverente il ricavare 
— come i suoi recenti commentatori pretendono eh' egli abbia 
fatto — solo un'allusione alla melanconia che suol suscitare nel- 
r animo nostro il tramonto, da quel saluto alla Vergine, il quale 
secondo la volontà della Chiesa, pur allora solennemente mani- 
festata, doveva essere rendimento caloroso di grazie, significa- 
zione di letizia per 1* accompimento del più gaudioso tra i mi- 
steri: l'Annunciazione p^). 



NOTE 



(1) La D. Commedia di p. A., corretta, spiegata e difesa dal P. B. Lom- 
bardi, tom. II, Purg,, Roma, MDCCCXXI, p. 102. 

(') Bellezze della D. C. di D. A., dialoghi, v. II, Milano, Silvestri, 1840, 
p. 105 seg. 

(^) La Commedia di D. A. dichiar. da B. Bianchi, Firenze, 1868, p. 302. 

(^) P. Venturi, La D. C di D. A., Firenze, 1830, tom. II, p. 74; G. Bia- 
GIGLI, La D. C. di D. A., Parigi, 1819, tom. II, p. 119: Fraticelli, La D. C. di 
D, A.f Firenze, 1873, p. 300; Bennassuti, La D. C. di D. A. col comm. cailolico, 
Verona, 1867, v. II, p. 186; Poletto, La D. C, di D, A., Roma, 1894, v. II, 
p. 170. 

(5) Cfr. Renier, Un commento a Dante del sec. XV in Giorn. stor. della lett. 
ìtal. IV, 1884, p. 36 sg., per il giudizio da recare intorno ai commentatori di 
quell'epoca. Il Barzizza, il Landino, il Daniello, il Vellutello nulla recano del resto 
su questo argomento che a noi giovi ricordare. 

(^) Comm. cit, V. III, p. 219. 

{') Da Buti, op. cit, V. II, p. 173: " se ode squilla; cioè campana piccula.... 
" che; cioè la quale campana, paia il giorno pianger ; cioè che paia col suono 
■ suo dolersi e lamentarsi del giorno, che viene meno, ecc. — Anon. Fior., op. 
• cit., V. II, p. 131 : * Et similmente a colui che cammina per terra quando da 
" lungi ode alcuna squilla, eh' è segno che si faccia notte, gì' intenerisce il 



* cuore, ecc. 



(®) Tali sono A. Wion, Lignum vitae ornament. et dee. Eccles. in V lib, di- 
vis., Venetiis, MDXCV, lib. V, p. 655; D. e C. Magri, Hierolexicon, s. v. Salu- 
iatio Angelica, ecc. E v. altresì Moroni, Dizion. d* erudiz. stor. eccles., v. II, Ve- 
nezia, 1840, p. 81, s. v. Angelus Domini. 

(^ Alludo alla scrittura intitolata : Octaviani a Martinis Sinuessani u. 1. doc- 
toris de vita et miraculis S. Bonaventurae oratio, qua postulatur a Sixto IV s. p, 
• in Divorum referri numerum, edita negli Ada Sanctorum, lulii tom. Ili, e. 8a6, 
Antverpiae, MDCCXXIII, dove si legge quanto segue : Idem etiam piissimus cultor 
gloriosae Virginis matris lesus instituit, ut fratres populum hortarentur ad salu- 
tandum eamdem signo campanae quod post completorium datur. Ma qual fede 
possa prestarsi ad un panegirista, che scriveva quasi due secoli dopo l'elogiato, 
e non doveva certo sottoporre a troppo sottile disamina ciò che andava racco- 



- 148 - 

gliendo in di lui lode, ognuno può di per sé stesso considerare. Cfr. del resto Dir 
Gange, s. v. Angelus, 

{}^) A. F. OzANAM, Oeuvres compCetes, tom. V, Paris, i88a, p. 118. 

(11) Cf. Mabillon, Ada Sanctor, ord. S. Benedicii in saecul. class, distrib. 
Saec. Quintum, Venetiis, MDCLXVIII-MDCCl, Praef., § 122, p. LX; Benedicti XIV 
pontif, max. olint Prosperi card, de LamberitniSt Institution. Ecclesiastic. tom. I, 
ed. IV latina, Parmae, MDCCLXtl, Instit. XIII, p. 43, n. 1 1 ; lo. Chrys. Trombelli, 
Mariae sanctissimae vita et gesta, tom. V, Bononiae, MDCCLXIV, par. II dis- 
sert. VII, De ter repetita singulis diebus definito temporis intervallo.... angelica 
salutatione, p. 303 sgg. 

(12) Cf. Lichtenberger, Encyclopédie des sciences religieuses, Paris, 1877, 
tom. I, p. 308; Wetzer u. Welte 's, Kirchenlexicon ', Freiburg, 1882, v. I, col. 
846, s. V. Angelus Domini. 

(^3) Saintes é una piccola città del dipartimento della Charente-inférieure^ 
sulla sinistra della Charente, con un porto. Fu sede di un vescovo fin da 
tempo remoto; cf. Gallia Christiana, tom. II, p. 1054 sgg.; Gams, Ser. ep. eccl. 
cath., p. 623. 

(**) Cf. O. Raynaldus, Annales Ecclesiast. ab a. MCXCVHI, etc, ed. Mansi, 
Lucac, MDCCL, tom. V, p. iii. Il fatto che papa Giovanni citi unicamente la 
chiesa di Saintes siccome quella in cui fioriva la devota costumanza eh' era suo 
desiderio veder diffusa in tutto V orbe cristiano, mi par da solo bastevole a di» 
mostrare che prima d' allora nulla di simile, almeno a saputa della Curia Ro- 
mana, soleva usarsi altrove. Giacché in caso diverso riuscirebber inesplicabili la 
menzione di una sola chiesa ed il silenzio serbato su quant* altre avessero prima 
d' allora osservata V usanza medesima. Non è poi a tacere una particolarità che 
il Rinaldi omette di raccontare, ma che è riferita da uno scrittore abbastanza 
antico, .quel fra Giovanni Nyder, autore di molte opere ascetiche, tra le quali il 
noto Formicarium, che si vuol morto circa il 1438; cf. Chevalier, Rép. des 
sourc. histor. du m. a., e. 1647. Or bene costui in un suo sermone suU'Annun» 
dazione, che a me non è riuscito però di vedere, narra che papa Giovanni XXII 
si determinò a stabilire l'usanza dell'Ave Maria serale dopo uno strepitoso mi- 
racolo compiuto in Avignone dalla Vergine stessa a vantaggio d' un tal suo 
devoto condannato al rogo. Di tal fatto maestro Giovanni assicura se vidisse in 
publico instrumento litterae autenticae, come dice il reverendo padre fra Pelbarto 
de Temesvar nel suo Stellarium coronae gloriosiss, Virginis, etc, Venetiis, 
MDLXXXVI, lib. XII, part. Il, artic. II, p. 218. E cf. anche Trombelli, op. cit., 
p. 307, n. 12. 

(15) Queste parole son tolte dalla bolla del 1327, di cui or ora toccheremo, 
perché di quella del 13 18 il Rinaldi, invece di riprodurre alla lettera la parte 
che unicamente premerebbe conoscere, è stato contento a dare un riassunto, 
mentre riferisce per esteso le lodi prodigate alla Vergine dal pontefice: squarcio 
d' eloquenza del quale noi avremmo anche fatto a meno ! 

(!•) Cf. Raynaldi, op. cit., p. 361. La bolla, diretta: Angelo episcopo Viter* 
biensi nostro in Urbe vicario, è datata : Avinion. non. maii anno XL 

(>7) S' è affermato e si continua ad affermare ( cf. Wetzer» Welte, op. cit.. 



— 149 — 

col. S4']), che il documento più antico da cui risulti come all' istituzione dell' ^z/^ 
Maria serale tenesse dietro ben presto quella del mattino, sia la disposizione presa 
nel 1368 dai membri della sinodo adunata a Lavaur (Dipartim. del Tarn, Francia 
meridionale), con cui si stabilisce e si ordina: sub poena excotnntunicationis quod 
singuKs et continuis diebus reciores et curati provinciarum nostrarum, quilibet per 
se vel aliunt, circa solis ortum, pulsent seu pulsari faciant unant campanam per 
ntodum et forntam quibus trahitur de sero, quando pulsatur prò Ave Maria; 
Concil. Vaurense hab. a, MCCCLXVJJJf cap. CXXVII, in Baluzius, Concilia 
Galliae Narbonensis, Parisiis, MDCLXVIII, p. 383 sg. Ma nessuno s' è, per quanto 
sembra, avveduto che un testo italiano, anteriore di trentotto anni alla sinodo 
francese, ci dimostra 1' Ave Maria del mattino già nel 1330 stabilita cosi al di là 
come al di qua dei monti. Legrgesì infatti in quel Liber de laudibus Papiae^ che 
il proposto G. Bosisio fin dal 1851 dimostrò essere stato scritto nel 1330 in Avi- 
g:none da Giovanni Mangano, pavese, canonico di Valenza ed avvocato della Curia 
romana, quest' esplicita affermazione : Praeter autent quottdianunt illud signum, 
quod fit in sero ad salutandam Virginem gloriosam, institutum est aliud 
nuper in mane fieri paulo post signum Aurorae ad eamdem salutem reite- 
randam, sic u ti in locis plurimis observatur. Cf. Muratori, Rer, It» Scr' 
tora. XI, e. 29, cap. XIV; Bosisio, Ricerche int. alla persona dell' Anonimo Tici- 
nese in Gazzetta Provinciale di Pavia, 27 gennaio 1857. 

(1*) Cf. Trombelli, op. cit., n. 16, p. 308 sg.; Wetzer-Welte, op. e loc. cit. 
Un passo della Somma di Sant'Antonino, arcivescovo di Firenze, spesso citato 
ad altro fine, ci dà la prova che tra il 14 16 ed il 1459 in Toscana V uso di suonar 
V Ave Maria del mezzogiorno non s'era ancora introdotto: Statuii insuper Ec- 
clesia singulis diebus pulsari ter campanas ecclesiarum de sero et iterum 
de mane. Ad quid nisi ut honoretur beata Maria et laudetur ex salutatione an- 
gelica? B. Antonini Summae Summar. tom. IV, Lugduni, MDXLII, tit. XV, 
cap. XXIV, § III. Ma in Francia esso vigeva già certamente dai primi anni del 
secolo XV. 

(»^) Cfr. la nota 17. 

(^^) Cf. TiRABOSCHi, Vet. Humiliator. monum., Medìolani, MDCCLXVI, v. I, 
diss. IV. par. IH, XXVI, p. 299 sg.; Forcella, Iscriz. delle Chiese e degli altri e di- 
Jìci di Milano, Milano, 1890, v. Ili, n. 84, p. 73. Tutte le illazioni che il Tiraboschi 
aveva creduto di poter ricavare dall' epitafìo di Bonvesin rispetto al tempo in 
cui r Ave Maria si cominciò a suonare in Milano, sono state distrutte dalla sco* 
porta del testamento del 13 13, che ci mostra il della Riva ancor vivo nel terzo 
lustro del sec. XIV. Il Tiraboschi lo credeva morto su per giù vent* anni prima. 

('*) Cf. Rezasco, Dizionario del linguaggio ital. stor. ed ammin., Firenze, 
1881, p. 1121, s. V. Squilla. E cf. anche Du Cange, s. v. skella. 

C) Op. cit., p. 504, s. V. Guardia, n. xxx. 

(*-^) G. Mangano, Lib. de laud. cit. in Muratori, op. cit, e. 27. 

(^^) Cf. r erudita nota sulla campana serale, che 1' egregio collega prof. Ales- 
sandro Lattes s' è piaciuto a mìa preghiera dettare, e che noi ripubblichiamo per 
sua cortese concessione in appendice. 

('5) Intorno a costui, che ben può considerarsi ancora quale un trecentista, 



— I50 — 

mi sia lecito rimandare a quant*io ne ho scritto nel BuUeiUno della Soc. Daut. 
Hai. n. 7, dicembre 1891, p. 12 sgg.; e nel Giorn. stor. della lett. ital., XXIX^ 

1897, P- 565 sg. 

(26) Fr. Ioh. de Serravalle ord. ntinor.f episc. et princ. Firmani, iranslaiio 
et comentum tot. libri D. A., etc. Prati, MDCCCXCI, p. 512. Secondo la sua 
consuetudine di ripeter sempre un pajo di volte le proprie spiegazioni, poco 
dopo il dabben frate le rida con qualche aggiunta: Pungit, scilicet sollicitat, se 
si audit squillantf idest campanam, quae pulsatur, die moriente, idest cessante ; 
quia illa campana videtur plorare dietn morientem sive cessantem. In Gallia sic 
pulsatur de sero talis campana^ quod sonus ille videtur quidem ( leggi : quidam ? \ 
planctus diei cessantis. Op. cit., p. 513. 

(*7) Op. cit., p. 512. 

('^) Scrive difatti Benvenuto, op. cit., p. 219: vel die: che, idest qui novus 
peregrinus ita punctus amore videtur deplorare quod nimis cito noctescat antequant 
hospitetur. Ed il Della Lana, op. cit., v. II, p. 91 : " Ancora per uno altro esem- 
" pio mostra quella ora, e dice: ella era simile a quella che punge e fa trat- 
" tare più tosto il pellegrino „. 

(2^) Op. cit., tom. II, p. 109. 

(30) Op. cit., V. II, p. 91. 

(3>) // Cod. Cassinese della D. C. per la prima volta letteralm. messo a 
stampa, Monte Cassino, 1865, p. 230. Questa è chiosa marginale al v. 6 del 
canto Vili. AI v. i ed al 5 ricorrono poi altre postille interlineari; che sulle pa- 
role " era già 1' ora „ sta scritto completorii, e sulle seguenti * se ode squilla „ : 
sonantem ad completorium. 

(3*) Cf. Du Gange s. v. completa.^ completorium. Come e' insegna il Vocabo- 
lario della Crusca s. v. compieta, questa voce è stata ed è oggi ancora adope- 
rata a designare il tempo in cui si recita, il suono delle campane che l'annun- 
ziano, e genericamente per estensione il fare della sera, la sera, ecc. 

(33) Cf. Cod. Cassin. cit., glossa al v. 18: Te lucis: que salve regina et ymnus 
iste cantatur in completorio. 

(34) Cf. POLETTO, op. cit., p. I7I. 

(35) Cf. Trombelli, op. cit, p. 312, n. 25 sgg. 



VI. 



LA VIPERA CHE 'L MELANESE ACCAMPA 



Purg. Vili, 80. 



Laddove Nino, giudice di Gallura, lamenta che la moglie sua, 
dimentica de' giuramenti, abbia nel velo di sposa mutate le bende 
vedovili, egli esclama, acceso di " dritto zelo „: 

Non le farà si bella sepoltura 

La vipera che '1 melanese accampa, 
Com' avria fatto il gallo di Gallura. 

Or che la ** vipera „ stia qui a denotare i Visconti, niun 
dubbio. Ma che ha egli voluto dir Dante aggiungendo eh' essa 
" il melanese accampa „? 

Nei manoscritti cotesto verso si rinviene offerto in due modi. 
Parecchi, e vanno tra i migliori, leggono " '1 melanese „ (*); 
altri " i melanesi „ ; e questa discrepanza di lezione, che s' é na- 
turalmente riprodotta e perpetuata nelle stampe, segna anche, non 
vorrei proprio dir sempre, ma nella maggior parte de' casi, una 
diversità d' interpretazione. Giacché, mentre molti tra coloro che 
leggono: " il melanese „, spiegano: " la vipera che il Visconti, 
" o il popolo di Milano che nel Visconti riconosce il proprio si- 
** gnore, porta nel campo dello scudo „; quanti adottano la va- 
riante: " i melanesi „, intendono comunemente: " la vipera che 
'* conduce in campo a battaglia i milanesi „. 

De' vecchi interpreti danteschi nessuno eh' io vegga accoglie 
la sentenza, secondo la quale " accampare „ varrebbe quanto 
" portar nel campo dello scudo „ ('). De' moderni invece non 
pochi r han fatta propria: il Cesari, il Bianchi, il Fraticelli, il 
Bennassuti (^). E costoro, cred' io, son stati indotti a ciò dall' au- 



y 



— 154 — 

torità della Crusca, la quale nel suo Vocabolario cosi dice 
d* " accampare „: " Trovasi per avere, portare nel campo dello 
" scudo o dell'arma gentilizia „ (^); ma quand'è questione poi 
d* allegare gli esempì, non sa segnalarne se non uno solo, che è 
precisamente il luogo dantesco, di cui ora discutiamo. 

Ma quali argomenti s* adducono a sostegno di sifìatta inter- 
pretazione? Ch'io sappia, nessuno. Ove si provasse dunque che 
le ragioni messe innanzi per confortar la contraria opinione son 
valevoli, questa dovrebbe tosto venir ripudiata. Tuttavia neppur 
deir altra spiegazione data ad " accampare „, condurre cioè 
i soldati in campo; si può dire che i propugnatori suoi sappiano 
rincalzarla d' efficaci prove. Due commentatori antichi. Benvenuto 
cioè e fra Giovanni da Serravalle, stanno per essa, ma non si 
curano di porgerne veruna giustificazione (^); in quant'ai mo- 
derni, dal Lombardi in poi, essi per darne ragione citan tutti con 
concordia mirabile una testimonianza, la quale invece di raffor- 
zare l'asserto loro riesce a distruggerlo! E valga il vero. La te- 
stimonianza a cui alludiamo è dedotta da certa dissertazione le- 
gale, data alle stampe nel 1748 dal conte Gabriele Verri, per 
sollecitare il Fisco a reprimere con maggiore severità gli abusi 
eh' erano invalsi in materia d' insegne e di titoli nobiliari (*). Or 
qui, toccando per incidenza dello stemma visconteo-sforzesco, 
dopo averne fatto risalire 1' origine al duello seguito in Palestina 
tra Ottone Visconti ed un campione saraceno che portava per 
insegna un serpente, il giureconsulto milanese continua, facendo 
proprie le parole di Carlo Sigonio : Quam ob rem maiores nostri^ 
ut Sigonius tradity publico decreto sanxerunt, ne post hac castra 
Mediolaiiensiiim locarentury nisi vipereo signo ante in aliqua ar- 
bore constituto (^). Or posto che a questa consuetudine abbia vo- 
luto veramente alludere 1' Alighieri nel noto verso, come si potrà 
continuare a interpretar questo : " la vipera che i Milanesi recano 
" in campo per insegna „, secondoché, ad eccezion d'un solo (*), 
hanno fatto sin qui tutti i moderni commentatori? Converrà in- 
vece spiegarlo: " la vipera che attenda i Milanesi, che concede 
** loro di prendere gli alloggiamenti „. 



— 155 — 

Che questa sia la vera, la sola legittima interpretazione del 
passo dantesco, risulta chiaro infatti, ove si metta mano ad in- 
terrogare altri fonti, per credito e per antichità più degni di fede, 
che non siano le Istorie del Sigonio e, peggio che mai, le dis- 
sertazioni fiscali del Verri. Ed innanzi tutto in questa spiega- 
zione noi vediamo concordare tre tra i più stimati commenti an- 
tichi: quello di Pietro Alighieri, di Francesco da Buti, di Jacop<:> 
Della Lana. Succinti i due primi: Vipera, cuius vexillum priiis 
ponitur in campo per Mediolanenses ex privilegio antiquo; dice il 
figliuol del poeta O. Ed il grammatico pisano : " la vipera .... 
" che quelli di Melano tegnano per maggiore impresa, quando 
" s'accampano in nessuno luogo per cagione di guerra „ (^'^). 
E con copia maggiore di particolari il terzo: " E dice che i Mi- 
" lanesi accampa, perché si è giurisdizione di quella arma, che 
" sempre quando li Milanesi vanno in oste, dove si pone quella 
" insegna, si pone il campo:* e fine che quella bandiera non è 
" posta, è grande bando a ponere altra insegna, ed è stato 
" sempre e per tempo di parte guelfa e per tempo di parte ghi- 
" bellina „ (''). 

Tutto questo, che con tanta chiarezza espone il commentatore 
bolognese, aveva già parecchi lustri innanzi affermato in più 
d' una tra le sue storiche compilazioni il milanese Galvano della 
Fiamma: Dicit cronica de Barzanore — cosi egli nella Cronica 
maior — quod Comunitas parentele Vicecomitum hoc privilegitim 
contulit, qnod acies exercitus Mediolani nunquam castra figerent 
nisi vexillum Vicecomitum in arbore erectum conspicerent (*'). Alla 
sagacia di Giorgio Giulini questa notizia non isfuggi, come era 
ben naturale, e neppure il partito che se ne poteva trarre per 
meglio illustrare il luogo del Purgatorio; ma 1* affiermazione del 
Domenicano che il privilegio, di cui godeva sugli inizi del se- 
colo XIV r impresa de' Visconti, fosse stato concesso loro ab an- 
tiquo dal comune di Milano lo trovò, e si capisce, incredulo. " Che 
" ai di lui tempi — scriveva egli, pertanto, accennando a fra 
** Galvano — ciò si usasse io lo credo facilmente, perché allora 
„ la famiglia Visconti era signora di Milano .... Ma che si prati- 



- 156- 

** casse anche prima, quando fioriva la nostra repubblica/ il 
" Fiamma non lo farà crédere facilmente ad alcuno „ (*'). 

Eppure, stavolta è proprio forza che gli crediamo. Ed ecco 
perché. Recando innanzi la notizia del privilegio largito dai Mi- 
lanesi alla casata d' Ottone Visconti in memoria dell' eroica av- 
ventura di costui, il cronista non ha fatto, come gli succede tanto 
di frequente, ehe ricopiare quasi alla lettera una distinzione del 
De magnaltbus urbis Mediolani, opera, come si sa, di fra Bon- 
vesin della Riva. E questi espone il fatto in tale maniera da non 
lasciare adito a dubbio veruno: Offertur quoque ab ipso [ Comuni] 
alicui de nobilissimo Vicecomitum genere, qui dignior videatur, ve- 
xillum quoddam cum vipera indico figurata colore quendam sarà- 
cenum rubeum transglucientem : nec alicubi castrametatur noster 
exercitus nisi prius visa fuerit vipera super arborem aliquam lo- 
cata consistere ("). 

Le deduzioni che da queste parole dell'accurato cronografo 
si possono ricavare, sono, come ognun vede, parecchie. Il bra- 
v' uomo, che scriveva nel 1288, allorché Milano era, almeno in 
apparenza, ancora padrona di sé stessa e conservava tutte le 
istituzioni comunali, non poteva avere alcun interesse ad alterare 
la verità ed a spacciar per antica una consuetudine che tale non 
fosse stata. Devesi dunque ritener come sicuro che nel secolo 
decimoterzo V esercito milanese non s' accampasse mai, se prima 
non avesse veduto librarsi in alto il vessillo che la città soleva 
offrire ad un Visconti. 

Intorno all' origine di siffatta usanza, la quale apre la via a 
sospettare che l' insegna della vipera fosse in antico propria del 
comune di Milano, e non già, come sostiene la vulgatissima tra- 
dizione, della famiglia che doveva renderla poi tanto famosa, non 
è qui il caso d' istituire ricerche. A noi basti per ora aver messo 
in sodo come delle interpretazioni prima d' ora proposte del 
verso dantesco che si era preso in esame, una sola sia esatta, 
quella cioè che i più tra i commentatori avevano fin qui ignorata 
o negletta. E 1' Accademia della Crusca opererà saviamente se 
a documentare il proprio asserto che " accampare „ possiede 



— 157 — 

anche, tra gli altri, il significato di " portare nel campo dello 
" scudo „, andrà in cerca di testimonianze più sicure di quella 
che il passo del Purgatorio è capace d' offrirle. 



NOTE 



(1) De' quattro, sui quali il Witte ha fondata la propria edizione; tre, il Laur. 
Santa Croce, il Berlinese ed il Caetani, danno questa lezione ; cf. Witte, La 
D. C di D. A., Berlino, MDCCCLXII, p. 286; Cod. Cassinese cit., p. 228; ed in 
essa consente anche TAntaldiano, sicché il Lombardi, op. cit., p. no, l'adottò, 
lodandola. Ma il Witte s'attenne nel testo all'altra, che è la vulgata; ed a 
torto, secondo me, l' ha seguito il Moore, Tutte le opere di D. A.^ Oxford, 
MDCCCXCIV, p. 63. Ma sia poi che si preferisca il singolare o il plurale, sarà da 
scriver sempre " melanese » e " melanesi „, poiché cosi e non altrimenti per 
fermo pronunziò e scrisse da buon toscano l'Alighieri. 

(*) L'Ottimo, op. cit., II, 116, nulla dice; 1' Anonimo Fiorentino, op. cit, II, 
136, se la cava scrivendo : " la vipera eh' è 1* arme de' Visconti da Melano „. 

(3) Cesari, op. cit, DiaL III, v. II, p. 116; Bianchi, op. cit., p. 306; Frati- 
celli, op. cit., p. 304 ; Bennassuti, op. cit, v. II, p. 199. 

{*) Vocab. degli Accad, della Crusca •*», Firenze, 1863, v. I, p. 77. 

(^) Benvenuto, op. cit, tom. Ili, p. 231 : Dicit ergo : la vipera, insignium 
Vicecomitutn de Mediolano ; che i milanesi accampa, idest, quam tnediolanenses 
portoni in campo, — G. da Serravalle, op. cit, p. 516: [ Vicecomites] qui por- 
toni prò armis viperam, scilicet serpentem, quam etiam Mediolanenses [portoni] 
in campum, quando vaduni in exercitum. — Altrettanto asserisce 1' Anonimo 
Cassinese, op. cit, p. 230. 

(^} Cf. Lombardi, op. e loc. cit, ; Tommaseo, Commedia di D. A., Venezia, 
1837, p. 65; Milano, 1854, p. 338; PoLETTO, op. cit., p. 183. 

(''') De titulis et insigniis temperandis Dissertatio Jiscalis Gabr. comiiis Verri 
etc, Mediolani, MDCCXLVIII, § XL, p. 35. Il luogo del Sigonio, che il Verri ha 
fatto proprio, si legge in C. Sigonii, Historiarum de regno Italiae libri quinde- 
cim, Venetiis, MDLXXIIII, p. 385. 

(®) Questa " rara avis „ è il re di Sassonia, che, fondandosi sulle testimo- 
nianze allegate del Sigonio e del Verri, traduce il nostro verso cosi: 

* Die Viper, d' runter Mailands Volk sich lagert „ 

(^) P. Allegherii, Super Dantis ips. genit. Comoed. Comme/ttorium, cur. V. 
Nannucci, Florentiae, MDCCCXXXXV, p. 351. 



— i6o — 

{!<*) Da Buti, op. cit., V. II, p. i8i sg. 

(!') Della Lana, op. cit., v. II, p. 94. Giustizia vuole che avvertiamo come 
anche il Poletto riferisca queste parole del Laneo; ma ne ricava poco frutto, 
perché spiega pur sempre : " è stendardo ai Milanesi nelle battaglie « T " ac» 
" campa „ dantesco. 

C) Cf. CroH. mai., ed. Ceruti, in Misceli, di si. iial., tom. VII, Torino, 1869, 
p- 743. £ vedi altresì Manipul. Elor. in Muratori, Rer. li. Scr. XVI, cap. CXLI, 
col. 617 sg. 

(13) GiuLiNi/ Mem. speli, alla sioria, ecc., Milano, 1854, v. II, p. 681. 

(1^) B. De Rippa, De magn. urb. Med. cap. V. dist xxiu in BulletHno del 
r. Istii. sior. Hai. n. 20, 1898, p. 150. 



APPENDICE 



NOVATI. 1 1 



LA CAMPANA SERALE NEI SECOLI XIII E XIV 
SECONDO GLI STATUTI DELLE CITTÀ ITALIANE 



Dell' uso di suonare ogni sera la campana del comune per 
indicare il principio della notte, i documenti a me noti parlano 
sino dal principio del sec. XIII, come d'un fatto ben conosciuto, 
intorno a cui non è necessaria alcuna spiegazione, e valgono 
quindi a provarne V esistenza anche per parecchi anni anteriori 
alla loro data. Chi volesse però ricercare negli antichi Statuti il 
testo d' una precisa deliberazione delle Assemblee Comunali in 
proposito farebbe quasi dappertutto opera vana, poiché questa, 
come molte altre usanze paesane, sorse da sé spontaneamente 
e si diffuse dappertutto, avendo trovato in ogni comune grande 
o piccolo condizioni favorevoli. La necessità di vegliare diligen- 
temente contro le aggressioni notturne di nemici esterni e contro 
pericolosi tentativi d' interni malfattori, mantenne sempre nelle 
nostre città e borghi ordinati servizi di sentinelle e ronde a tu- 
tela delle vite e delle robe degli abitanti: gli statuti ne parlano 
quasi in tutti i comuni liberi, e nelle terre soggette a signoria le 
guaite (guardie semplici) e le scaraguaite (guardie a schiera) si 
ricordano più volte quale prova di soggezione nei frequenti pro- 
cessi fra signori e dipendenti che volevano emanciparsi (^). È fa- 
cile comprendere, come essendo affatto sconosciuta la pubblica 
illuminazione delle vie, nessuno uscisse di notte senza esservi 
spinto da urgente bisogno, e quei custodi guardassero con so- 
spetto i passanti, massime se sprovvisti di lume, e tenessero 
d' occhio le taverne, costante rifugio d' avventori di malaffare, 
come in somma il giungere della sera portasse con sé un cumulo 
di cure e diligenze maggiori. D'altra parte i cittadini erano av- 
vezzi ad esser richiamati dalle campane, non solo alle Chiese e 



— 164 — 

ai doveri religiosi, ma anche ai loro obblighi civili, sia che do- 
vessero accorrere all' Arengo per discutere intorno alla cosa pub- 
blica, o prepararsi alla difesa contro esterni invasori, o prestar 
man forte per arrestare i progressi di qualche incendio, rapida- 
mente divampante tra le case di legno e i tetti di paglia: certo^ 
la campana pubblica suonò anche per chiamare a raccolta le 
guardie notturne,, cui spettava il servizio di custodia o per turno 
o per ufficio, ed in molti luoghi la suonata serale porta il nome 
di campana dei custodi o della guardia. Essa veniva nello stesso 
tempo a ricordare alle persone dabbene eh* era giunta V ora 
di rientrare tranquillamente nelle case loro per evitare ogni so- 
spetto ed ogni confusione pericolosa con gente di mali propo- 
siti: ad Asti la campana si chiama dei ladroni perché contro di 
essi è particolarmente rivolta. 

Basta un' occhiata all' elenco delle fonti statutarie, che si trova 
in fine di questa Nota, per rilevare che la consuetudine di suonar 
ogni sera la campana della notte era diffusa nei sec. XIII e XIV 
in ogni regione d'Italia: solo pel Napoletano non mi fu possibile 
consultare alcuna fonte contemporanea, ed il Ciccaglione ('), pur 
facendo menzione dei provvedimenti municipali a tutela della si- 
curezza pubblica, affatto uguali a quelli delle altre città italiane,, 
si per le taverne, si per 1' uscir di notte^ non parla d' alcun se- 
gnale vespertino, che fosse dato per fissare il momento in cui 
quelli dovevano essere applicati. 

Il documento più antico che io conosco è una carta Novarese 
del 1222 (^), ove fra altre riforme disciplinari introdotte dai de- 
legati dell' Arcivescovo di Milano pei canonici del Duomo di No- 
vara, si prescrive ai custodi della Chiesa di recarvisi a dormire 
hora qua pulsatur ad campanam que pulsatur ut nullus vadat per 
civitatem sine lumine. Queste parole ci mostrano veramente l'usanza 
già introdotta da qualche tempo e ce ne additano lo scopo ori- 
ginario, provvedere alla tutela dei cittadini e separare le persone 
dabbene da quelle di dubbia fama. Pochi anni dopo nel 1229 il 
Podestà di S. Gemignano condannava un tale che si era lasciato 
cogliere fuori di casa senza lume dopo il terzo segnale (^), e 
possiamo anche ricordare gli statuti seguenti che fanno precisa 
menzione della suonata serale nella prima metà del sec. XIII: 

Padova, ove la data del capitolo è indicata colla formula, ivi 
assai frequente, statutum vetus conditmn ante millesimunt ducente- 
simunt trigesimunt sextum, 

Pinerolo, di cui gli statuti portano la data 1220 e possono 



- .65 - 

conservarla, sebbene siano pervenuti a noi in una redazione po- 
steriore di sessant' anni, perché il loro contenuto prova che subi- 
rono soltanto lievi modificazioni ('), 

Biella e Viterbo, le cui leggi hanno rispettivamente la data 
1245 e 1251, 

Ravenna, dove tutti gli elementi cronologici concordemente 
provano che il nucleo degli statuti editi dal Fantuzzi appartiene 
al tempo indicato, 

Brescia, dove i capitoli che contengono il giuramento delle 
guardie notturne — in prima persona, manifesto indizio d'anti- 
chità remota — spettano pure secondo ogni probabilità a quel 
periodoj benché ci siano giunti nella riforma degli statuti che fu 
fatta nel 1277. 

Noteremo invece al contrario che a Vercelli può credersi non 
esistesse ancora nel 1241 l' usanza della suonata serale, perché 
agii osti si prescrive d' interrompere la vendita del vino ad ve- 
speras, e non si fa cenno .del segnale, come suole dappertutto. 

A Bologna 1' uso sembra veramente introdotto intorno al 1260, 
perché le annuali riforme degli statuti non ne parlano prima e 
se ne trova menzione soltanto in un'ordinanza del podestà del 
1261, come nella revisione del 1260 fu aggiunto un capitolo re- 
lativo alia suonata mattutina. 

D' una campana vespertina parla anche il poema De regimine 
et sapientia potestalis ("), composto, secondo 1' editore Ceruti, da 
Orfino da Lodi alla metà del secolo XIII, nei versi che seguono: 

SitHper Mi est nioris rtsoHel campana laboris, 
ArlibHS implelis paveal campana quiitis, 
Thhc cito piniirna rifiral preciosa /altma, 
Non ibi cisterna faviai sed darà tabima. 

Non vorrei però affermare con certezza che essi si riferiscano 
alle suonate che indicavano il principio del giorno e della notte, 
e che il terzo verso parli ai modesti tavernari, obbligati a metter 
fuori dell'uscio Ì bevitori ostinati: forse vi si accenna invece sol- 
tanto alla campanella che annunciava l'apertura e la chiusura dei 
pubblici uffici nel palazzo del podestà ed all'obbligo per lui di 
mantenersi sobrio per tutta la giornata. 

Dove fosse collocata la campana spesso si tace, qualche volta 
si nomina solo la e. comunis, altre volte quella del Duomo o della 
Chiesa; a Casale doveva essere sulla piazza principale, perché è 
detta e. de platea. A Bologna era sulla torre di S- Pietro, a Pi- 



— i66 — 

stoia sul campanile del Duomo e si chiamava la campana di Bel> 
tramo, a Siena emigrò da una torre privata all' altra, finché fu 
costrutto nel 1345 il campanile nel palazzo pubblico. A Nizza in- 
contriamo la campana cornu; a Pinerolo gli statuti più antichi 
usano la voce tintinnabuluntf i posteriori 1* altra campanay e non 
so se per questa diversità di parola si possa credere che dap- 
prima s* adoperasse un campanello, suonato forse a mano per le 
vie, pili tardi una campana fissa. 

Quanto al tempo, è detto che si suona de sero o al tempo 
consueto, appunto perché si tratta d' una pratica introdotta per 
consuetudine. A Pisa si comincia ex quo obscurum est, a Chieri 
cum bene nox fuerit^ a Piacenza in prima hora noctis, ad Asti 
ciì'ca horam completorii: a Siena e Tortona, come ordinano i 
magistrati, a Firenze almeno sul principio del sec. XV, post ve- 
speras tra le 23 e le 24 (^). Queste formule incerte lasciano ben 
comprendere che l'ora doveva mutare secondo la stagione. 

In qualche città i rintocchi serali per ■ 1* ordine pubblico si 
mantengono separati dai segnali religiosi, p. es. a Piacenza si 
distinguono dalla sonata circa horam completorii, fatta solo in 
onor di Maria, propter salutationem beate Virginis Marie fiendam : 
cosi a Pavia altra cosa è la schilla ad horam constitutam, altra 
l'Ave Maria suonata dalla campana del comune (*). A Pistoia si 
prescrive che si diano con quest* ultima tutti i segni ad horas 
consuetas di giorno e di notte secundum ecclesiasticam consuetu- 
dinemf quando tacciono i bronzi della Chiesa: altrove, come ve- 
dremo, qualche divieto comincia subito post sonum Ave Marie. 

Davansi per lo più tre segnali con tre suonate diverse, due 
a Pinerolo ed Arona, una sola a Biella, Rivalta, Nizza: a Bo- 
logna si suonava ad sogam cioè a martello a tocchi staccati, a 
Siena e Tortona ad destensum, e a Siena per una magna hora,' 
sette tocchi s' usavano a Pavia, venti aliquantulum rari a Pia- 
cenza, a Bologna si provvede solo per la campana del mattino. 
Curiose prescrizioni si leggono negli statuti di Chieri: il primo 
ed il secondo segno dovevano esser dati dalla Chiesa di S. Maria, 
il terzo da quella dì S. Giorgio; l'uno a notte fatta, il successivo 
dopo tanto tempo che bastasse ad una persona d' importanza, 
miles vel aliqua magna persona^ per cenare a suo agio; T ultimo 
quando fosse trascorso un intervallo sufficiente, perché un uomo 
o donna potesse andare quietamente da un punto all' altro della 
città. 

La notte legale principia dopo il segnale, quasi dappertutto 



— lóy — 

dopo il terzo, e parecchi statuti ne fanno dichiarazione esplicita: 
cosi Alberico da Rosate, giureconsulto lombardo morto nel 1354, 
riferendo le parole di un giurista più antico. Guido da Suzzara, 
morto prima del 1292, ricorda l'esistenza a Padova della cam- 
pana deptUata ad segregandutn diem a nocte, sicut communiter est 
in omnibus civitatibus (^). Da quel momento si applicano i provve- 
dimenti di polizia per la sicurezza degli abitanti e cominciano 
l'ufficio loro le guardie di notte, chiamate in Sicilia sciurterii o 
maestri di sciurta (***), rese alacri dalla responsabilità personale cui 
sono esposte pei furti e danneggiamenti commessi durante la loro 
vigilanza, se non possono denunciarne l' autore. Inoltre le pene 
e multe pei delitti compiuti di notte si aumentano, spesso del 
doppio, talora anche più, dopo l'ultimo segnale, a Pistoia e Lucca 
dopo il primo, e perciò a Pisa e Firenze la suonata serale riceve 
il nome di e, prò pena dupli. 

Regola comune a tutti gli Statuti è questa, che non si pos- 
sono tenere le porte aperte né si può girare per la città e sob- 
borghi se non col lume, od almeno portando con sé del fuoco 
in modo visibile: a Parma fu vietato dapprima anche andare col 
lume, e questa regola fu modificata nel 1262: a Genova la squilla 
serale dei monasteri si chiamava campana degli zoppi, perché 
suonava prima e lasciava loro il tempo di rincasare adagio ("). 
Questa regola non era però cosi assoluta da non patire alcun' ec- 
cezione, e s' intende anzitutto che si potesse sottrarvisi per debito 
d' ufficio, per ragioni di servizio pubblico, o con licenza speciale 
del magistrato; inoltre si ammettono pure giustificazioni urgenti 
o manifeste, di cui gli statuti danno esempi diversi, o riser- 
vano il giudizio all'arbitrio del podestà. Questo fu espressamente 
sancito a Monza nel 1379 con uno statuto singolare deroga- 
tivo alla norma comune. Cosi secondo i luoghi sono esenti da 
pena quelli che partono per un viaggio o ne ritornano, quelli 
che accorrono alla campana a stormo in caso d' incendio, cor- 
rono in cerca di medico, prete, levatrice o barbiere per salassi, 
o si recano in tal qualità dov' è richiesta 1* opera propria, e chi 
va di buon mattino al lavoro, come devono fare scolari, fornai e 
contadini che pernottano lunge dalle loro terre nei centri abitati. 
A Vercelli si proscioglie da ogni multa anche il famulus portans 
torticium, il cero, ad dominum suum. 

In parecchi statuti le persone di buona fama hanno altresi li- 
cenza di passeggiare soli o con qualche vicino innanzi alla casa 
propria ed alle contigue, non più di tre o cinque, e per le con- 



— i68 — 

dizioni igieniche delle abitazioni si permette anche d'uscire per 
soddisfare qualche bisogno fisico vicino alla cantonata. In alcune 
' città (Bologna, Firenze, Pisa, Treviso, Como, Milano, Cremona, 
Lodi) è proibito espressamente di suonare di notte strumenti 
musicali, liuto o viola per le vie, e giova credere che gli inna* 
morati italiani preferissero le ore del mattino per esprimere i 
loro sentimenti colle note iarmoniose, dacché quegli statuti parlano 
solo di mattinate e non fanno mai menzione di serenate. 
I contravventori sono puniti con multe, più gravi se portano 
armi: le guardie li denunciano al giudice ali' indomani, e possono 
arrestarli subito, se sono persone sconosciute o sospette, salvoché 
diano malleveria di presentarsi personalmente al mattino seguente. 
A Pavia si stabilisce perfino una presunzione legale contro chi 
è trovato di notte fuor di casa, e se in quella notte fu commesso 
qualche delitto in città, lo si considera subito come imputato e 
si comincia ad istruire il processo contro di lui: s'invita pure 
con bando publico chiunque avesse sofferto per qualche delitto 
o ne avesse conoscenza, a farne l' immediata denuncia. 

Altra regola generale è V obbligo imposto a' tavernieri di por 
fine alla vendita minuta del vino, mandare a casa gli avventori 
e chiuder l' osteria : essi devono provvedervi per lo più al primo 
segnale, a Pisa al secondo, perché i bevitori abbiano tempo di 
rincasare prima del terzo, e la prima suonata riceve perciò il 
nome di campana dei tavernai, e, potatorum a Pavia, come si chiama 
senz' altro vigneron nella Franerà settentrionale (^*). Si può cre- 
dere che tale divieto non esistesse ancora a Siena nel 1259 e 
non vi fosse obbligatoria la chiusura delle taverne, dacché vi si 
vieta espressamente ai custodi notturni di trattenersi in esse nelle 
ore in cui devono esercitare la loro vigilanza: agli abitanti di 
Nizza siffatta norma parve assai grave ed impetrarono due volte 
dal siniscalco di Provenza che fosse mantenuta solo per gli osti 
di mestiere, e si concedesse in via d' eccezione ai privati di poter 
vendere il proprio vino al minuto a qualsiasi ora del giorno in 
casa propria per mezzo dei propri servi. 

Alcuni statuti danno invece ai cittadini licenza di mandare a 
comperare del vino coi loro recipienti anche dopo la campana 
per consumarlo in famiglia, purché i vasi in cui si trasporta non 
siano del bettoliere: altri permettono a questo di dar a bere 
dopo il segnale ai forestieri che alloggiano nella stessa taverna. 
A Venezia nel 1360 il vinaio, che teneva osteria entro il Fon- 
<laco dei Tedeschi, fu messo in contravvenzione per aver violato 



— 169 — 

la proibizione comune, ma ne fu poi liberato, dacché gli avven- 
tori colti dai custodi col bicchiere alla mano dopo la suonata 
serale erano tedeschi dormienti nel Fondaco, e quei mercanti 
vogliono sempre habere vinum quociens volunt, aliter frangerent 
hostium (^^). 

Non mancarono qua e là norme e divieti speciali che appa- 
riscono connessi colle varie condizioni locali. L' acqua sudicia si 
può gettare per le vie soltanto di notte, ed in qualche luogo 
— S. Gemignano, Corleone, Iglesias — anche le immondizie, 
che altrove non è mai lecito buttare per le strade: a Pisa se 
chi vi contravviene è un servo, gli statuti impongono ^1 padrone 
di pagar la multa, ma tenentur imputare fàmulo seu famulae in 
suo salario computare. La pulitura delle cloache ed a Pistoia la 
preparazione del sego è permessa soltanto dopo la campana: a 
Pinerolo, come a Riva di Trento ^% anche le bestie non pos- 
sono trovarsi fuori del recinto ove sogliono essere chiuse la 
notte: a Voghera è Viterbo invece la macellazione degli animali 
è interdetta nel periodo notturno, probabilmente ad evitare le 
operazioni clandestine su animali malati con danno della salute 
pubblica. Qualche proibizione locale comincia subito post sonum 
Ave Marie, p. es. ad Ivrea per V andare a caccia nel distretto, a 
Bene pel tenere in casa meretrici o ribaldi, a Piacenza pel trat- 
tenersi nei conventi femminili. Gli statuti de' calzolai di Lodi im- 
pongono pure di cessare dal lavoro al primo suono dell' Ave 
Maria nelle vigilie delle feste (^^). 

Gli statuti accennano in generale altresì ad una campana del 
mattino, dalla quale comincia il giorno, ma per lo più bastano i 
segnali delle Chiese che invitano i fedeli religiosi e laici alle 
preci mattutine: qualche legge dichiara esplicitamente che il 
giorno legale ha principio da essi. Non sembra difficile scoprire 
la ragione della differenza; la campana serale ha maggiore im- 
portanza ed è quasi sempre una campana pubblica, perché prov- 
vede alla sicurezza generale, ed è più urgente e necessario fis- 
sare r inizio della notte, dacché le male azioni si commettono 
più facilmente quando le tenebre si vanno facendo più fitte, an- 
ziché nelle ultime ore, quando si diradano. A Pisa e Casale la 
campana comunale suona anche al mattino, a Piacenza e Pavia 
essa stessa dà due segnali, uno per V Ave Maria e V altro per la 
fine della notte legale. A Bologna si ha V unico esempio d' uno 
statuto esplicito introdotto nella redazione del 1260 per ordinare 
la suonata mattutina della campana di S. Pietro: prima fu im- 



— lyo — 

9 

posto che suonasse a martello pel tempo sufficiente a chi usciva 
di città per allontanarsi d' un miglio, sett* anni dopo furono pre- 
scritti quindici tocchi rari e cinque spessi. 

Alessandro Lattes. 



Le bozze di questa Nota erano sul punto di*venir licenziate, 
quando trovai un documento Alessandrino, che avrebbe dovuto 
essere ricordato prima d' ogni altro, perché anteriore di sedici 
anni alla carta Novarese sopraccitata. E desso uno statuto o sen- 
tenza del 1206, con cui si condannano a perpetua infamia ed 
incapacità due guardie del Comune, perché senz'averne auto- 
rità concessero licenza ad un cittadino di tener giuoco in sua 
casa et potum ibi volentibus bibere darei post campanam, anzi vi 
giuocarono essi medesimi ad tabulas contra statutum (*^). Questo 
documento, che conferma tutte le osservazioni g\^ fatte nelle 
pagine precedenti, si legge nel codice che si conserva nel!' Ar- 
chivio comunale d'Alessandria col nome Liber crucis, dove fu- 
rono trascritti molti documenti importanti ed insigni per la storia 
del Comune. 



NOTE 



(*) V. p. es. nel mio libro : // diritto consuetudinario delle città lombarde ^ Mi- 
lano 1899, p. 380, not. 184. 

{}) CiccAGLiONE, La legisl. econom. finanz. e di polizia nei municipi dell* It. 
nterid. nel Filangieri voi. XI, Milano, 1886, par. I, p. 528, n. 27. 

(2) Monum, hist, patr, edita iussu Caroli Alberti, Chartarum I, Torino, 1836, 
n. 858, col. 1278. 

(^) Pecori, Storia della terra di S. Gemignano, Firenze, 1853, p. 711, not. 

(5) Cfr. Carutti, Storia di Pinerolo, ^ Pinerolo, 1897, p. 68. 

(S) Miscellan. di storia italiana^ voi. VII, Torino, 1866, p. 57. 

(') Statuta Florentiae, Friburgo, 1778-83, Statuti del 1415, III, 34. 

(*) Mangano, Ub. de laudibus Papiae ap. Muratori, R, I. S. ( ov' è pubbli- 
cato anonimo ), XI, 29, cap. XIV. 

(^) Alberico da Rosate, Lectura super Digesto veteri, Lugduni, 1534, ^t ^' ^S^t: 
ad l. More romano tit. De feriis et dilationibus (Dig. II, 12, 8). 

(10) Per le origini della voce v. Siciliano-Villaneuva op. cit. per le Consue- 
tud. di Palermo, p. 410. 

(11) Statuto dei padri del Comune della Rep. Genovese, Genova, 1886, p. XLII. 

(12) GoDEFRCY, Dict, de V anc, langue franf.. Vili, 235, s. v. Vigneron. 

(13) SiMONSFELD, Det* fondaco dei Tedeschi, Stuttgard, 1887, \ v^^va, 1852. 
(H) Statuti di Riva, ed. Gar, Trento, 1861, Stat. 1274, § 84. 

(15) Miscellan. di st, ital. cit., Statuta caligariorum Laude, 1288 (?), art. VII. 
(1^) Gasparolo, Codex qui Liber Crucis nuncupatur e tabulario Alexandrino, 
Roma, 1899, p. Ili, n. 92. 



BIBLIOGRAFIA 



Ducange — Glossarium mediae et infimac latinitatis ^ s. v. 
Campana. 

Gandenai — nel Digesto italiano, voi. VI, par. I, Torino, 1888, 
s. V. Campana, p. 489. 

Fertile — Storia del diritto italiano * V, Torino, 1897, P* ^5^» 
not. 56-57, p. 669 not. 32 a 35. 

BeaascO — Dizion. del ling, italiano stor. ed amministrat,, Fi- 
renze, 1881, s. V. Bollettino n. 14, Campana n. i, Custodi, 
n. 2, Guardia n. 14, 22, 30, Notte n. 4, Polizza n. 36, Scora- 
guaita n. t. Se iurta. Squilla. 



FONTI STATUTARIE 

Finerolo 1220: Liòer statutorum franchisiartim et itnmunitatnm, 

Torino, 1602, I, 71, 72 e II, 190, an. 1318. 
Vercelli 1241 : Monumenta historiae patriae edita iussu Caroli 

Alberti, Leges municipales, II, Torino, 1876, e. 283. 
Biella 1245: Poma, Gli StaL del Comune di B,, Biella, 1885, 

rubr. 18. 
Bene Vagienna 1293: Capitula et Statata comunitatis Baennarum 

edit. AssANDRiA, Torino-Roma, 1892, e. 11, 113, 166, 314 

(an. 1324). 
Alessandria 1297: Codex statutorum magnifxcae comunitatis A., 

Alessandria, 1547, p. 92. 
Biyalta 1297: Atti della R, Accad. delle Scienze di Torino, XIII, 

Torino, 1878, p. 1265. 
HÌ88a sec. XIII e XIV: Mon. citt, Legg. munic, l, Torino, 1838, 

col. 61, sec. XIII, 173, sec. XIV, 180, an. 1294. 



— 174 — 

Moncalieri sec. XIII e XIV: Mon. citi,, ibid., col. 1377, 1396- 
Ivrea sec. XIII e XIV: Mon. citi,, ibid., col. 121 j, 1219, 1248 

(an. 1333). 
GÌlieri 131 1 : CiBRARio, Delle Storie di Chieri, II, Torino, 1827, 

e. II, 64, 138, 185. 
Tortona 1329 : Statuta civitatis Derthonae, Milano, 1573, f. 140 1. 
Mombarnzzo 1337: Statuti inediti di M.f edit. Gasparolo, Ales- 

sandria, 1896, e. 73. 
Vercelli 1341 : Statuta contunis et almae civitatis Vercellarum, Ver- 

celli, 1541, f. 84, 107. 
Torino 1360: Mon, citt, Legg, mun,, I, col. 682. 
Gasale dopo il 1360: Mon, citt,, ibid., col. looi, loio, 1019, 1025. 
Asti 1379 ( non 1534 come ap. Rezasco): Statuta Ast,, Asti, 1534., 

VII, 13, XI, 84, 85. 
Voghera 1389: Statuta civiUa et oriminalia oppidi Viguerie, Mi- 
lano, 1558, stat. civ., e. .156, 207, 208, 217, 218, crimin. 36. 
Valenza 1397: Ordini et Riforma:,., della Terra di V,, Milano, 

1586, e. 256, 492, 563. 



Genova: Stat, della colonia Genovese di Pera, 1316: Misceli, di 
stor. ital,, XI, Torino, 1870, e. 185. 



Bergamo circa 1270: Mon, citt, Legg, munic, II, XIII, 25. 
Milano 1272: CoRio, Historia patria di Milano, Milano, 1503, 

f. lOI. 

Brescia 1277: Mon, citt, ibid., col. 1584 [182], lib. Ili, 130, e col. 

1584 [246], lib. IV, I, an. 1282. 
Novara 1277: Mon, citt, ibid., e. 136, 152, 153, 379, (an. 1289). 
Como: Statuta Novocomi, Mon, citt, ibid., e. 45, 139, 140, 141, 

an. 1276, 1280. 
Brescia 1313: i^o«. citt. ibid., II, m, 144. 
Milano 1330: trascritti, come prova l'identità cogli Statuti di 

Monza, negli Statuti del 1396, Statuta Mediolani, Milano, 1480- 

82, II, 126, 127, V, 79. 
Monza circa 1333: Liber Statutorum comunts Modoetiae, Milano, 

i579i f- 701 7I; 86. 
Piacenza 1336: Statuta varia civitatis Placentiae^ Parma, 1860, 1, 
35, V, 22, 23: Statuti dei chierici 1337, p. 554. 



— 175 — 

Arona 1386: Mss. Trìvulziano n. 1318, e. 155, 156. 

Cremona 1387: Statuta civitatis Cremonae, Cremona, 1578, e 122, 

123, 183, 184. 
Lodi 1390: Staiuta communitatis Lauelae, Milano, 1537, f- ^^> ^4» m* 
VigevanO fine sec. XIV: Mss. Trìvulziano n. 865, e. 12. 
Pavia 1393: Staiuta civitatis et principatus Papié, Pavia, 1590, 

crìm. e. 40 a 43, 81. 



Padova ante 1236: Statuti del comune di P. dal sec. XII al 128^ y 

edit. Gloria, Padova, 1873, e. 784. 
Vicenaa 1264: Stai, del comune di V,, Venezia, 1886, p. 75, 177, 

194, 265 (Banni del 1275). 
Verona 1272-76: Stat. mss. nella Bibliot. comunale. III, 145, IV, 

56, ed aggiunte 1296, in fine del lib. III. 
Mantova 1303: D'Arco, Studi intorno al munic. di Mantova, 

Mantova, 1871, I, 43, 61, 69. 
Venezia 131 9 : Capitolare inedito dei capi di sestiere ap. Pertile, 

op. cit., loc. cit. 
Verona 1328: Stat, mss. nella Bibliot. comunale, III, 115, IV, 38. 
Treviso 1329-39: Staiuta provisionesque ducales civitatis Tarvisii, 

Venezia, 1574, 1. I, tract. Ili, e. 24 a 26, 1. Ili, tract. VI, 

e. 14 a 18. 

Ravenna sec XIII : Fantuzzi, Monum, ravennati dei secoli di mezzo^ 
Venezia, 1801-04, IV, e. 156, 269 bis. 

Parma 1255 : Monum, hisior, ad provincias Parm, et Placent. per- 
tinentia, I, Parma, 1855, p. 160, 350, 355. 

Bologna 1260-61 : Statuti di B, dal 124^ al ^67, ed. Frati, Bo- 
logna, 1877, IV, 8a, X, 39, io6f, voi. III, 557, §§ 12 a 19. 

Parma 1266 a 1304: Mon, citt, Stat, Parmae, II, Parma, 1857, 
193. — lòid. 1316 a 1315: ibid., III, Parma, 1859, 264. 

Modena 1327 : Statuta civitatis Mutinae^ Parma, 1864, IV, 16, 
32, 217. 

Parma 1347: op. cit., IV, Parma, 1860, 255. 

Carpi 1353: Mem, stor, e docum, sulla città e sulV antico princi- 
pato di Carpii Modena, 1884, p. 92. 

Siena Breve degli ufficiali del Comune 12J0 : Firenze, 1868, e. 33 
a 35- 



— 176 — / 

S. Oemignano 1255: Pecori, Storia di S, Gem., Firenze, 1853^ h 
44, III, 46, 64. 

Siena Stat. del comune, 1262: // constituto del com, di Siena, 
ed. Zdekauer, Milano, 1897, ^» ^^> ^S^» 260, 302 a 304; 
487, 503; III, 7. 

Firenze Stai, del podestà 1284: Rondoni I più antichi frammenti 
del constituto fiorentino nelle Pubblicaz, dell* Istit. di Studi su- 
periori, XI, e. 5, 23, 24, e le note ai medesimi pei capp. cor- 
rispondenti degli stat. del capitano 1321 e del podestà 1324. 

Pistoia Stat. del podestà 1286: Statutum Potestatis comunis Pi- 
storii, ed. Zdekauer, Milano, 1888, I, 48 a 51; III, 19, 66: 
Tract. iudicis de damnis datis, 62a, 66. 

Pisa Breve Pisani Comunis 1286: Stat. ined. della città di Pisa, 
ed. BoNAiNi, Firenze, 1852, III, 5, 48. 

Ghianciano 1287: Statuti di Chianciano, Orvieto, 1874, e* 328. 

Lncca 1308: Mem. e docum. per servire alla st. di Lucca, Lucca, 
1867, III, par. Ili, 14, 94. 

Lnoca 1346: Bandi Lucchesi nella Collez. di opere ined, e rare, 
ed. BoNGi, Bologna, 1863, p. 123, 133, 142, 178. 

Viterbo 1251 : Documenti di storia italiana, Firenze, 1872, IV, 66, 

100, 128. 
Boma 1363: Statuti della città di Roma, ed. Re, Roma, 1883, II, 

97, 148; III, 96, T23. 

Palermo sec. XIII: Consuetudini di Palermo, ed. Siciliano-Villa- 
NUEVA nei Docum. per servir^ alla st. di Sicilia, Palermo, 
1895, ser. II, voi. IV, e. 60, colle note, pag. 406 a 413, 

Alcamo Stat. delle Gabelle 1367: in Docum. citt., Pai., 1876, se- 
rie II, voi. I, p. 54. 

Gorleone Assise della terra, sec. XIV in Docum. citt., Pai. 1880, 
voi. II, e. 50, 92, 107, 130, 140. — Nelle Consuetudini del 
sec. XIV (ibid.) il e. XLI è identico al cap. succitato delle 
Palermitane. 

Sassari 1316: Codex diplomaticus Sardinie in Mon, hist. patr.^ 

Torino, 1861, I, 70; III, 17. 
Iglesias 1327 : Ibid. Codex diplom. ecclesiensis, Torino, 1877, II, 

33; 34i 79. 



INDICE 



Dedica . • Pag. i 

Avvertenza „ 3 

I. Se Dante abbia mai pubblicamente insegnato „ 7 

II. Pascua pieriis demum resonabat avenis „ 37 

III. La suprema aspirazione di Dante „ 73 

IV. Come Manfredi s' è salvato „ 1 15 

V. La " squilla di lontano „ è quella é&W* Ave Maria? „ 137 

VL " La vipera che *1 melanese accampa „ „ 151 

Appendice: A. Lattes, La campana serale nei secoli XIII e XIV se- 
condo gli statuti delle città italiane „ 161 



NovATi. 12 



Biblioteca Storico^-critica della Lette-- 
ratura Dantesca diretta da G. L. Pas^- 
serini e da P. Papa. 

FASCICOLI PUBBLICATI: 

1.^ Paget Tojmbee - RICERCHE E NOTE DAN- 
TESCHE, Serie I' L. 1 25 

2.^-3.** Enrico Rostagno — LA VITA DI DANTE, 
testo del cosà detto Compendio attribuito a 
G. Boooaooio. „ 3 — 

4.^ Nicola Zingarelli - LA PERSONALITÀ STORICA 
DI FOLCHETTO DI M ARSÌQLI A neUa Come di a 
di Dante „ 1 50 

5.^ Egidio Gorra — IL SOGGETTIVISMO DI DANTE 

„ 2 - 

6.^ Felice Tocco - QUEL CHE NON C È NELLA 
DIVINA COMMEDIA o DANTE E L'ERESIA. 

„ 2 - 

7.**-8.*' Francesco Torraca — DI UN COMMENTO 
NUOVO ALLA DIVINA COMMEDIA. „ 3 — 

9.^^-10.*' Francesco Novati — INDAGINI E POSTILLE 
DANTESCHE „ 3 - 

I fascicoli si pubblicano uno al mese in formato 
di-8: il loro prezzo sarà stabilito volta per volta in 
ragione del numero delle pagine. 

Si può anche sottoscrivere la prima serie di 12 fa- 
scicoli per sole lire 12 (estero franchi 16) che si pa- 
gano anticipatamente.